Davide Savorani – Something Else I Buried Deep – Installation view – CLER, Milano 2019

Bologna, 09.04.2018

Mollare tutto, abbandonare la routine quotidiana e le comodità per entrare nei meandri della terra.
Come gli speleologi, come i minatori, come i soldati e come i morti, come le radici delle piante, come le uova deposte dalle tartarughe, come le fondamenta delle case e come le metropolitane.
Come le grotte del nostro corpo: il buco del culo, il meato urinario, la cavità orale e il bulbo oculare, le narici e le orecchie.
Andare sotto. Scendere. Sottoterra, sottopelle, sottovoce.
L’andare sopra non è altrettanto affascinante.
Penso al primo tentato suicidio di Sylvia Plath che, nascosta dentro un cunicolo della legnaia, ingurgita i sonniferi della madre. O a La nube purpurea immaginata da M.P.Shield.
Penso ad Alfredino, a Ciccio e Tore.
Andare sotto per ripararsi e per nascondersi. Il kiwi depone le uova sotto terra, nonostante il rischio che un rettile le trovi e se le divori.
Penso ai canarini che venivano impiegati nelle miniere per segnalare eventuali fughe di gas grisou; alle città sotterranee costruite dalle formiche; alle uova del serpente; alle divinità ctònie, all’inferno e ai rifugi cultuali.
La fede, l’ostinazione, la destinazione. Il richiamo. Un magnetismo atavico.

Diario privato, Bologna, 9 Aprile 2008
Davide Savorani – Something Else I Buried Deep – Installation view – CLER, Milano 2019 (dettagli)

Ho “scoperto” gli Orridi di Rio Basino un pomeriggio d’estate del 1990.
A casa, e in paese, nessuno mi aveva mai detto dell’esistenza di quell’ingresso verso l’ignoto, custodito dalle frasche e dai calanchi che caratterizzano la Vena del Gesso.
Ero arrivato lì per caso, durante una delle tante passeggiate solitarie che facevo “di là dal fiume” come si diceva in paese, quasi a voler segnare un confine immaginario con un territorio ancora selvaggio e dominato dalla natura. Da bambino mi piaceva calarmi nei panni dell’esploratore e mettermi in situazioni complicate, come salire su un albero per non sapere poi come scendere, o sondare furtivamente luoghi considerati inaccessibili e vietati. L’idea del pericolo, la possibilità di una piccola avventura e di un po’ di dramma, svoltavano le mie giornate.
Ricordo bene la prima volta che sono entrato nell’orrido: l’acqua e il fango, le scarpe sporche e la certezza che, una volta a casa, mia madre mi avrebbe rimproverato.
Mi sono immerso progressivamente nel buio, facendo scivolare le mani sulle pareti umide e muschiose della grotta, accarezzando per un attimo la fantasia di rimanere intrappolato là dentro e di sparire misteriosamente, per sempre.
Ricordo poi la sensazione molto precisa – provata in seguito poche altre volte – di percepire chiaramente le pulsazioni della terra, e capire che ogni cosa attorno a me è viva e in movimento, dalle piante più piccole agli insetti invisibili, dagli alberi alle montagne. Essere soli, dentro una grotta, rende palese la nostra distanza dalla civiltà e le proporzioni si fanno evidenti: siamo esseri microscopici dentro uno dei tanti orifizi del mondo. È una sensazione bellissima e spaventosa.

Cosa meglio di una grotta può rappresentare la nostra relazione con il mistero?
Quale altro luogo può scatenare questa particolare tensione verso una destinazione immersa nel volume del buio? L’unico rivale è il cielo, ma qui le cose si complicano.

Davide Savorani – Something Else I Buried Deep – Installation view – CLER, Milano 2019 (dettagli)

What is it about the underground that both attracts us and scares us?

It is dark. You need a light. And if your light goes out, you’re dead. In the Middle Ages, caves were the place where demons lived. But at the same time, caves are a place of hope. We go into them to find minerals and treasures, and it’s one of the last places where it is still possible to have adventures and make new discoveries.

Non vedere e quindi caricare l’oscurità di segni e di significato.
Lo stesso avanzare istintivo verso un punto ignoto si ripete nel mio lavoro: seguo un’intuizione senza sapere dove mi porterà.
Fin dall’inizio sapevo che Something Else I Buried Deep doveva essere raccontato attraverso il disegno. Ero anche consapevole del fatto che portare il disegno al centro del discorso implicava un’esposizione più intima e meno filtrata del mio paesaggio interiore.

