Davide Allieri, Billdor, 2018, ottone, 350 x 300 x 250 cm, veduta dell’installazione, Sergio Rossi Spa, San Mauro Pascoli (FC), Courtesy l’artista

Davide Allieri, Billdor, 2018, ottone, 350 x 300 x 250 cm, veduta dell’installazione, Sergio Rossi Spa, San Mauro Pascoli (FC), Courtesy l’artista

Billdor è una scultura interamente realizzata in ottone e rappresenta a grandezza naturale la struttura di un billboard. Un cartellone pubblicitario è uno scheletro metallico, realizzato in alluminio o acciaio, che viene solitamente installato vicino alle strade più trafficate o sui tetti dei palazzi nelle città ed ha il compito di ospitare pubblicità per informare i passanti. Nel mio caso, si presenta svuotato di ogni funzione ed esposto come vera e propria scultura. Il materiale, l’ottone, ne eleva il valore estetico e la preziosità.

Avevo pensato questo lavoro per una mia mostra personale nello Spazio Sanpaolo Invest di Ermanno Tassi a Treviglio, accompagnato da un testo di Ginevra Bria; l’anno seguente, dopo il MACRO di Roma, dove è stato selezionato per il Talent Prize, è stato presentato da Rossella Farinotti per un progetto da lei curato all’interno dell’azienda Sergio Rossi, nella sede a San Mauro Pascoli, vicino Rimini. Qui l’abbiamo installato sulla facciata principale, mettendolo in relazione con l’architettura dell’azienda, ed è entrato a far parte della collezione.

Il progetto Billdor, che io considero come un vero e proprio progetto, è una serie in divenire (non produco mai copie identiche, ma sempre opere differenti ed uniche), che nasce qualche anno fa, quando facevo il pendolare tra la mia città natale, Bergamo e Milano. Nei miei tragitti osservavo sempre questi elementi, semi abbandonati vicino i binari dei treni, alle strade e alle autostrade.

I cartelloni pubblicitari, le fondamenta di edifici mai terminati, gli scavi di cantieri, i tralicci dell’alta tensione, le costruzioni fatiscenti e vandalizzate. Tutta una serie di elementi che mi ha fatto pensare al paesaggio come fonte di ispirazione, al ruolo del monumento oggi, all’impatto dell’architettura nel contemporaneo. Tutto nel mio occhio veniva filtrato e trasformato in scultura. Tutto in lontananza appariva come uno studio di enormi e infiniti display vuoti, posti in uno spazio aperto. Tali elementi apparivano ai miei occhi veramente come sculture vuote, come sostegni inutili, che non servivano a nulla, defunzionalizzati, in attesa di qualcosa.

Davide Allieri, Billdor, 2018, ottone, 350 x 300 x 250 cm, veduta dell’installazione, Sergio Rossi Spa, San Mauro Pascoli (FC), Courtesy l’artista

Davide Allieri, Billdor, 2018, ottone, 350 x 300 x 250 cm, veduta dell’installazione, Sergio Rossi Spa, San Mauro Pascoli (FC), Courtesy l’artista

Delle fondamenta erette in un campo sono oggettivamente supporti mancati; un billboard su cui non viene incollata nessuna pubblicità è oggettivamente un supporto mancato; uno scavo abbandonato è oggettivamente uno spazio potenziale mai “iniziato” e quindi mancato. Ogni singolo elemento che può contenere qualcosa, ma per qualche motivo non ospita nulla, diventa automaticamente un display, un supporto mancato. Questi aspetti sono spunti interessanti per me quando inizio a pensare un progetto.

Il mio lavoro sui display vuoti nasce in realtà molto tempo prima di Billdor, coincide ad un’esperienza particolare. Mi trovavo in residenza con alcuni artisti e durante uno studio visit avevo dimenticato di riempire le mie teche e i miei piedistalli con alcune sculture che avevo lasciato ad asciugare all’aperto. Qualcuno quel giorno, passando nella stanza tutta allestita dei nostri lavori, guardò la mia area disallestita e disse: “Fantastiche queste sculture!”, scambiando letteralmente le teche vuote per sculture vere e proprie. Quell’esclamazione in seguito mi fece riflettere e ripensare moltissimo a tutto il lavoro realizzato fino ad allora: dopo un periodo di transizione, ricominciai un percorso tutto nuovo e focalizzato sulla questione del display.

