Giovanni Giarretta, The Sailor, 2017, video Full HD, 9’, Courtesy dell'artista e Galleria Tiziana Di Caro, Napoli.

Giovanni Giaretta, The Sailor, 2017, video Full HD, 9’, Courtesy dell’artista e Galleria Tiziana Di Caro, Napoli.

The Sailor, 2017 è un video che ha ingurgitato molte mie ossessioni, immagini e letture.
Questo è un resoconto di alcune cose successe in quel periodo.

Lo studio-stanza era decisamente in disordine.
Teresa era tornata in Perù e la nostra relazione si avviava verso la sua inevitabile eutanasia.
Facevo molti turni di notte e di giorno ero in studio in uno stato d’ipnotica veglia. Collezionavo pagine di riviste naturalistiche stampate su entrambi i lati. Le appoggiavo sopra un lightbox in modo che le immagini si fondessero creando paesaggi surreali, fino ad allora nascosti. Questi altrove catturavano il mio sguardo per ore.
In un angolo dello studio filmavo polvere grigiastra che in controluce formava rudimentali cieli stellati. Illusioni a basso costo.

Ho letto che fino alla seconda metà degli anni Ottanta era accettabile che in un film di fantascienza, o in un fantasy, “gli estranei” o gli alieni farfugliassero parole senza logica.
Oggi creare una lingua verosimile è per il cinema uno strumento che dona maggiore realismo ad un universo inventato, che aiuta la sospensione dell’incredulità da parte dello spettatore.
Una lingua inventata è l’ossatura di una fantasticheria che diventa l’architettura di un paesaggio concettuale. Le parole, il ritmo e la pronuncia si intonano ad una storia non ancora esistente, proiettata privatamente nella mente del creatore della lingua.
In seguito, si potrebbe dire che parlare quella lingua inventata non significa solo farla vivere, ma far vivere le storie che in essa si sono sedimentate.

Sono sempre stato attratto da chi cerca di fuggire dalla realtà, di chi cerca di raccontarsi una storia, per poi crederci. Così ho iniziato a frequentare alcuni blog dei fan di Star Treck che parlano e cantano in lingua “Klington”. Ho letto alcune interviste di David J. Peterson che ha creato il “Dothraki” e il “Valyrian” nella serie “Games of Thrones”. Queste lingue sopravvivono alla fine della sceneggiatura ed entrano nella realtà quotidiana di chi decide di impararle. Le immagini dei film (ormai ridotte a fantasmi) continuano ad aleggiare nei meccanismi della semantica. Una lingua inventata è uno strumento che, indipendentemente dalla trama o dalla fine della sceneggiatura, si sviluppa, muta ed eventualmente si estingue così come tutte le altre lingue.

Giovanni Giarretta, The Sailor, 2017, video Full HD, 9’, Courtesy dell'artista e Galleria Tiziana Di Caro, Napoli

Giovanni Giaretta, The Sailor, 2017, video Full HD, 9’, Courtesy dell’artista e Galleria Tiziana Di Caro, Napoli

Nell’agosto del 2016 il linguista americano Paul Frommer (che ha inventato la lingua “Na’Vi” per il film Avatar) mi ha messo in contatto con Ney, una sua ex-studentessa. Attraverso la nostra corrispondenza ho avuto modo di avvicinarmi ad una persona che ha imparato il “Na’vi” durante una ricerca di identità, estendendo così la fantasia del film all’ordinarietà del suo quotidiano.

Da una sua email:

“I was 13 years old when I saw Avatar and learned the Na’vi language. Once I had watched the film I quickly learned all there is to know about the Na’vi, which included the language, and I became a Na’vi teacher — my main ‘job’. I learned the Na’vi language in a matter of weeks, very quickly (I’ve never been able to learn another language very well). Na’vi came so naturally to me that I’ve always felt I was never really learning a new language, but rather remembering an old one, perhaps from a dream… It’s like my soul-language, and I see it as my duty in life to spread my knowledge about everything Na’vi”

(“Avevo 13 anni quando ho visto Avatar e ho imparato la lingua Na’vi. Dopo aver visto il film ho imparato velocemente tutto ciò che c’è da sapere su Na’vi, il che includeva la lingua, sono diventata una maestra Na’vi – il mio principale lavoro. Ho imparato la lingua Na’vi in poche settimane, molto velocemente (non sono mai stata capace di imparare un’altra lingua così bene). Na’vi mi è venuta in modo così naturale che ho sempre percepito che non stessi imparando una nuova lingua, ma piuttosto ricordandone una del passato, probabilmente conosciuta in un sogno… È come se fosse la mia lingua dell’anima, sento che è il mio compito in questa vita spargere la conoscenza di tutto ciò che concerne Na’vi”)

Nei mesi a seguire Ney ha tradotto e poi registrato un mio testo ispirato ad un pezzo teatrale di Fernando Pessoa che iniziava così:

Uniltsarma oel txampayä tutanit, a tolatep fya’ot a kelkune, mì spono a lìm…
Sognavo di un marinaio disperso in un’isola lontana…

[…]

Ke tsun tivätxaw po ne atxkxe alu kelku tafral txo tsat zerok tsakrr ngä’än, alunta po sngä’i uniltsiva mipa atxkxet a ke larmu poru kawkrr, ngop fte poru livu, ulte frakrr larmu tsaw fneatxkxe aketeng, lahea pawngip, lahea sute.
Poichè non aveva modo di tornare in patria, e soffriva troppo ogni volta che il ricordo di essa lo assaliva, si mise a sognare una patria che non aveva mai avuto, un’altra specie di paese con altri paesaggi e altra gente…

I (never) explain è una rubrica a cura di Irene Sofia Comi