Se disegno e se scrivo, è soprattutto per liberare la testa. Sono i metodi più efficaci e meno dispendiosi che io conosca. Non per nulla sono forme riconosciute di self-therapy capaci di aiutarci ad elaborare alcuni dei passaggi più complicati della vita e, come nel mio caso, anche a veicolare il flusso di idee che si muove dietro ad ogni lavoro.
Per questo negli ultimi dieci anni ho accumulato quaderni e album da disegno dove gli appunti per un progetto si alternano a trascrizioni di sogni e incubi, a citazioni, tweets e posts che per qualche ragione sento il bisogno di non dimenticare.
Disegni e annotazioni; punti di sospensione, inversioni, flussi di coscienza e nevrosi della mano; quelle pagine sono senza dubbio le mie dichiarazioni più sincere, dei selfie non filtrati del mio umore ondivago. Liberi da qualsiasi ansia da prestazione, quei segni e quelle parole non sono stati concepiti per essere mostrati.

Ma come si presenta al pubblico questo genere di materiale? Non volevo mettere in moto quel rituale da guantini bianchi, ne tanto meno trattare i quaderni come delle reliquie da conservare sotto una teca aperti su pagine scelte. Con quale criterio poi?
Nessuno dei miei lavori è stato concepito per diventare un monumentino. Al contrario, credo che un’opera possa continuare a mutare nel corso della sua esistenza, magari fino a sparire. Per questo mi interessa ricontestualizzare i miei lavori, smontare una scultura o combinare due performance concepite in momenti e per contesti diversi. Non a caso ho un pessimo rapporto con le cornici perché mi sembrano soffocare i disegni.
Se guardi un mio lavoro su carta, vorrei farti pensare che potresti prenderlo con facilità: un’opera deve potere scappare.
E poi pensiamoci bene, quando si vende un’opera d’arte non sappiamo dove potrebbe finire, con quali elementi verrà messa in relazione. Anni fa, in un lussuosissimo appartamento sulla 5th Avenue, ho visto un piccolo Fontana appeso sopra la tazza di un cesso. L’ho trovato bellissimo.

Davide Savorani – Something Else I Buried Deep – Installation view – CLER, Milano 2019 (dettagli)

Per sfuggire alla celebrazione del mio archivio ho iniziato a scansionare le pagine dei quaderni, scegliendo quelle che ancora mi sembravano trattenere un discorso lasciato in sospeso, quelle che a un primo sguardo mi facevano dubitare del mio effettivo legame con loro: “Questo disegno non sembra mio, eppure lo è.”
Le ho trattate come frasi estrapolate da libri diversi, combinandole tra di loro senza volere trovare per forza un nesso in comune.
Mi interessava piuttosto il movimento azionato dalla giustapposizione dei segni e degli umori spesso diversi che questi lasciano trasparire. Ho cercato la coralità, senza preoccuparmi eccessivamente del caos che questa poteva generare.
Se quelle pagine-schegge erano degli attori, allora necessitavano di uno stage dove poter agire. L’ho trovato in una collezione di immagini che avevo scaricato da internet con l’intenzione di usarle per una nuova serie di disegni, che però non aveva ancora preso la forma desiderata.
Il soggetto di questi file a bassa risoluzione è sempre lo stesso: l’ingresso di una grotta, da quella che avrebbe visto nascere Zeus a quella dove si era rifugiato Osama Bin-Laden.
Nello stesso periodo in cui sono iniziati questi dialoghi ho cominciato a inseguire il sonno immaginando una storia.

Dear H.,

(…)
Lately, when I go to sleep, I imagine a child standing in front of a cave entrance. I follow him as he makes his way through ferns and tall grass. He is not afraid, and he knows where he is going. When he arrives in front of the cave, he stops. I see him from behind and slowly his gaze becomes mine: I notice the veins of the rocks, their porosity. The light that gradually fades into darkness, and vice versa. We listen, as if we are waiting for some remote signal, as if that unreachable depth was the only place in the world, of the world, capable of sheltering a chaos that doesn’t need to be organized, a language that needs no translation. It is as if, in front of all that darkness, we could finally make peace with all that we will never be able to explain.

Davide Savorani – Something Else I Buried Deep – Installation view – CLER, Milano 2019 (dettagli)

Something Else I Buried Deep è il titolo della mostra che Davide Savorani inaugurata da CLER, (via Padova 27, Milano) il 13 Giugno e che rimarrà aperta fino al 10 Agosto 2019.
CLER è un progetto espositivo avviato nel 2017 dall’artista Antonio Rovaldi e ospita all’interno dello studio che condivide con il fotografo Andrea Camuffo e i grafici Alessandro Costariol e Francesca Biagiotti. Lontana dalle dinamiche proprie della gallerie d’arte, CLER si propone invece come “una scatola dove per un periodo – breve o lungo esso sia – un artista dialoga con un altro artista in uno studio”.

Davide Savorani – Something Else I Buried Deep – Installation view – CLER, Milano 2019

Per leggere gli altri interventi di I (never) explain

I (never) explain è uno spazio che ATPdiary dedica ai racconti più o meno lunghi degli artisti e nasce con l’intento di chiedere a una selezione di artisti  di scegliere una sola opera – recente o molto indietro del tempo – da raccontare.
Una rubrica pensata per dare risalto a tutti gli aspetti di un singolo lavoro o serie, dalla sua origine al processo creativo, dall’estetica al concetto.