THE UNEXPECTED SUBJECT 1978 Art and Feminism in Italy curated by Marco Scotini and Raffaella Perna April 4 – May 26, 2019 FM Center for Contemporary Art, Milan Ph. ALTO PIANO STUDIO

Io sono una carta a quadrettini
Io sono una carta colorata
Io sono una carta velina
Io sono una carta strappata
Io sono una carta assorbente
Io sono una carta vetrata
Io sono una carta opaca
Io sono una carta perforata
Io sono una carta trasparente
Io sono una carta piegata
Io sono una carta semplice
Io sono una carta bollata
Io sono una carta da imballaggio
Io sono una carta da lettera
Io sono una carta da baratto

Io sono una carta, un cartoncino, una cartuccia
E va sparata
Boom!

Tomaso Binga

Lisetta Carmi, dalla serie Il parto, 1968 (Collezione E. Righi. Courtesy Galleria Martini & Ronchetti, Genova © Lisetta Carmi) e Agnese De Donato, Manifestazione femminista, 1976 (Courtesy Archivio Agnese De Donato © Agnese De Donato)

Testo di Martina Matteucci

Nel 1970 Carla Lonzi e Carla Accardi, insieme a Elvira Banotti, scrivono il manifesto di Rivolta femminile, uno dei primi gruppi femministi in Italia. Lonzi e Accardi si conoscono negli anni Sessanta: la prima iniziava la sua attività di critica d’arte, la seconda era già una pittrice affermata. Il loro sodalizio dura fino al 1973, quando la loro amicizia si incrina a causa dei continui conflitti e incomprensioni riguardo il difficile rapporto tra arti visive e femminismo. Lonzi pian piano opera un taglio netto con il mondo dell’arte e considera l’attività dell’amica, che cercava di farsi strada come femminista in campo artistico, come un’imperdonabile compromissione con la cultura patriarcale. Le sue posizioni diventano sempre più difficili da accettare e anche altre artiste più giovani che fanno parte del gruppo Rivolta femminile si allontanano da Lonzi, tra cui Anna Maria Colucci e Suzanne Santoro. Quest’ultime, poco dopo, insieme a Carla Accardi e ad altre otto artiste, fondano e guidano dal 1976 al 1978 la Cooperativa Beato Angelico, primo spazio artistico dedicato e interamente gestito da donne.

Gli anni Settanta sono stati un decennio cruciale per l’arte italiana nell’analisi del rapporto tra arte e femminismo. Per le artiste che operano in quel periodo è fondamentale decostruire e sovvertire l’idea di femminilità e di corpo e denunciare la posizione di subalternità della donna nel mondo del lavoro. I concetti di identità e differenza diventano centrali nel dibattito di quegli anni e sono presenti in molti lavori, in cui emerge una chiara presa di coscienza da parte delle artiste di cosa significhi collocarsi in modo consapevole all’interno di quella cultura e di quei codici limitanti e costrittivi creati per mano dell’uomo-maschio. Il femminismo riflette sulla condizione della donna e opera una rottura con il fallocentrismo e la visione patriarcale che ha permesso l’emersione di una moltitudine di soggettività, non solo nel campo del genere. La filosofa Rosi Braidotti a tal proposito parla di soggetti nomadi in relazione al femminile, in quanto soggetti in e di transizione: “Lo stato nomade, più che dall’atto del viaggiare, è definito da una presa di coscienza che sostiene il desiderio del ribaltamento delle convenzioni date: è una passione politica per la trasformazione o il cambiamento radicale”.

Le opere di Lucia Marcucci (Courtesy l’artista e Frittelli arte contemporanea, Firenze)
Nicole Gravier, Moro. Mythes et Clichés (Fotoromanzi, serie Attesa), 1976-80. Collage su fotografia / Collage on photography. 30 x 40 cm. Ph. Claudia Cataldi. Courtesy the artist and Frittelli arte contemporanea, Firenze. © Nicole Gravier.

