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Intervista di Giulia Morucchio

Il 6 e 7 maggio, in concomitanza con l’apertura della 56esima Biennale d’Arte di Venezia, verrà presentato The Internet Saga, progetto interamente dedicato all’arte sul web, curato dal duo Francesco Urbano Ragazzi in collaborazione con Zuecca Projects.
The Internet Saga si articola in una serie di interventi di natura diversa, tra piattaforme web e due nuove sedi espositive: Palazzo Foscari Contarini, un edifico del XVI secolo diventato di recente la discussa sede di un ristorante della catena di fast food Burger King, e Spazio Ridotto, nuovissimo project space dedicato alla videoarte, situato nei pressi di Piazza San Marco.  Padrino del progetto sarà il celebre Jonas Mekas, artista lituano espatriato oltre oceano negli anni ’50 e riconosciuto a livello internazionale come assoluto precursore del cinema indipendente americano. Tra i fondatori del New American Cinema nel 1960 e degli Anthology Film Archives nel 1969, Mekas non ha mai smesso di sperimentare, arrivando a sviluppare, sin dai primi anni dei fenomeni di video sharing, appunti audiovisivi pubblicati a cadenza regolare sul proprio sito. Dunque “chi meglio di lui, che ha attraversato l’evoluzione dei linguaggi audiovisivi offline e online a cavallo di due secoli, può farci visualizzare il presente e il futuro di internet?” A pochi giorni dalla presentazione al pubblico di The Internet Saga, ATP ha incontrato in esclusiva i curatori Francesco Urbano e Francesco Ragazzi.

ATP: Potete parlarci della genesi di The Internet Saga e della valenza che attribuite a un termine dalla connotazione cos ì epica?

FF: Nel 2011 abbiamo iniziato a collaborare con Miltos Manetas al Padiglione Internet, un progetto che Miltos aveva cominciato già alla Whitney Biennial del 2002 e che grazie al sostegno di Daniel Birnbaum e Jan Aman era stato avviato a Venezia durante la Biennale del 2009. Era paradossale che fino a quel momento internet, un fenomeno che ha cambiato le nostre vite in maniera così totale, fosse stato assente dal panorama culturale. La prima partecipazione della “nazione del web” alla Biennale era incentrata sul tema della pirateria online e veniva inaugurata in un periodo storico molto importante, perché in Europa si era da poco iniziato a legiferare sullo scambio di file illegali.   Abbiamo affiancato Miltos Manetas a partire dalla seconda edizione del padiglione, continuando la riflessione sulla navigazione col progetto BYOB ideato da Rafael Rozendaal – in cui i pirati approdavano all’isola di internet – e abbiamo concluso la terza edizione in una chiesa dedicata agli unconnected, coloro che per scelta o per obbligo vivono all’esterno della rete.

Quest’anno però ci siamo resi conto che la metafora della navigazione non era più utilizzabile poiché internet non è più qualcosa che navighiamo ma qualcosa in cui siamo completamente immersi. L’idea che esista uno spazio dell’internet non è più vero: i nuovi dispositivi tecnologici ci permettono in qualsiasi momento di essere contemporaneamente sia online che offline. Inoltre, tutte le metafore che parlano di internet sono passate dall’essere relative a uno spazio – come era Myspace - a indicare delle timelines. Facebook, Twitter, Instagram, i social network in generale, ci parlano di un tempo in cui viviamo connessi.   Questa riflessione comporta che anche l’idea stessa di padiglione, inteso come luogo fisico, fosse giunta alla fine e avevamo bisogno di un concetto nuovo che non identificasse più una dimensione spaziale quanto piuttosto un parametro temporale. La saga denota proprio questo. Se l’esperienza del Padiglione Internet è assimilabile a una trilogia, un racconto conchiuso, la saga è invece una forma narrativa immersiva, che procede per digressioni e può essere infinita.
Avevamo bisogno di questa parola per indicare il nostro racconto a lungo termine, quello che intende essere un vero e proprio progetto artistico: una nozione un po’ letteraria un po’ da videogioco, un vocabolo dalla valenza performativa sotto il quale si aprono pulsioni, direzioni di ricerca e derive, influenzate dalle persone che di volta in volta incontriamo nel nostro cammino.  Questo parallelismo era utile anche per evidenziare che il progetto si articola all’interno della città di Venezia, della Biennale e della rete in modi e tempi diversi.

