Ornaghi&Prestinari, A1, 2020 travertino Navona, marmo di Carrara, marmo Noir Saint Laurent, marmo verde Alpi, c-print su carta 19 x 40 x 30 cm, ph Marco Toté
Ornaghi&Prestinari, C1, 2020 marmo Estremoz, travertino Navona, basalto dell’Etna, c-print su carta 60 x 45 x 11,5 cm C2, 2020 marmo Estremoz, quarzite rosa, basalto dell’Etna, c-print su carta 60 x 45 x 11,5 cm, ph Marco Toté

Riprende la proposta di nuove ricerche artistiche a Spazio Cordis, uno spazio espositivo veronese sui generis che nasce dalla volontà del fondatore, il medico Alberto Geremia, che decide di aprire il proprio ambulatorio all’arte contemporanea e di invitare una promettente curatrice a gestirne e inventarne le forme espositive.

Lo spazio, la cui direzione artistica è di Jessica Bianchera, ospita al momento la mostra Tre Vani di Ornaghi&Prestinari sviluppata in due sedi differenti e visitabile su appuntamento: il primo è Spazio Cordis, il secondo è l’azienda di marmi Formigari con cui gli artisti hanno collaborato per la produzione delle opere. Si ritrova dunque anche a livello espositivo un connubio interessante tra lavoro artistico e lavoro pratico-produttivo di una ricerca che lega la coppia di artisti: un legame che li riaggancia alla loro formazione universitaria – Valentina si forma nel design industriale, Claudio in architettura – e al contesto del territorio in cui operano in questo caso – Verona e la Valpolicella sono territori di lavorazione del marmo e di cave.

Tre Vani ruota intorno ai “temi della progettualità, del ‘difetto’ – o presunto tale – e dello scarto di produzione con particolare attenzione per il gap che si genera fra questi, in un passaggio spesso conflittuale tra l’immagine ideale e la verità di un materiale naturale come il marmo, che non soggiace alle regole della perfezione formale.”

ATPdiary ha posto alcune domande agli artisti dopo aver visitato la mostra (per informazioni e visite: info@spaziocordis.org).

Valeria Marchi: ATPdiary, in occasione della rubrica I (never) explain vi aveva interpellato circa il vostro lavoro artistico a fine 2018. Vorrei che commentaste ora, a distanza di due anni, questa vostra dichiarazione: “Per noi la forma è una intuizione che contiene già dei concetti e un potenziale narrativo. Il nostro processo si avvia sempre a partire da un’immagine mentale astratta dalla quale cominciamo a strutturare un dialogo.” Mi piacerebbe anche che ci raccontaste cosa è cambiato nella vostra ricerca durante questo tempo.

Ornaghi&Prestinari: Quest’affermazione è ancora vera perché fa parte della nostra metodologia di ricerca. Nel tempo il nostro percorso ha maturato un interesse relativo ai materiali tradizionali. E continua ad appassionarci l’indagine sulla cultura materiale, sul rapporto tra uomo e oggetto, dalla fase di progettazione o produzione artigianale e industriale. Nel tempo abbiamo sviluppato diverse modalità di dialogo nel momento in cui ci dedichiamo a un lavoro: il dialogo tra di noi come persone e artisti, il dialogo con il pubblico, quello con lo spazio ospitante e quello con la storia – la storia dell’arte con Morandi, de Chirico, dal discorso sul genere della natura morta in pittura alla ricerca del “segreto tra le cose” e molte altre suggestioni.
Prima del 2017 il nostro fare artistico era molto più legato alla nostra esperienza personale e alla produzione nei nostri spazi di vita e lavoro; nel tempo ci siamo orientati verso una costruzione corale: nei primi anni della nostra ricerca le forme o le singole opere vivevano nella loro singolarità, mentre ora cerchiamo di strutturare le opere in una dimensione più collettiva, pensando già all’inizio all’idea di mostra. La nostra prima mostra personale è stata a Galleria Continua nel 2014 dove abbiamo realizzato lavori personalmente, senza l’aiuto di altri artigiani, e tutto è stato creato in studio; nel 2017 abbiamo avuto l’esperienza di residenza artistica a Santa Croce sull’Arno lavorando a stretto contatto con il settore conciario e poi a Faenza con la ceramica, dove abbiamo messo in discussione e meglio compreso quanto il confine tra produzione artigianale e industriale sia in realtà un confine labilissimo. Tutte queste esperienze sono sicuramente confluite nei nostri lavori successivi dal 2018 in avanti. Il territorio con i suoi distretti produttivi ci ha fornito degli stimoli per un fare artistico più ampio: raccogliere e rielaborare l’esperienza di Formigari quest’anno ci ha dato uno spaccato sociale sul passato, il presente e il futuro del materiale con cui abbiamo lavorato.
Un ultimo aspetto da considerare è quello dell’intuizione delle forme: tutto parte dalla materia per noi, in realtà, e da come quella materia può contenere dentro di sé dei concetti di forme. Come si può notare in “E1, 2020” la forma che abbiamo sviluppato contiene in sé delle suggestioni – casa, grotta, camino, ecc. che sono nate pensando alle abitazioni primitive nella pietra.

