Deborah Mora, installation view of Digital Residues, from Subterranean Virtualscapes, courtesy of the artist and Virginia Bianchi Gallery
Christiane Peschek, installation view of GYM, courtesy of the artist and Virginia Bianchi Gallery

Sara Benaglia: Come è nata l’idea di aprire una galleria digitale?

Virginia Bianchi: Ho deciso di aprire VBG – Vittoria Bianchi Gallery per una serie di motivi / coincidenze per le quali inaugurare una galleria con base nel mondo online era la scelta più semplice. In primo luogo, la pandemia e la mancanza di risorse per avere uno spazio fisico: avere una galleria online mi ha  permesso di non posticipare l’apertura. É stata una fortuna che fossi appassionata di arte digitale, perché non credo che avrei fatto la stessa scelta se avessi voluto interfacciarmi con opere “fisiche”: ho potuto fondare una galleria online perché era coerente con la mia scelta di concentrarmi sulla new media art. Ho vissuto a Londra durante l’università, ed è stato lì che mi sono approcciata per la prima volta al mondo dell’arte digitale. Una volta tornata in Italia, ho capito che qui invece non è quasi mai presa in considerazione – ed è per questo motivo che moltissimi professionisti e artisti italiani che lavorano nel mondo dell’arte e delle nuove tecnologie hanno base all’estero. Essere la fondatrice della prima galleria d’arte digitale in Italia mi permette di dare a questo medium lo spazio che merita.

SB: Che differenza c’è tra il modo in cui hai pensato questa galleria e spazi online che simulano architetture tridimensionali?

VB: Nell’ultimo anno, molte gallerie e realtà culturali hanno avviato una transizione lenta e incerta verso il digitale. Molti hanno deciso, ad esempio, di realizzare mostre digitali in spazi tridimensionali che simulano le sedi fisiche, cosa che io non condivido. VBG è stata inaugurata con la convinzione che il mondo digitale debba essere il punto di partenza per la concezione di mostre, e non una scelta obbligata a causa della pandemia. Crediamo che il processo curatoriale debba iniziare in una pagina web, che funziona proprio come una parete bianca di uno spazio white cube, e debba tenere conto delle sue particolarità intrinseche. 

SB: Che cosa sono gli NFT? 

VB: NFT significa non-fungible tokens, e non-fungible significa non intercambiabile, che possiede unicità. Le valute sono fungibili: un euro ha sempre lo stesso valore intrinseco indipendentemente dall’oggetto moneta, che può essere scambiato per un’altra moneta dallo stesso valore. Al contrario, i non-fungible tokens sono oggetti digitali unici e non replicabili, collezionabili. Questo è possibile grazie a smart contracts che ne regolano la vendita e ne certificano la provenienza e la proprietà. Grazie al fatto che questi smart contracts sono crittografati e vengono validati attraverso la blockchain (la stessa delle criptovalute) gli NFTs e le informazioni a loro legate non possono essere modificate una volta che approdano sul mercato. Per questo, gli NFTs sono particolarmente indicati nell’ambito artistico perché risolvono i due grandi problemi delle opere digitali: in primis, ne certificano la proprietà e la provenienza, e in secondo luogo l’autenticità. Gli NFTs risolvono i problemi intrinsechi alla commercializzazione di oggetti d’arte digitali: se tutti possono scaricare un’immagine o un video, chi lo possiede veramente? E quale copia è l’originale?

Andrea Frosolini, installation view of Your Public Display of Affection, from Subterranean Virtualscapes, courtesy of the artist and Virginia Bianchi Gallery
Erin Mitchell, installation view of Organic Engagement, courtesy of the artist and Virginia Bianchi Gallery

SB: Sono sostenibili a livello ambientale?