Esistono già casi, come sappiamo, di artisti del passato legati a questa tematica. Già durante gli anni Settanta nell’arte concettuale se ne parlava e si tentava di superare l’idea di opera, di setting, di display e di supporto. Per quanto mi riguarda parlare di display significa inevitabilmente scontrarsi con la problematica del linguaggio. Il linguaggio visivo intendo, riferendomi in altre parole al “perché” e al “che cosa” mostrare, non al “come” mostrare.

Le domande alle quali cerco sempre di rispondere aprono tanti altri interrogativi legati al mondo contemporaneo che viviamo ora. I miei pensieri spaziano dal significato di copia e di originale al rapporto alterato tra soggetto e oggetto del desiderio; le mie riflessioni si concentrano sull’atto di riempire o di svuotare, sull’eterna contraddizione tra positivo e negativo, possibilità e potenziale, vuoto e pieno.

Davide Allieri, Billdor, 2017, ottone, 350 x 300 x 250 cm, veduta dell’installazione, Sanpaolo Invest, Treviglio, Courtesy l’artista

Davide Allieri, Billdor, 2017, ottone, 350 x 300 x 250 cm, veduta dell’installazione, Sanpaolo Invest, Treviglio, Courtesy l’artista

Sorrido sempre quando mi capita di partecipare come spettatore ai vari incontri in cui il “display” appare il tema della discussione e invece non è assolutamente affrontato in modo adeguato. Spesso vengono invitati artisti che illustrano solo come mostrare le proprie opere: se appese a testa in giù oppure seppellite nella sabbia o nell’acqua. Si soffermano solo sul “come mostrare” invece che, come dicevo, su “cosa” e “perché” mostrare. Questo “come” è semplicemente il setting o la creatività legata all’installazione delle proprie opere, cosa che non ha nulla a che vedere con il display in quanto linguaggio. Interrogarsi sul “perché” e su “cosa” mostrare oggi, in questo momento storico, significa addentrarsi nelle dinamiche vere del fare arte.

Nel mio caso il display è opera. Considero display ciò che sta dietro e/o in secondo piano. Un display è qualsiasi supporto che, posto come sostegno, aiuta la visione di un soggetto “opera”. Omettendo l’opera, e quindi il soggetto di un lavoro, si ha un contenitore vuoto ed unico. Un sostegno che espone se stesso, vuoto, al cui interno (o esterno) non vi è conservato nulla, diventa necessariamente contenuto, e quindi opera.

Un billboard senza contenuto da mostrare è un oggetto che si colloca in uno stadio di mezzo, che allude a una forma completa pur vivendo in totale incompiutezza. Il vuoto rappresentato da Billdor può esser letto da due punti fondamentali: il primo allude ad un possibile momento antecedente l’installazione di un oggetto o di un elemento (nel caso di un billboard, parliamo di una pubblicità o un’immagine), un momento che chiamerò “attesa”; il secondo, invece, allude ad un possibile momento conseguente all’installazione di qualcosa, ad una situazione che si è appena conclusa, dove un oggetto è stato appena rimosso, che chiamerò momento di “oltre-fine”. In questa visione tra un “prima” e un “dopo” che non conosceremo mai, Billdor si colloca nel mezzo di due poli e di due momenti, in un frangente in potentia di un “impossibile agire”.

Siamo di fronte ad un momento d’attesa, verso qualcosa che potrebbe essere successo in passato o verso qualcosa che potrebbe succedere in futuro. La staticità assoluta del Billdor è collocata in tensione tra due poli che si contendono un’apparente situazione bloccata tra “progresso” e “regresso”.

04_Davide Allieri, Billdor, 2017, ottone, 350 x 300 x 250 cm, veduta dell’installazione, Sanpaolo Invest, Treviglio, Courtesy l’artista

04_Davide Allieri, Billdor, 2017, ottone, 350 x 300 x 250 cm, veduta dell’installazione, Sanpaolo Invest, Treviglio, Courtesy l’artista

04_Davide Allieri, Billdor, 2017, ottone, 350 x 300 x 250 cm, veduta dell’installazione, Sanpaolo Invest, Treviglio, Courtesy l’artista

04_Davide Allieri, Billdor, 2017, ottone, 350 x 300 x 250 cm, veduta dell’installazione, Sanpaolo Invest, Treviglio, Courtesy l’artista

I (never) explain è una rubrica a cura di Irene Sofia Comi