ATP La saga viene inaugurata da un serie di interventi di Jonas Mekas, celebre pioniere del cinema indipendente e sperimentale americano. Per quale motivo avete scelto questo artista per aprire la vostra riflessione sull arte in internet?

FF: Jonas è una persona straordinaria che secondo noi possiede il karma dell’iniziatore. Fin dagli esordi era stato impegnato nel circuito del cinema indipendente americano: scriveva per The Village Voice, aveva fondato la rivista Film Culture e gli AFA (Anthology Film Archives) e aveva ragionato assieme al New American Cinema Group su modalità di distribuzione cinematografica che fossero in aperto contrasto con l’industria di Hollywood. Negli anni 2000, ormai ottantenne, Jonas ha iniziato a interessarsi alla emergente questione di internet e a essere molto presente in rete: dal 2006 pubblica sul suo sito dei video diari quotidiani su temi di attualità (Diary). Se pensiamo che Youtube è online dal 2005, si può proprio dire che lui è stato davvero uno dei primi ad aprire la riflessione su quanto l’immagine in movimento potesse cambiare con la diffusione su internet.

Mekas non si è mai chiuso o isolato nel ruolo di maestro e, pur continuando la sua pratica di registrare piccoli aspetti della quotidianità in modo intimo e poetico, ha saputo avvicinarsi al nuovo mezzo con sguardo curioso, intravedendovi la possibilità di veicolare e distribuire immagini. Un utilizzo consapevole, non un banale espediente per svecchiare il proprio lavoro. Questo passaggio, che riflette il rapporto tanto naturale quanto ossessivo che Mekas ha col cinema – preferisce definirsi filmer invece di film maker – , anticipa la stessa fluidità coi cui oggi noi tutti conviviamo con internet, coi media e coi supporti elettronici.

Oggi si parla molto di post-internet art e della generazione 89+ cresciuta a contatto con le tecnologie digitali. Questa retorica ci sembra un po’ stantia e chissà, forse proprio un 89+, intendendo la cifra in senso anagrafico, può spiegarci cos’è internet.  

ATP Che struttura avr à The Internet Saga?

FF: I giorni di vernissage della Biennale sono un’occasione per presentare il nostro progetto che si articola in interventi offline e online. Il 6 maggio inaugura la mostra principale di Jonas Mekas a Palazzo Foscari Contarini, uno spazio assurdo della città, un palazzo del ‘600 che conserva colonne, lampadari, fregi di quel gusto ma che in questo momento è abitato da un Burger King.   Un secondo intervento viene ospitato allo Spazio Ridotto dove, a partire dal 7 maggio, verrà proiettato The Birth of a Nation, un film del 1997 che ritrae la comunità di registi che assieme a Mekas hanno fatto la storia del cinema indipendente americano. Quella sera ci sarà anche una maratona, una sleepless night in cui Jonas presenterà una selezione di alcuni suoi film, di cui non ci ha voluto dare anticipazioni.  Il 7 maggio inauguriamo anche due piattaforme online: internetsaga.com, che è stato programmato per essere una riflessione su come liberarsi dell’idea stessa di sito web e titre.name un magazine online fondato da Théo Mario Coppola che raccoglie riflessioni sulla questione del tempo nell’epoca di internet. )titre( sarà un racconto biennale e verrà inaugurato dal tema Great Expectations Il progetto The Internet Saga si sposterà poi a Parigi per una serie di conferenze e muoverà nuovamente a Venezia nel mese di settembre.

The Internet Saga,   365 day project -February 21

The Internet Saga, 365 day project -February 21

ATP Ad ogni edizione la Biennale riesce a conquistare spazi sempre nuovi all interno della citt à . Potete raccontarci perch é avete scelto un ristorante Burger King come sede espositiva? Come interverrete sullo spazio?

