Opus, Massimo Antonaci, Serpente, 2011, colore ad olio su papiro vergine fermentato
  Cammino dentro un corpo solo. Da est a ovest 33 stazioni in terra straniera
Massimo Antonaci, El Camino de Santiago, Spagna 11 marzo – Milano 11 aprile 1991 

 Massimo Antonaci, Swastika-Polo 1994, vetro, catrame, colore acrilico
 Veduta della mostra alla Collezione Maramotti, Reggio Emilia
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Non conoscevo Massimo Antonaci e la sua mostra alla Collezione Maramotti, ‘Ipotenusa’, è stata una buona occasione per capire il suo lavoro.
I percorso alla Fondazione si divide in tre parti: ‘Dal Nero alla Trasparenza’, ‘Cammino dentro un corpo solo. Da est a ovet 33 stazioni in terra straniera’ e ‘Opus’. Dico, un po’ sfrontata :) a Massimo che la stanza dove mi sento più ‘centrata’ è quest’ultima dove 4 trittici – Spertente, Cerchio, Porte Alchemiche e Stobe – sono stati realizzati appositamente per la Collezione. Non avevo mai visto del papiro vergine fermentato.
L’artista è cordiale, umile e disponibile. In due secondi mi cita Plotino, Seneca e un altro filosofo che lui –  sicuramente più di me  – conosce e utilizza pe trovare ristoro e conforto. Gli dico che di Opus mi è piaciuto il fatto che lui abbia sottolineato come sia rimasto colpito “dal gesto di srotolarlo, svolgerlo sul muro per segnarlo e infine riarrotolarlo e riporlo in custodia. Un atto più che un gesto, fermo, senza movimento, che ogni volta mi sorprende come una profonda intuizione”.

Apre la mostra ‘Dal Nero alla Trasparenza': una raccolta modulare-minimale che racconta, sopra ogni cosa, la potenza del colore. Dal nero denso e spesso del catrame alla fragilità della trasparenza, ci sono rossi intensi, blu profondi e gialli. Dal nero alla trasparenza, dalla durezza alla fragilità, l’artista motiva con l’ambiguità alchemica questo abissale trapasso. Come dire che tra vita e morte – abisso dunque – c’è di mezzo un’infinità di somme e miscugli da fare.
A Massimo, di una città come NY, lo ha colpito la luce (racconta a Marco Belpoliti nel nutriente saggio che accompagna il catalogo ‘Odos’). Nutriente come lo sono questa serie di opere, rigorose, rifinite (ma non tanto da renderle fredde): condensazione e frutto di “un processo di vita, come respirare, alzarsi al mattino: semplici atti di purificazione.”

Questa mostra mi ha fatto compiere non poche involuzioni, come quella di pensare ad un artista che ‘fuori dal coro’, continua imperterrito a sentire ed esprimere attraverso la sua opere. E’ raro, penso. Era da molto che non mi ricordavo di fare questi pensieri. Per lo più mi capita di incontrare artisti che, tra ansia da prestazione e successo, lasciano in un angolo l’opera.
Questa occasione (o incontro), invece, mi ha ricordato che l’arte, e l’azione che la compie, è anche volontà, pure e semplice, di espressione spirituale.

“Mario Diacono: E il nero, nei quadri a cosa lo associ?
Massimo Antonaci: LO associo ad un acerta ‘confusione’, se posso utilizzare questo termice, alla confusione che era dentro di me quando ero govane. Quando ho iniziato i lavori sul ner avev 26 anni, avevo tante tante energie, tante idee (…) non vaevo un’idea chiara di cosa sarebbe stata l amia vita.di cosa fossero veramente i problemi che cercavo di risolvere in quel momento. Qunado sono arrivato a Milano, qualcuno mi disse: “Guarda che se vuoi fare l’artista ci dev’essere una galelria che ti sostiene”.  Benchè sembri essere questa una regola, penso che l’arte ha sopratutto la necessità dimanifestare la propria utilità e darsi un senso di appartenenza, non solo in questo mondo, non solo alla natura, ma anche alla divinità.”

Un’altra serie di opere è la raccolta di polaroid che Massimo Antonaci ha scattato durante il pellegrinaggio a Santiago di Compostela: frammenti di paesaggio, di corpi, di abiti.. a volte nulla, a voltre dei capitelli, delle finestre, delle piantre.
Chiude il percorso un catalogo a frammenti. Antonaci ha pensato per quseta mostra ad un libro d’artista, ‘Odos’, che è la sintesi di un percorso di immagini e parole tracciato in vent’anni di ricerca. Consiglio la lettura dell’intevista tra l’artista e Mario Diacono.

Apro il libro a caso. Dietro un’immagine che potrebbe essere roccia, acqua, ma anche un dettaglio di una scultura medioevale del Duomo di Modena, una scritta: ” Sappi che tu vieni riconosciuto secondo la frequenza delle vibrazioni; quindi, secondo l’altezza e l’ampiezza sonora del Fuoco-luce, la purezza del tono e la limpidezza del timbro.”


Immagini del libro ‘Opus’, pubblicato in occasione della mostra alla Collezione Maramotti