Ornaghi&Prestinari, Tre Vani – A1 e A2, 2020, installation view ph Marco Toté
Ornaghi&Prestinari, A2, 2020 basalto dell’Etna, c-print su carta 35 x 35 x 44 cm, ph Marco Toté

VM: Parlando di Tre Vani, quali sono stati i diversi stadi di sviluppo del progetto soprattutto in relazione al suo inizio? Dal sopralluogo presso l’azienda Formigari con cui avete lavorato, alle fasi di progettazione e lavorazione? Mi affascina in particolar modo l’aspetto tecnico e artigianale che sta dietro le opere: quali sono state le difficoltà e le problematiche pratiche vissute e condivise con i lavoratori del marmo dell’azienda?

O&P: Il primo sopralluogo presso l’azienda ha evidenziato delle problematiche riguardo agli scarti del materiale che Formigari lavora. L’azienda, acquistando le lastre da tutto il mondo e a seconda del titolo di commessa, ha scarti diversi quindi ciclicamente fa smaltimenti di materiale marmoreo che consiste principalmente in lastre o blocchi.
Noi abbiamo esteso l’invito a partecipare alla creazione di una nostra opera all’azienda e ai lavoratori, chiedendo loro di sottoporci degli scarti particolari e in una seconda fase siamo tornati con il progetto definitivo allargando la proposta: Formigari ha dunque accettato di collaborare per tutte le opere della mostra.
Le opere che abbiamo realizzato per la mostra Tre Vani sono nate in maniera quasi site specific perché c’è stata una forte influenza dell’architettura e dell’arredo da ufficio che Spazio Cordis ci ha suggerito. D’altra parte abbiamo lavorato scoprendo le difficoltà con cui i materiali posso reagire alle sollecitazioni: ad esempio avevamo scelto un marmo nero bellissimo con una vena bianca molto marcata ma c’era il rischio che si rompesse durante la lavorazione perché le vibrazioni della macchina di taglio avrebbero potuto aprire la frattura già esistente. Formigari e i lavoratori hanno partecipato con entusiasmo e creativamente per trovare una soluzione ingegnosa e alla fine si è riusciti a realizzare il pezzo.

VM: Mi pare che i lavori in mostra siano sospesi tra due mondi, il mondo dell’artigianalità, del fare con le mani – che è un aspetto interno al vostro modo di lavorare e forse anche proprio della vostra formazione – e il mondo della tecnologia e del digitale: osservando i vostri lavori si nota un contrasto tra la nitidezza dei render stampati su carta fotografica e le imperfezioni, la non conformità delle superfici marmoree degli oggetti tridimensionali creati. Tuttavia, si respira un grande equilibrio compositivo e decorativo, un’eleganza architettonica nelle opere che fa pensare a Giorgio Morandi (ovviamente), alle piazze metafisiche di de Chirico e a quel concetto di “moderna classicità” tanto caro alla pittura italiana del Novecento. Cosa ne pensate?

O&P: I due mondi della materia e del digitale di fatto creano quasi un paradosso, un cortocircuito. Da una parte, ciò che genera gli scarti nel materiale è il fatto che c’è una rincorsa alla perfezione della lavorazione che è legata al concetto di bellezza pura. E la bellezza pura rimanda al mondo virtuale. Dall’altra, l’aspetto più manuale del nostro lavoro emerge nel render perché il render mostra delle nostre sculture in plastilina di cui abbiamo fatto una scansione 3d a cui poi, con un software, abbiamo attribuito le textures e le superfici. Le opere in mostra sono costituite da una parte sculturea e da una parte digitale: il render fa parte dell’opera ed è una possibilità di creare sculture che fisicamente non esistono.
Un ulteriore cortocircuito nel progetto sta nella componente tecnologica e digitale della lavorazione del marmo e nella riflessione su come il digitale permea tantissimi campi produttivi normalmente associabili a un fare artigianale e manuale.

Ornaghi&Prestinari, B1, 2020 basalto dell’Etna (occhio di pernice), travertino Navona, acciaio, c-print su carta 105 x 27 x 35 cm ph Marco Toté
Ornaghi&Prestinari,E1, 2020 travertino Navona, c-print su carta 60 x 43 x 12 cm ph Marco Toté