Hugh Scott-Duglas, Untitled, 2011 
 Oscar Murillo, Untitled (Synthetic Trash Painting), 2011
 Aaron Bobrow, Brake Dance, 2012, Suspended Reality, 2011  
 Heather Cook, Tubbing Off (3 of  3)
 Lisa Williamson, Diagram (Grey Eyelets, Yellow Ladders, Navy Splotches, Red Dashes), 2011
Erik Lindman, Style Magazine 2011 – Alex Dordoy, Folded, Unfolded, Sunk and Scanned No. 11, 2011
  N. Dash, Healer 36, 2011
  Azafarin Lotfi, Untitled, 2011  – Untitled, 2011
Per tutte le foto: Courtesy dell’artista e Brand New Gallery, Milano
Il lavoro di ben 18 artisti è stato presentato pochi giorni fa alla galleria Brand New, nella mostra Into the surface.  Tutti più o meno trentenni – la maggior parte from USA, mentre il resto da Amsterdam, Londra, Zurigo –  hanno presentato una serie di opere dove hanno messo alla prova la loro capacità di astrarre o meglio, ‘distaccare’ (etimo) ciò che compone  tutto quello che ci circonda: forme e colori. Superfici, dunque, da comporre, scomporre, graffiare, stropicciare, misurare, imbrattare, immergere. Tante le azione che hanno guidato la sensibilità artistica di questi giovani, interessati al ‘processo’ più che non alla rappresentazione, alla ricerca di tecniche e materiali inusuali più che alla descrizione delle cose. Presentate come ibridi tra pittura e scultura o tra pittura e fotografia, molte opere hanno ridotto al minimo la generosità formale per rivelarci atmosfere minime. Tra i molti lavori è quella di Hugh Scott-Douglas che mi colpisce maggiormente. L’artista recupera l’antico metodo di stampa come il cianotipo, per creare una lieve superfice azzurra fatta di tanti piccolo quadratini. Sembra un cielo, un muro, del vento. Molto poetica. Seguendo questa prima traccia ‘azzurra’ mi soffermo nella coppia di lavori di N. Dash, una grande tela stropicciata che fa pendant a un piccolo quadro blu di Prussia. Dalla pulizia e controllo di quest’ultimo, al caotico e aleatorio viaggio cromatico della composizione astratta dell’opera più grande: una perfetta e originale tensione. Sempre blu anche nel grande quadro di Heather Cook. L’artista danneggia attraverso l’azione dello sfregamento la tela denim, componendo una serie di segni che sembrano rivelare la struttura della cornice del quadro stesso.  Aaron Bobrow recupera delle tele industriali per rivelare la pittoricità intrinseca alla loro usura. O alla ‘profondità’ di un semplice buco. Crollo/rovina/ristrutturzione: con queste tre parole è presentato il trittico di Oscar Murillo. Filo da pesca, graffette e nastro adesivo sono gli indizi della ‘rappresentazione teatrale del nulla’ nei quadri di Nazafarin Lotfi.
E’ molto interessante perdersi a contemplare quanto il ‘poco’ stimola riflessioni pittoriche molto affascinanti. Perfezioni geometriche, soffi atmosferici, sporco, graffi, perfezione maniacale, campiture astratte, cancellature, abrasioni, casualità, cadute, strappi, colature, miscugli cromatici, imperfezioni…
Tante le azioni che segnano e informano con acrilici, colori spray, olio, serigrafia, inchiostro, adesivo ecc. le tante superfici fatte di tela, gesso, legno, seta, rete, cemento, lino, ferro, alluminio.. 
Consiglio vivamente di vedere la mostra come esercizio stimolante per l’immaginazione. Per me, almeno, è stato così

Lisa Williamson, Andrew Gbur, Dan Shaw-Town
Alex Dordoy, Heather Cook, Hugh Scott Douglas
In contemporanea, ha inaugurato anche la personale di Anthony James Consciousness And Portraits Of Sacrifice’. In mostra due installazioni ‘Birch Cube’, che si configurano come due light box trasparenti; due cubi luminosi che custodiscono intricate foreste vergini di legno di betulla, moltiplicate all’infinito grazie agli specchi. Esposti anche tre “shotgun paintings”: lastre d’acciaio lucidate a specchio che l’artista crivella dal retro a colpi di fucile .
  Anthony James, Birch: White one Meter cube, 2011
  Anthony James, Today was a good day #1 2011