Il soggetto imprevisto. 1978 Arte e Femminismo in Italia a cura di Marco Scotini e Raffaella Perna, parte proprio da queste premesse e indaga il rapporto tra movimento femminista e arti visive a partire da un anno catalizzatore, il 1978. La mostra, che comprende il lavoro di oltre cento artiste, mette in luce la centralità delle donne nell’arte italiana di quel periodo in relazione al panorama artistico internazionale. Negli ultimi decenni una nuova generazione di studiose ha messo in discussione la storiografia dell’arte consolidata nel tempo e ha sottolineato la mancanza di un’analisi approfondita dei rapporti tra arte e femminismo e il ruolo ricoperto dalle donne nella storia dell’arte : “Una rimozione ancora tangibile nelle collezioni private e pubbliche del nostro Paese dove la disparità tra le opere di artiste e artisti è stridente e che ha trovato conferma, in anni recenti, nelle grandi esposizioni dedicate all’arte degli anni Settanta, tenutesi a Milano e Roma, accomunate da una ridottissima presenza di donne” commenta Raffaella Perna. La mostra si presenta come una mappa sul più ampio dibattito contemporaneo che riguarda lo studio di genere: nella prospettiva post-antropocentrica si sente la necessità di rompere con il binarismo uomo-donna e l’urgenza di una ridefinizione del concetto di identità.

Ma perchè si parla di “soggetto imprevisto”? Questa formulazione si riferisce alla definizione data da Carla Lonzi all’inizio degli anni Settanta nel suo testo “Sputiamo su Hegel”, in cui descrive il soggetto femminista come l’emergere improvviso di un “soggetto imprevisto” appunto, una figura che non ha bisogno né di passato né di futuro, che non è attesa, nè presupposta. Carla Lonzi scrive che solo “chi non è nella dialettica servo-padrone” può introdurre nel mondo inedite soggettività non pronosticate.

Il 1978 diventa l’elemento cardine intorno al quale si costituisce Il soggetto imprevisto. È un anno importante perchè segna l’ingresso di molte donne artiste nel panorama delle arti visive, come avviene grazie alla mostra Materializzazione del linguaggio a cura di Mirella Bentivoglio durante la XXXVIII Biennale di Venezia, in cui troviamo circa ottanta artiste italiane e internazionali operanti prevalentemente nel campo verbo-visivo. Nonostante la mostra non ebbe la ricezione sperata e fu gestita dall’amministrazione come un evento minore, rimarrà nella storia grazie anche alla forza della sua curatrice. Mirella Bentivoglio, artista e poetessa, era una convinta sostenitrice e promotrice di quelle che sono state definite “mostre-ghetto”, ovvero mostre di sole donne, e si è occupata di numerose iniziative di arte al femminile in Italia e all’estero. È stata una figura centrale nel panorama delle ricerche verbo-visuali e tra le sue opere più note troviamo Ti Amo (1970), dichiarazione sillabata e sovrapposta alla fotografia di una bocca sensuale.

Le opere di Ketty La Rocca (Courtesy The Ketty La Rocca Estate)
Lisetta Carmi, dalla serie / from the series I travestiti, 1965-1967. Stampa gelatina bromuro d’argento / Gelatin silver print. 23,8 x 30,5 cm. Collezione E. Righi. Courtesy Galleria Martini & Ronchetti, Genova. © Lisetta Carmi.

Sempre per la XXXVIII Biennale di Venezia fu allestita l’ontologica dedicata a Ketty La Rocca per la sua scomparsa prematura e la mostra ai Magazzini del Sale del gruppo femminista “Immagine” di Varese e del collettivo “Donne/immagine/creatività” di Napoli. Quest’area al femminile nacque con l’intento di voler compensare la mancanza di donne nella rassegna ufficiale ma di fatto ne ha amplificato la marginalità e ha aperto un dibattito, ancora oggi discusso, sull’efficacia di mostre fondate sulla separazione tra i sessi e l’urgenza di ripensare una narrazione femminista in grado di contrastare i canoni e gli strumenti analitici maschili. Sempre nel 1978 troviamo a Belgrado il seminario femminista internazionale Comrade Woman: Women’s Question – A New Approach? e la prima mostra femminista a Breslavia in Polonia organizzata da Natalia LL, figura molto influente in quegli anni e prima artista dell’est a comparire sulla copertina di Flash Art. Sul piano dei diritti civili il 1978 è anche l’anno dell’approvazione della legge sull’aborto, dopo le vittorie ottenute con il referendum sul divorzio (1974) e la riforma del diritto di famiglia (1975).