FF: Fin da subito sapevamo di voler lavorare su uno spazio dalla dimensione temporale dilatata e avevamo vagliato un sacco di possibilità contemplando anche l’idea di affittare uno spazio da tenere aperto 24 ore al giorno. Una sera siamo tornati a Venezia e abbiamo avuto un’epifania: dalla stazione abbiamo visto un palazzo super illuminato che era ancora aperto benché l’ora fosse tarda – chi conosce la città sa che si tratta di una vera e propria eccezione -.  Il luogo ci ha affascinato immediatamente perché per molti versi incorpora la metafora di internet in cui si assiste il collasso della temporalità dovuto alla commistione tra cultura alta e cultura bassa, nobile e popolare, antico e ipercontemporaneo.  Un altro aspetto che consideriamo interessante è che in questa sede si mescoleranno inevitabilmente diversi tipi di pubblico e differenti gradi di attenzione: ci sarà sempre chi andrà al Burger King semplicemente a mangiare un panino a poco prezzo e chi andrà attratto dall’idea della mostra, una simultaneità molto autonoma degli intenti che ci riporta al web, dove possiamo trovarci per puro consumo e svago come per consultare dei contenuti che ci riguardano profondamente. Il ristorante rispecchia internet anche nel modo in cui ci relazioniamo con gli altri: online abbiamo l’opportunità di essere soli con noi stessi o, in una maniera ambigua, di essere soli e con gli altri, così come al Burger King abbiamo la possibilità di consumare un pasto solitario circondati da estranei.

In uno spazio come questo ci si trova all’interno di una bolla temporale in cui può succedere di astrarsi completamente da ciò che sta attorno: il livello di accoglienza quasi inesistente e le decorazioni anonime offrono la possibilità di essere ignorati e di trascorrere al Burger King delle ore lunghissime, applicando una personale forma di resistenza che trasforma il fast che vorrebbe promuovere quello spazio in un iper slow. Questo aspetto ci permette di analizzare anche un diverso approccio alla rete: non ci interessava parlare di interattività ma di analizzare la dimensione dell’interpassitivà ovvero l’opportunità di riacquistare un momento di perdita di tempo, di oblio, di abisso, di distrazione che è un nuovo valore possibile nell’azione e nella relazione in rete, quanto in un fast food.

Per quanto riguarda l’intervento di allestimento, abbiamo deciso di non aggiungere alcun volume alla struttura esistente. Esattamente come internet non ha aggiunto nulla di fisico alle nostre vite, se non qualche oggetto con cui accediamo alla rete, in un processo che ha cambiato completamente la nostra vita, la nostra percezione della conoscenza, il nostro modo di relazionarci con altre persone, così il nostro intervento non modifica in alcun modo l’architettura ma agisce piuttosto come un filtro di luce sull’atmosfera dello spazio. L’installazione prevede l’utilizzo degli schermi video già presenti al Burger King, la diffusione di una traccia audio ed è completata da 768 immagini, delle vetrofanie applicate alle vetrate del locale, che seguono l’idea della coincidenza tra lifetime e timeline, un fenomeno che viviamo quotidianamente e che è anche la riflessione compiuta da Mekas stesso attraverso il suo modo di fare cinema.

ATP Come avete interagito con Burger King?

