Lightsourcing di Silvia Hell*

Scrivere è un atto di avvicinamento al lavoro, soprattutto se in fase iniziale, sebbene, in questo momento Lightsourcing sia già in uno stadio progettuale inoltrato. Il mio è un processo di pensiero che si prospetta e si proietta nello spazio per arrivare a una sua formalizzazione. Una convalida sul piano reale che si manifesta utilizzando, di solito, la scultura e la stampa, oppure, in questo caso, per Summer In, la proiezione.
Lightsourcing, in via di processo, è il secondo intervento che decido di porre in relazione all’architettura di un luogo. Non voglio aggiungere nulla a quel che già trovo, perché desidero osservarlo e sapere che potrò sempre spegnere, far finire il mio lavoro, seguendo un’arco temporale ma senza aver modificato fisicamente lo spazio circostante. In questo senso, tendo a delineare una differenza tra intervenire nello e sullo spazio.
Ho iniziato Lightsourcing osservando tutti gli ambienti di FuturDome e fotografandoli con un vecchio cellulare, che è un mezzo d’indagine molto agile, perché permette di scegliere in maniera diretta la sottoesposizione dei file e perché posso realizzare molti scatti velocemente in diversi punti. In questo modo, sono in grado di rilevare lievi differenze, come se fossero fotogrammi di un film trattenuto dal rallentatore.

Alcune foto risultano mosse perché devono registrare il movimento, mentre altre sono centrate rispetto alla luce che si diffonde sulle superfici. Lo scatto rappresenta la differenza tra un apprendimento visivo del volume e la forza pura, tra il manifestarsi della produzione fotografica e la sorgente digitale che la genera.  Attraverso il telefonino riunisco tanto la modalità di ripresa delle foto quanto il dispositivo che ne modifica l’esposizione, senza poi alterare i file per il processo di stampa o attraverso altri software, come Photoshop.
Queste foto ho cominciato a raccoglierle in funzione di una videoinstallazione che avrebbe dovuto, fin da principio, spingere un soggetto (la luce ritratta) verso l’estrema cornice dell’inquadratura, con l’intenzione di creare nell’ambiente della proiezione stessa un luogo che fosse adatto alla resa tridimensionale di alcune parole codificate. Durante il lockdown, infatti, ho analizzato le numerosissime immagini che comparivano nelle newsletter, arrivate via e-mail. Rappresentavano un metro di connessione con il mondo esterno. Mi sono domandata se esistesse un minimo comun denominatore che le collegasse. Così, dopo una serie di tentativi di sistematizzazione, ho cominciato a ridurre ogni file di ogni singola immagine ad un solo pixel per un solo pixel, con l’intento di scoprirne il colore medio dominante. Volevo decifrare quale fosse l’unità di misura minima per ciascuno di quei file-guida che mi restituivano, rappresentativamente, frammenti di quel che succedeva al di fuori.

Attraverso Photoshop, ho registrato, per ciascun pixel, i parametri relativi al gradiente: Colore, Luminosità e Saturazione (Hue Brightness Saturation). Il fatto che mi ha colpito è stato trovare in questi parametri quantitativi del colore una particolare relazione che mi permetteva di realizzare un modello dalla forma tridimensionale, un diagramma che mantenesse un aspetto logico nei confronti della ricerca iniziale. L’interpretazione dei dati che avevo raccolto, condensando le immagini, mi ha concesso di applicare questa struttura d’analisi a un nuovo campo iconografico e lessicale.
Al momento, infatti, avvalendomi del motore di ricerca di Google sto studiando un procedimento che mi permetta di ragionare, a livello cromatico prima, e a livello prototipale successivamente, come variano le estremità di determinati valori raccolti. Dati interpretati a partire dalle immagini che vengono indicizzate e associate a parole oggi stereotipate, che tendono all’inflazione. Uno dei miei obiettivi è comprendere se le informazioni contenute in un pixel, e cioè nell’unità minima dei pacchetti di dati, di qualsiasi contenuto, possano trasformarsi in atomi irriducibili, oppure in nuove espressioni di conoscenza.

* Silvia Hell ha qui anticipato il progetto inedito che sta sviluppando per Summer In, la residenza promossa e ospitata da FuturDome dal 18 maggio al 31 luglio 2020, a cura di Atto Belloli Ardessi e Ginevra Bria.
Il progetto ha previsto il coinvolgimento di quattro artisti – Silvia Hell (1983, Bolzano), Domenico Antonio Mancini (1980, Napoli), Fabrizio Perghem (1981, Rovereto) e Sara Ravelli (1993, Crema) – che lavorano in quattro diversi ambienti del palazzo, selezionati a seconda di diverse esigenze compositive e tecniche.
Gli spazi espositivi e di lavoro non prevedono l’ingresso al pubblico, ma permettono agli artisti di risiedere e di soggiornare, in piena sicurezza e autonomia, all’interno dei 2000 mq, dell’edificio di via Giovanni Paisiello 6. I quattro artisti hanno la possibilità di sviluppare nuovi lavori che saranno parte di un primo percorso di avvicinamento e di familiarizzazione con gli spazi di FuturDome, in vista di futuri progetti espositivi monografici.


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I (never) explain è uno spazio che ATPdiary dedica ai racconti più o meno lunghi degli artisti e nasce con l’intento di chiedere a una selezione di artisti di scegliere una sola opera – recente o molto indietro del tempo – da raccontare.Una rubrica pensata per dare risalto a tutti gli aspetti di un singolo lavoro o serie, dalla sua origine al processo creativo, dall’estetica al concetto.