La mostra si apre con una tenda teatrale sulla quale è proiettato un estratto dal film “Anna” di Alberto Grifi, cult degli anni Settanta, che mostra il corteo di femministe che ha sfilato l’8 Marzo 1972: “La citazione dal film di Grifi come soglia ha un senso rispetto a ciò che chiamo ‘punto di vista topografico’: la necessità di situare il punto da cui si guarda.” afferma Marco Scotini e continua “Questo film ha cambiato il cinema non solo perchè è un film sulla disobbedienza, ma perchè per la prima volta si disobbedisce alla figura e all’autorità patriarcale del regista come tale”.
Le opere presenti in mostra sono divise in quattro aree tematiche dai confini mobili e interdipendenti: il linguaggio e la scrittura, l’oggetto e il mondo domestico, l’immagine e l’autorappresentazione, il corpo e la performatività.

Lucia Marcucci, Perfection, 1971. Collage su tavola / Collage on board. 49 x 68 cm. Private collection. Courtesy the artist and Frittelli Arte Contemporanea, Firenze.
Ketty La Rocca, Installazione con specchi, 1967 (Courtesy CAMeC Centro Arte Moderna e Contemporanea della Spezia)

L’arte femminista, mossa dell’urgenza e della necessità di comunicare, rompe l’egemonia della scrittura e denaturalizza il linguaggio. Sovvertire le rappresentazioni stereotipate del femminile attraverso l’ironia e il nonsense è la strada che sceglie ad esempio Ketty La Rocca in opere come Non commettere sorpassi impuri o Vergine, realizzate tra il 1964 e il 1965, nelle quali troviamo accostamenti stranianti di parole e immagine per una riflessione sui valori tradizionalmente legati al femminile.  A partire dagli anni Settanta l’artista si allontana dal linguaggio scritto e parlato per focalizzarsi su territori non verbali e parla di “delusione dell’immagine”: a un linguaggio ormai privo di senso, contrappone la semplice comunicazione del corpo e inizia una riflessione sul codice dei gesti, che va ad accompagnare e spesso a contrapporre alle parole. Il corpo come medium performativo è presente in molti lavori esposti e permette di sondare il concetto di riproduzione e scontornare i limiti.
Molte artiste di quel periodo sono in cerca di una riscrittura di se stesse attraverso un uso differente della parola per riconquistare uno spazio personale, sociale e politico, come Lucia Marcucci con i suoi collage pop. La casa, il lavoro domestico non remunerato e la famiglia sono temi caldi di quegli anni che ritroviamo nei lavori in mostra. “Anche l’amore è lavoro domestico” è uno degli slogan del gruppo femminista Immagine di Varese, riscoperto grazie a ricerche d’archivio. L’indipendenza della donna attraverso un salario proprio viene vista come una possibile prospettiva politica femminile anche se Christian Marazzi precisa: “La salarizzazione del lavoro domestico non ha modificato la divisione di genere, nè razziale ma ha gerarchizzato il lavoro riproduttivo”.

Natalia LL, Consumer Art, 1972 (Courtesy Collezione Marinko Sudac / Museum of the Avantgarde)
Tomaso Binga, Alfabeto poetico monumentale, 2019 [da Scrittura vivente, 1976] (Courtesy Dior)
Clemen Parrocchetti, Lamento del sesso, 1974. Gommapiuma rivestita in stoffa e applicazioni polimateriche / Foam, fabric, mixed media. 40 x 50,5 x 50,5 cm. Ph. Antonio Maniscalco. Courtesy Archivio Clemen Parrocchetti, Cantalupo Ligure (AL).