VB: Alcuni sì e altri no, dipende dalla blockchain sul quale sono certificati. La maggior parte dei marketplaces di vendita di NFTs utilizzano la blockchain di Ethereum, una criptovaluta che usa un algoritmo di consenso chiamato Proof of Work: nella blockchain, qualsiasi transazione o movimento dev’essere validato da tutti i nodi della blockchain stessa prima che sia effettivo. Il problema della Proof of Work è che incentiva i miners, ossia chi verifica le transazioni, a competere gli uni con gli altri per verificare le transazioni. Alla base di questa competizione c’è un complesso “enigma” matematico, che richiede un’enorme potenza di calcolo per essere risolto: tanti nodi, tanti server lavorano nello stesso momento per risolvere lo stesso enigma, causando elevati sprechi energetici. Per questo, una volta che si carica, e quindi si autentica, un’opera digitale su un marketplace perché diventi un NFT, sono sprecate grandi quantità di elettricità.La fortuna è che la Proof of Work è solo uno dei tanti sistemi di autenticazione: invece che creare una competizione tra diversi miners, altri sistemi, come la Proof of Stake, eleggono un nodo singolo perché convalidi la transazione.
La maggior parte delle criptovalute segue un sistema di Proof of Work, e solo recentemente si stanno sviluppando marketplaces connessi alle blockchain di cripto in Proof of Stake: hicetnunc.xyz, che si inscrive sulla blockchain di Tezos, è uno di questi – al momento lo sto utilizzando per la vendita delle opere della mostra attualmente visitabile sulla piattaforma di VBG.

SB: Tutta l’arte digitale è NFT?

VB: No, gli NFT sono oggetti digitali autenticati attraverso la blockchain. La storia dell’arte digitale è molto lunga, e non ha mai avuto a che fare con gli NFT se non negli ultimi anni. Per questo, è importantissimo ricordarsi che non tutta l’arte digitale è NFT.
Come galleria di new media arts, abbiamo iniziato ad approcciarci al mondo degli NFT molto recentemente, con la mostra attualmente visitabile sul nostro sito: intitolata Subterranean Virtualscapes, comprende 15 installazioni di 16 artisti italiani che si confrontano con le nuove tecnologie. Le loro opere sono acquistabili anche come NFTs attraverso la piattaforma hicetnunc.xyz, nominata qui sopra. 

SB: Ci sono Musei di NFT?

VB: Vista la recente, enorme crescita di interesse nei confronti degli NFTs, stanno iniziando a nascere anche i primi musei di cripto art. In generale, sono strutture in 3D su mondi virtuali immersivi (come Cryptovoxel o Decentraland – dove anche la König di Berlino ha ricreato la propria galleria fisica) che i visitatori possono esplorare con il proprio avatar personalizzabile, quasi come se si fosse all’interno di un videogioco. Personalmente, sto ancora cercando di capire se sono realtà degne di nota a livello qualitativo, anche se dal punto di vista tecnologico credo siano estremamente interessanti: magari tra qualche decennio, quando avremo tutti un visore di realtà virtuale, si potranno visitare musei digitali senza nemmeno spostarsi dal proprio divano!

SB: Come è il mondo inglese del gallerie digitali? Pensi che quello italiano possa essere un mercato ricettivo verso le opere digitali?

VB: Le opere digitali più particolari sono di nicchia anche all’estero, nonostante il fatto che le metropoli internazionali sono sicuramente più ricettive alle novità – sempre se l’arte digitale possa essere definita come novità. 
VBG è ancora una realtà molto giovane ed è da meno di un anno che cerchiamo di avere visibilità e stringere contatti con collezionisti, ma non è per niente semplice. Probabilmente è complice il fatto che, fino ad ora, non abbiamo ancora avuto l’opportunità di organizzare mostre fisiche, e sui social media è difficile stringere rapporti duraturi e fidati. Spero sia solo un problema momentaneo legato al fatto che, appunto, siamo ancora molto piccoli e non abbiamo ancora uno spazio fisico.
Una cosa però è certa: nell’innovazione tecnologica e digitale, l’Italia rimane sempre indietro. Le realtà artistiche che si approcciano al mondo delle nuove tecnologie sono pochissime, e quelle presenti sono associazioni culturali: io sono stata l’unica pazza che ha deciso di aprire una galleria di arte digitale.

SB: Rappresenti degli artisti?

VB: Non ancora, sto lavorando ripetutamente con alcuni artisti ma non siamo in un rapporto di rappresentanza, credo sia ancora prematuro. Le mostre che sto sviluppando al momento mi danno la possibilità di conoscere diversi artisti e, di conseguenza, di capire con chi potrei lavorare meglio in un’ottica di lungo termine. Al tempo stesso, vorrei aspettare di avere più successo dal punto di vista commerciale e non voglio precludere agli artisti di accettare opportunità favorevoli per la loro carriera.

Léa Porré, You’re Just on Time, 2020, digital print, 30×50, courtesy of the artist and Virginia Bianchi Gallery
The Cool Couple, FLYIN’ HIGH, 2021, single channel video, 1920×1080, courtesy of the artist and Virginia Bianchi Gallery
Wednesday Kim, installation view of The Anteater’s Transmutation, courtesy of the artist and Virginia Bianchi Gallery