FF: Quando abbiamo presentato il progetto all’azienda abbiamo dovuto avvicinarci ad un linguaggio commerciale e per certi versi ci è sembrato di dover svendere un prodotto. Ad esempio quando abbiamo fatto sentire ai responsabili l’audio di Jonas Mekas To Petrarca (uno dei tre interventi artistici che verranno ospitati nello spazio di Burger King) un’opera molto poetica fatta di suoni urbani che si mescolano all’audio dei funerali di Warhol, la prima reazione è stata molto fredda, e si è creato interesse solo quando hanno capito lo spessore di una figura come Mekas, legata ad un nome molto noto quale è Warhol.  Questo aspetto di trattativa ha anche un lato affascinante perché ci costringe a ripensare a valori che diamo per scontato; nel momento in cui spieghi al tuo interlocutore i significati di un’ opera puoi cogliere aspetti del lavoro che fino a quel momento non avevi visualizzato.  Vorremmo sottolineare che per noi è stato importante non legarci in senso economico a Burger King: l’azienda offre i suoi spazi e i suoi supporti ma il nostro resta un progetto di natura indipendente.  L’ intento era quello di sollevare delle questioni al pubblico, all’azienda e alla città rispetto all’identità di spazi come questo che possono e che è giusto che siano valorizzati per quello che sono. Non intendiamo dare un giudizio sui ristoranti Burger King o sulle catene di fast food in generale, ma vogliamo dichiarare che è sono luoghi potenzialmente interessanti che possono essere letti in modo diverso.

ATP Qual è stata la risposta di Jonas Mekas alla vostra proposta di esporre all interno di un fast food?

FF: Jonas ha risposto quasi immediatamente alla nostra mail con la frase sintetica ed energica allo stesso tempo: “It’s challenging enough to say yes”. A nostro parere non è assolutamente una forzatura portare l’opera di un artista come lui in un roast food, perché riteniamo che lui sia quella figura dell’arte americana che è stata realmente in grado di mediare tra varie spinte culturali. Mekas è un artista indipendente, attratto come il suo amico Andy Warhol dall’idea di star, di diva: in molti suoi film parla degli incontri con persone che hanno un’aura particolare riuscendo però sempre, attraverso il suo modo di filmare, a mostrare il lato umano e intimo di queste persone speciali. Nei suoi lavori non c’è mai un filtro morale e non c’è nemmeno un giudizio negativo rispetto all’idea di essere commerciale, ma solo un puro interesse a ritrarre il lato cinematografico di ogni aspetto della realtà.

Il cinema americano indipendente – se pensi Harmony Korine, altro amico di Jonas Mekas, nel film Spring Breakers cita Britney Spears – sa fare i conti con il paesaggio sociale senza necessariamente condannare certi aspetti della cultura e dell’industria capitalista, ma dimostrandosi anzi capace di leggere, sapersi appropriare e giocare con la cultura pop in un modo intimo e quasi commovente. Un’altra cosa che vorremmo sottolineare è che Jonas ha dimostrato attraverso la scelta delle opere di aver capito il luogo che avrebbe ospitato i suoi lavori e il tipo di operazione che gli avevamo proposto. Per gli schermi del Burger King che verranno hackerati dai suoi video, ha realizzato tre montaggi totalmente inediti del suo diario online, selezionando quasi esclusivamente spezzoni molto musicali, episodi del suo passato legati ai Velvet Underground, a Yoko Ono e John Lennon ma anche eventi recenti come il racconto di quando è stato al concerto di Madonna o un commento su Britney Spears all’epoca in cui si era rasata i capelli.

Jonas ha voluto mantenere l’aspetto musicale del locale perché negli schermi che utilizzeremo solitamente vengono trasmessi videoclip, ma al tempo stesso ha applicato un piccolo scarto, trasformando la musica commerciale che invoglia ad avere un certo ritmo all’interno dello spazio in una sonorità di tipo diverso, reso ancora più straniante dal fatto che gli audio dei tre video riecheggiano contemporaneamente in una sinfonia confusa. In maniera gentile e dedicata, Mekas è riuscito a cambiare totalmente l’atmosfera dell’ambiente creando una strana allucinazione.

The Internet Saga - Glass window 5,   2015

The Internet Saga – Glass window 5, 2015

The Internet Saga - Glass window 5,   2015

The Internet Saga – Glass window 5, 2015

01 slides - Jonas Mekas

01 slides – Jonas Mekas

05 slides - Jonas Mekas

05 slides – Jonas Mekas

05 slides - Jonas Mekas

05 slides – Jonas Mekas

10 slides - Jonas Mekas

10 slides – Jonas Mekas

14 slides - Jonas Mekas

14 slides – Jonas Mekas