Sicuramente però la scuola e la cultura hanno contribuito all’emancipazione della donna, come ha dimostrato l’esperimento delle 150 ore voluto dal sindacato italiano. Nel quartiere milanese Affori Bovisasca l’attivista Lea Melandri si trova ad insegnare per la prima volta a un gruppo di sole donne, prevalentemente casalinghe, dando vita ad un nuovo modello di “scuola delle donne” che poi sarà replicato nelle zone limitrofe. Sempre nel 1978 esce un libro molto importante per il discorso femminista, “Ci vediamo mercoledì. Gli altri giorni ci immaginiamo”, realizzato da un gruppo di artiste composto da Bundi Alberti, Diane Bond, Marcedes Cuman, Paola Mattioli, Adriana Monti, Esperanza Nunez e Silvia Truppi. Il mercoledì era il giorno in cui si riunivano per discutere riguardo l’immagine femminile e una nuova possibile rappresentazione della donna che destrutturi i canoni maschili veicolati dal sistema della comunicazione di massa. La volontà era quella di riappropiarsi della propria immagine attraverso una indagine intima e la fotografia risultava essere il mezzo prediletto dalle autrici. In mostra non mancano artiste internazionali che hanno contribuito al discorso femminista italiano, come Marina Abramovic, Carolee Schneemann, Hanne Darboven, Gina Pane, Valie Export e Rebecca Horn.

Ketty La Rocca, Le mie parole e tu?, 1971. Fotografie e inchiostro / Photographs and ink. 2 Elementi / Elements. 48.5 x 58,5 cm ciascuno / each. Courtesy The Ketty La Rocca Estate and Frittelli Arte Contemporanea, Firenze.
Francesca Woodman, Fish Calendar – 6 days, 1977. Stampe vintage alla gelatina d’argento / Vintage gelatin silver print. 18 x 24 ciascuna / each. Collezione La Gaia, Busca (CN).
Libera Mazzoleni, Il bacio, 1977. Stampa gelatina ai bromuri d’argento / Silver gelatine print. 42 x 42 cm. Courtesy the artist and Frittelli arte contemporanea, Firenze. © Libera Mazzoleni.

La mostra permette un approfondimento di episodi e figure non sempre noti nel panorama dell’arte, e questo anche grazie alla collaborazione con il MART di Trento e Rovereto, Frittelli Arte Contemporanea, Flash Art e Dior che hanno contribuito alla ricostruzione dell’Italia femminista di quegli anni. Le artiste presenti in mostra hanno vissuti e percorsi diversi e ognuna affronta il legame con la militanza secondo una prospettiva personale. Alcune praticano l’autocoscienza, altre, pur non militando, sposano le idee femministe e leggono i manifesti e i testi teorici, altre ancora, sebbene non si definiscano femministe, partecipano a mostre di sole donne e entrano in contatto con curatrici e critiche d’arte sensibili al tema. Tutte alla ricerca di una svolta linguistica e rappresentativa per la costruzione di nuove identità impreviste.

Il soggetto imprevisto. 1978 Arte e Femminismo in Italia
A cura di Marco Scotini e Raffaella Perna
FM Centro per l’Arte Contemporanea
Fino al 26 Maggio 2019

Diane Bond, Le Pezze, 1974 [dalla serie delle Pezze realizzate da Diane Bond e Mercedes Cuman] (Courtesy l’artista) e Liliana Barchiesi, Le casalinghe, 1979 (Collezione Donata Pizzi. Courtesy l’artista)
Le opere di Ketty La Rocca (Courtesy The Ketty La Rocca Estate)
Paola Mattioli, Diana, 1977. Stampa baritata ai sali d’argento / Baryte gelatin silver print. 20 fotografie / photographs, 30 x 40 cm ciascuno / each. Courtesy the artist and Frittelli arte contemporanea, Firenze. © Paola Mattioli.
Renate Bertlmann, Tenere pantomime, 1976. Fotografia vintage ai sali d’argento / Vintage gelatin silver print. 40 X 29,5 cm. Courtesy Collezione Dionisio Gavagnin, Treviso.