I (never) explain #141 — Mattia Barbieri

"In pittura spesso accade che il pensiero risieda proprio in “come” la superficie si palesa agli occhi, insomma come è fatto. La sfida sta nell’inventare un modo per mettere in scena il gesto, conducendo l’azione in abbandono e veicolando la scintilla dell’intuizione attraverso il volante della tecnica."
7 Aprile 2022
Mattia Barbieri, HOLY FOSBOURY, 2022, 110 x 210, oil and tempera on canvas

Artista selezionato da Simona Squadrito*

HOLY FOSBURY 

La Pittura è un gesto atletico.

Quando inizio un dipinto non progetto mai nulla, mi piace mantenermi a disposizione dell’attimo per tradurre una sensazione, un’intuizione appena arrivata o sedimentata da giorni. La mia riflessione volge da un lato verso questioni di natura semantica, dall’altro verso quelle di origine iconografica. In tal senso il “divertimento” si svolge nell’elaborazione di soluzioni tecniche che trovano coerenza tra l’oggetto della rappresentazione e il suo stato pittorico. 

La cosa più bella di un quadro è farlo. In pittura spesso accade che il pensiero risieda proprio in “come” la superficie si palesa agli occhi, insomma come è fatto. La sfida sta nell’inventare un modo per mettere in scena il gesto, conducendo l’azione in abbandono e veicolando la scintilla dell’intuizione attraverso il volante della tecnica. Mi piace sbandare.  Mi piace trovare l’inciampo, come trampolino di lancio per andare in zone che non avrei esplorato. Un po’ come perdersi in una grande città per scoprirne l’essenza, non quella facciata che un comune turista conosce. Meditare a lungo l’azione e intervenire rapidamente, considerando gli equilibri, l’armonia e sferrando i colpi di testa che l’imprevisto suggerisce mentre si lavora. È una sorta di dialogo con l’ignoto, un gesto atletico aperto alla cooperazione. 

Metti di pensare al quadro come un portale per andare da un’altra parte. 
Ecco, HOLY FOSBURY nasce così e lì c’è un atleta che scavalca la soglia verso l’altrove, come in  un’icona sacra, una Porta Regale che connette al divino.
Mi ricordo il salto in alto, alle scuole medie: lo stile Fosbury.
HOLY FOSBURY dunque è il metodo per compiere l’acrobazia, per valicare il limite. 

L’opera è appesa a pochi centimetri da terra, la misura di uno scalino a salire verso l’ingresso oltre il quale si accede all’indefinito. Lo spettatore si relaziona fisicamente con la tela, senza mediazioni dimensionali. Il quadro è un portale, una crosta ruvida oltre la quale pulsa un riverbero di luce. È un invito ad entrarvi. La pittura ci propone un mise en abyme costituito da più ambienti. 

Mattia Barbieri, HOLY FOSBOURY, 2022, 110 x 210, oil and tempera on canvas (detail)

A sancire la zona liminale è la presenza dell’arco, mentre la foglia e la sfera, uscendo dal confine quadrangolare con la loro natura scultorea, amplificano la bidimensionalità del dipinto accompagnando lo sguardo dentro la rappresentazione. 

L’Acrobata è nudo: inarcato su sé stesso replica il motivo architettonico e si conduce in alto, tra le stelle, entrando nella zona ignota con la quale si amalgama. La sintesi grafica che lo costituisce è spigolosa e la fisionomia del suo volto si associa ai lineamenti della figura nel fregio, come fosse già profeticamente scolpito nella pietra il ritratto di colui il quale raggiunge l’altrove. 

Come accade in Pittura, il metodo deve essere condotto secondo regole precise. L’atleta dunque compiendo l’HOLY FOSBURY può essere paragonato al pittore che opera calibrando l’equilibrio, contraendo i muscoli giusti, compiendo il salto, ma è anche metafora di una condizione umana che vale per tutti, da sempre, quella di attraversare nel corso dell’esistenza, volenti o nolenti, le proprie porte. 

Ma in fondo è tutto un pretesto per dipingere, usare un linguaggio cercando di fargli fare le capriole, cercando di contrarlo, in tensione tra grazia e grinta, per spingerlo verso il limite del pericolo formale, quella zona in cui se sbagli tutto cade e l’equilibrio è perduto.  

Come nel titolo di una mia mostra THE BUTTER MONK, il pittore è un monaco di burro che deve mantenersi fresco per conservare la propria essenza, per far si che il bicipite non si sciolga, insomma per tendere a una condizione che permetta il compimento di un’azione intatta.

O chi lo sa, forse è tutta una scusa per fare del movimento. 

Mattia Barbieri, HOLY FOSBOURY, 2022, 110 x 210, oil and tempera on canvas (detail)
Mattia Barbieri, HOLY FOSBOURY, Ambiente 2022, 110 x 210 cm, oil and tempera on canvas

Ha collaborato Simona Squadrito*
Per leggere gli altri interventi di I (never) explain

I (never) explain – ideato da Elena Bordignon – è uno spazio che ATPdiary dedica ai racconti più o meno lunghi degli artisti e nasce con l’intento di chiedere loro di scegliere una sola opera – recente o molto indietro del tempo – da raccontare. Una rubrica pensata per dare risalto a tutti gli aspetti di un singolo lavoro, dalla sua origine al processo creativo, alla sua realizzazione.

Hanno contribuito alla rubrica Zoe De Luca, Simona Squadrito e Irene Sofia Comi

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