Matilde Sambo – Untitled, 2019 (dettaglio)

Disorientamento e stordimento, lasciarsi vivere dalle luci che ti attraversano come se non avessi consistenza.
Trasgredire al proprio senso di appartenenza, perché non esiste un centro.
Continuo movimento; niente sembra essere al posto in cui l’avevi lasciato.

I pensieri si annodano senza lasciar spazio nemmeno ad una sottile punta.

Esaltazioni esangui che si aggrappano a spine dorsali ormai corrose e bucate. Il calcare che si forma non è resistente, continua a sgretolarsi, frantumarsi, lasciando polvere che in un attimo vortica e si posa sembrando invisibile ma mantenendo consistenza.
Granello su granello.

Nina passeggia ciondolando, si è messa in strada, i capelli ancora bagnati le gocciolano sulla schiena lasciando segni sulla maglia.
Sa già che tra qualche ora il naso gocciolerà e la cute sarà gelida, permeata dal gelo che stringe le pareti del cranio.
Quella sensazione a lungo andare è gradevole: ti fa concentrare sull’esterno e non sull’interno. Puoi sentire le gocce trafiggere, renderlo più denso.
Sembra quasi di temprare il corpo.
Piano la pelle si abitua a rimanere fredda, a perdere sensibilità, le superfici metalliche diventano prolungamenti e amiche, porti in cui sentirsi legati

“E se ci appoggiassimo a questa parete?”
Escrescenze ed ecchimosi
Nina inventa parole, aggancia alfabeti, allaccia afoni pensieri articolando assenze.

La parola, dicono, parti dalla parola, da quello che si è sedimentato nella memoria. Usalo così come fai con i movimenti.
Quel corpo capace di allungarsi, camminare, anche solo stare in piedi senza pensarci ogni volta. Automatismi meccanici.

Assecondare i vortici fa spellare la carne, la rende molle al punto di diventare un’inutile, informe bianca poltiglia.

Lambire lembi di pelle smembrata, sminuita e smaltita. Estrarre

Sembra che il sole non voglia scaldarle la pelle. Ogni volta che si stende sulla sdraio i raggi paiono rimbalzarle addosso.
Sta immobile ad osservare il cielo finché non le lacrimano gli occhi.

Si parla sempre di trasparenza, non nascondersi, far vedere tutto. Questo Nina l’ha fatto suo, si muove e ogni suo gesto parla, racconta.

Esistere anche fuori dal proprio corpo, poterlo prendere e ribaltare, vederlo sotto ogni aspetto e angolazione: un esercizio costante, una conoscenza sempre nuova dello spazio abitato dal corpo.

Le scosse aiutano a far muovere i muscoli – questo era già profondamente necessario -, aveva imparato ad auto produrle; piccole scariche che riverberano lungo reticolati nervosi ed escono allo scoperto dai pori.

Aveva ripreso a camminare spedita, sentiva passare sotto i piedi i sassi che conosceva uno ad uno, aveva fatto quella strada infinite volte…

C’era sempre un profumo che non sapeva descrivere, ma che restava attaccato come spore nelle narici, durava abbastanza da poterlo riportare ogni tanto in superficie.

Quando stava sulla sponda brulla, poteva già vedere sé stessa nell’acqua, in equilibrio. Poteva finalmente lasciare libero il corpo, sospeso ma sorretto.
Muovendo con attenzione i muscoli il baricentro era stabile ma mobile.
Il sole faceva danzare piano le gocce, illuminate a riposo tra i capelli.

“Da qui vedo meglio” .

Matilde Sambo – Untitled, 2019

Per leggere gli altri interventi di I (never) explain

I (never) explain – ideato da Elena Bordignon – è uno spazio che ATPdiary dedica ai racconti più o meno lunghi degli artisti e nasce con l’intento di chiedere loro di scegliere una sola opera – recente o molto indietro del tempo – da raccontare. Una rubrica pensata per dare risalto a tutti gli aspetti di un singolo lavoro, dalla sua origine al processo creativo, alla sua realizzazione.

Hanno contribuito alla rubrica Zoe De Luca, Simona Squadrito e Irene Sofia Comi