Exhibition view ‘Nature Morte’ 2019, courtesy Pierre Poumet Gallery, Bordeaux

Non ho mai amato la pittura dal vero

Quante meno cose la mente conosce e quante più tuttavia percepisce, tanto maggiore potenza ha di fingere e quante più cose conosce, tanto più quella potenza diminuisce.
Spinoza, Trattato sull’emendazione dell’intelletto (1677), vv. 1661-62.

Non ho mai amato la pittura dal vero, ho sempre trovato questa pratica molto noiosa.

Penso ad una forte relazione tra l’Arte e la Vita, le vedo come due cose per me inseparabili.
La mia pittura è fatta di quotidianità, ha regole molto precise, dipingo ogni giorno in modo molto metodico, la pittura scandisce il mio tempo, ne percepisco i cambiamenti nonostante a tratti io abbia come l’impressione di occuparmi sempre dello stesso quadro; in un certo senso una sorta di quadro infinito dilatato nel tempo, ma in piccole porzioni di spazio.

Il mondo apparentemente reale dei miei quadri appartiene esclusivamente al mondo della pittura, è come se utilizzassi un alfabeto interscambiabile, che di volta in volta arbitrariamente compongo a creare delle immagini.

Questa meticolosità è prima di tutto espressione di un bisogno individuale, di una ricerca intima. 

I miei quadri sono fatti di pieni, di vuoti, di fondali, di velature, che mettono in scena qualcosa all’apparenza molto banale: vasi di fiori, a volte frutti, altre volte contenitori che non contengo nulla; sono frutto delle mie sensazioni, li vedo come delle preghiere.

Nulla è lasciato al caso, ma allo stesso tempo cerco di non darmi troppe spiegazioni, o perderei la genuinità con cui mi approccio ad una tela bianca. 

Mi interessa dare al quadro una sorta di responsabilità diluita nel tempo, i quadri non devono invecchiare, ma devono rimanere giovani per sempre. Mi interessa una forma di eternità dell’immagine, della sua pelle, e questo mi porta ad esser sempre alla ricerca di una certa preziosità.

Vincenzo Simone, Ibisco, 2019, oil on linen, cm 25×33, private collection.

Il quadro di cui vi parlo è un lavoro del 2019 dal titolo Ibisco presentato in occasione della mia seconda personale alla galleria Pierre Poumet a Bordeaux, è un quadro che misura 25×33 cm, ci  racconta la vita di un fiore di Ibisco poggiato su una ciotola. Penso si tratti di un fiore appena reciso, i fiori di Ibisco infatti appassiscono subito dopo esser tagliati, eppure questo invece sembra molto vivo, luminoso e turgido; accanto al fiore possiamo notare un altro elemento che a guardar bene sembra quasi un batuffolo di cotone con uno stelo, ma non saprei affermarlo con precisione. 

C’è una linea di orizzonte che delimita un sopra e un sotto e poi un’altra linea quasi tratteggiata, nel bordo basso del quadro, a volte la uso per separare il nostro mondo dal mondo dell’immagine.

Nonostante le mie regole nel fare pittura, qualcosa mi sfugge sempre, ho sempre pensato che la pittura riesca ad essere più furba di chi la fa; nel momento in cui pensi di aver capito tutto, il tutto sfugge. 

Concetto Pozzati diceva: “È la stessa pittura che si fa fiore”, penso avesse pienamente ragione, ma penso anche, che le forme della natura siano sorprendenti più della stessa pittura, e quello che io faccio è la scelta di un oggetto, in questo caso proprio di un fiore, che reputo all’altezza di essere dilatato per un tempo infinito.

Vincenzo Simone, Ibisco, 2019, oil on linen, cm 25×33, private collection

Ha collaborato alla rubrica Irene Sofia Comi

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I (never) explain
 è uno spazio che ATPdiary dedica ai racconti più o meno lunghi degli artisti e nasce con l’intento di chiedere a una selezione di artisti di scegliere una sola opera – recente o molto indietro del tempo – da raccontare.
Una rubrica pensata per dare risalto a tutti gli aspetti di un singolo lavoro o serie, dalla sua origine al processo creativo, dall’estetica al concetto.