Diego Gualandris – ANTARES, 2020 – installation View, ADA, Roma

Diego Gualandis racconta —

Il mio costume da bagno verde insalata coi cocktail ha assunto lo status di indumento quest’estate.
Meriterebbe di essere indossato tutto l’anno, purtroppo il freddo costringe a nasconderti e in un certo senso a essere più pudico nel vestire. Ecco, io detesto il freddo perché oltre a evidenziare la tua vulnerabilità fisica, imbottendoti di sciarpe, giacconi, strati di stoffe per non crepare, ti fa apparire come una persona che conserva un certo pudore più o meno monastico.
Ciò non toglie che questo irreale pudore possa trarre piacevolmente in inganno nel momento in cui viene spogliato di quel guscio ingombrante. E la nudità in inverno ha un altro colore: elettrico, teatrale, vibrante.
A ogni modo detesto l’inverno perché non mi permette di utilizzare il mio costume da bagno verde insalata coi cocktail.

Il periodo in cui lo indossavo si potrebbe definire una stagione a sé. Legata a quel periodo, tra le altre cose, c’è stata la produzione dei lavori per la mia mostra personale da ADA a Roma.
Ho dipinto una tela in cotone lunga circa sette metri, acquistata da Poggi. L’idea era quella di ricostruire la morfologia di una stella su tutta la superficie. La frammentazione di questa stella ha fatto sì che ogni suo taglio divenisse un paesaggio autonomo.
Gaele, un mio amico di Milano, venne a trovarmi a Roma quando ancora stavo lavorando al rotolo. Arrivò in studio mentre io e Aliosha già stavamo mangiando delle zucchine con mozzarella di bufala fresca, cornetti e non mi ricordo cos’altro ma era squisito.

Diego Gualandris, Gaele(detail 01#), 2020, oil on canvas. 225x200x3.5 cm – ADA Rome
Diego Gualandris, Gaele (detail 02#), 2020, oil on canvas. 225x200x3.5 cm – ADA Rome

Quel pomeriggio io e Gaele revisionammo la playlist per il karaoke che avrei tenuto l’indomani in studio. Entrambi a torso nudo indossavamo dei costumi da bagno. Sembravamo due gemelli, stesso taglio di capelli, colore, corporatura. Quel giorno mi sentivo particolarmente pigro e soffermandomi su questa inattesa somiglianza chiesi a lui di andare avanti col dipinto. Mancava l’ultima parte del rotolo, quella che poi, una volta tagliata avrebbe occupato la parte centrale dell’opera che successivamente intitolai Gaele.
Osservavo un altro me che dipingeva, riempiva delle forme che avevo abbozzato in precedenza. Poi lui si sedeva e andavo avanti io. Fu come una partita a scacchi, io con una canottiera rovinavo gli spazi che lui costruiva meticolosamente, trascinando il colore.
Dopo un’oretta arrivò Giuni, il lavoro era già quasi ultimato. Aveva con sé delle birrette gelide, continuammo a dipingere mentre facevamo aperitivo.

Quando conclusi il lavoro Gaele e Giuni erano fuori a prendere dei biscotti (un improvvisa voglia di Oro Saiwa ci tormentava). Non tornavano più, stavo iniziando a preoccuparmi, ascoltavo in loop la versione live di Love me, di Elvis. Quando arrivarono mi dissero che erano stati in centro; quella stellina di Giuni aveva fatto fare un mini giro turistico a Gaele, che fino a quel momento era rimasto bloccato con me a Trastevere. In effetti ho sviluppato un’attitudine da paguro da quando abito nella macelleria.

A fine serata abbiamo appeso tutto il rotolo aperto sulla parete di marmo. Non fu semplicissimo perché il colore era ancora fresco, ma poi è diventato la scenografia di una delle più sensuali serate karaoke di sempre.

Diego Gualandris, Gaele, 2020, oil on canvas. 225x200x3.5 cm – ADA Rome
Diego Gualandris, Gaele (detail 03#), 2020, oil on canvas. 225x200x3.5 cm – ADA Rome

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I (never) explain – ideato da Elena Bordignon – è uno spazio che ATPdiary dedica ai racconti più o meno lunghi degli artisti e nasce con l’intento di chiedere loro di scegliere una sola opera – recente o molto indietro del tempo – da raccontare.
Una rubrica pensata per dare risalto a tutti gli aspetti di un singolo lavoro, dalla sua origine al processo creativo, alla sua realizzazione.