Arash Nassiri, Tehran-geles, 2014, 17’45, Han Nefkens Foundation, Barcelona

Testo di Antongiulio Vergine —

“Il solo vero viaggio […] non sarebbe quello di andare verso nuovi paesaggi, ma di avere occhi diversi, di vedere l’universo con gli occhi di un altro, di cento altri, di vedere i cento universi che ciascuno di essi vede, che ciascuno di essi è”.
Marcel Proust

Viaggiare attraverso gli occhi degli altri: è quello che voleva far intendere Proust con queste parole, contenute nella sua opera Alla ricerca del tempo perduto, ed è quello che accade anche osservando i lavori contenuti nella collettiva Ai bordi dell’identità. Inaugurata al MUST – Museo Storico Città di Lecce il 20 giugno 2019 e aperta fino all’8 settembre 2019, la mostra, ideata e curata da Giacomo Zaza, accoglie gli sforzi di quindici artisti provenienti da diverse parti del mondo (Europa, Medio Oriente, Sud America, Balcani, Africa). Le opere video, facenti parte della collezione della Fondazione Han Nefkens di Barcellona, fanno riflettere su tematiche attualissime quali l’interculturalità, la globalizzazione, l’integrazione, la multietnicità. I lavori dei fratelli Ramin e Rokni Haerizadeh (Iran), affiancati da Hesam Rahmanian (Iran), di Gabriel Mascaro (Brasile), Zwelethu Mthethwa (Suda Africa), Deimantas Narkevičius (Lituania), Arash Nassiri (Iran), Shirin Neshat (Iran), Erkan Özgen (Turchia), Araya Rasdjarmrearnsook (Thailandia), Bárbara Sánchez Barroso (Spagna), Maya Watanabe (Perù), Adrián Balseca (Ecuador), Javier Castro (Cuba), Jonathas de Andrade (Brasile), Luis Gómez Armenteros (Cuba) e Beatriz Santiago Muñoz (Porto Rico) si susseguono nelle sale del museo leccese individuando un percorso che proietta idealmente lo spettatore nella storia e nella cultura dei loro paesi. Attraverso gli occhi degli artisti è possibile immedesimarsi nelle particolari situazioni delle comunità in cui vivono, riuscendo così a comprendere problematiche che, seppur geograficamente distanti da noi, sono molto più vicine di quanto pensiamo.

Barbara Sanchez Barroso, Paradise, 2017, 5’59 Produced by Han Nefkens Foundation, Barcelona

In From Sea to Dawn (2016-2017) dei fratelli Haerizadeh si affronta, ad esempio, il tema dell’emigrazione: gli interventi pittorici effettuati sul video rimarcano il movimento che caratterizza le scene di uomini che attraversano l’Asia e l’Africa per giungere in Europa. Allo stesso modo, in Paradise (2017) Bárbara Sánchez Barroso raccoglie le testimonianze di uomini che rischiano la vita per raggiungere la terra ferma.

In Tehran-Geles (2014) Arash Nassiri mescola riprese della città di Teheran con quelle di Los Angeles: ciò che colpisce sono le voci fuori campo dei migranti iraniani, le quali contrastano con la loro drammaticità lo sbrilluccichio della metropoli. Shirin Neshat concentra invece la propria attenzione sulle difficili condizioni della donna all’interno della società islamica fondamentalista, oppressiva e misogina (Tooba, 2002). Lo stesso tema viene ripreso da Erkan Özgen in Purple Muslin (2018): in questo caso, però, le protagoniste sono le donne vittime dell’ISIS. In EBB AND FLOW (A Onda Trás o Vento Leva) del 2012, Gabriel Mascaro inventa la storia di Rodrigo ponendo l’attenzione sui temi della sordità e dell’AIDS all’interno della società brasiliana. Riflette sulle problematiche relative alla sieropositività anche Araya Rasdjarmrearnsook in Village Kid Singing (2004): lo sguardo, stavolta, è rivolto al paese natale dell’artista, la Thailandia.
Maya Watanabe in Liminal(2019) parte dal concetto di morte per giungere a quello di lutto: immagini riguardanti i genocidi avvenuti in Perù tra gli anni Ottanta e i Duemila rappresentano uno strumento per restituire l’identità a migliaia di persone che in quell’occasione hanno perso la vita.
In Mar Cerrado (2016) Adrián Balseca critica l’economia estrattiva del suo paese d’origine, l’Ecuador, contestandone il legame col capitalismo, sistema che sfrutta e svilisce ogni reale possibilità di sviluppo. In Flex(2002) Zwelethu Mthethwa affronta, invece, i concetti universali di libertà e resistenza concentrandosi sull’oppressione che affligge la popolazione di colore in Sud Africa.

Shirin Neshat, Tooba, 2002, 12’01, produced by Han Nefkens Foundation, Barcelona

Deimantas Narkevičius in Disappearance of a Tribe (2012) ripercorre la storia del proprio paese, la Lituania, attraverso l’eredità lasciata dal regime sovietico. Anche Beatriz Santiago Muñoz in Otros Usos (2014) guarda alla situazione attuale del proprio territorio denunciando le conseguenze del post-colonialismo americano sui paesi caraibici. Con La Edad de Oro (2012) Javier Castro rivolge la propria attenzione sul futuro di Cuba chiedendo ad alcuni bambini cosa vorrebbero fare da grandi: le risposte sono a dir poco sorprendenti. Jonathas de Andrade, invece, mette in scena in O Levante (2014) le contraddizioni del presente: organizza una finta corsa di cavalli nella città di Recife (Brasile) per evidenziare il contrasto tra le tradizioni rurali e il divieto di far circolare animali imposto dall’amministrazione. In Life from the Spinning Washing Machine(2012) Luis Gómez Armenteros indaga infine in maniera autoreferenziale la crisi d’identità che colpisce l’arte e gli artisti di oggi ricorrendo alla tecnica dello stop-motion.

Ai bordi dell’identità costituisce dunque un unico grande documento sulle condizioni in cui versa l’intero pianeta. Ci si rende conto, a questo punto, che i “bordi” sono davvero minimi, inconsistenti: non vi sono sostanziali differenze tra Oriente e Occidente e l’unica via per sperare di migliorare le cose consiste nell’eliminarli definitivamente. I video esposti in mostra ci dicono che siamo tutti esseri umani, senza alcuna differenza di classe o etnia, e che il solo modo di perseguire la libertà e l’emancipazione consiste nel concepire la diversità e l’integrazione come valori da coltivare.

Ai bordi dell’identità
MUST – Museo Storico Città di Lecce
Dal 20 giugno 2019 all’8 settembre 2019
www.mustlecce.it

Erkan Özgen, Purple Muslin, 2018, 16’28 Prod uced by Han Nefkens Foundation, Barcelona