Mer de plusieurs noms, ricamo su jeans, 2020, laboratorio di ricamo presso Connecting Cultures, Milano, foto Max Monnecchi

Il Mediterraneo non è solo geografia.
I suoi confini non sono definiti né dallo spazio né dal tempo. 
Non sappiamo come fare a determinarli e in che modo: sono irriducibili alla sovranità o alla storia, non sono né statali né nazionali: somigliano al cerchio di gesso che continua ad essere descritto e cancellato, che le onde e i venti, le imprese e le ispirazioni allargano o restringono.

Predrag Matvejević . Breviario Mediterrano

Vorrei parlare di un’opera che sfugge per sua natura ad ogni descrizione, si tratta della geografia di una identità impossibile.
Nel corso dei secoli il Mar Mediterraneo è stato conosciuto dalle popolazioni che vi si affacciavano con almeno dieci nomi differenti: il più noto è senza dubbio il nome assegnatogli dai romani: “Mare Nostrum”, per gli arabi eraالبحر الأبيض المتوسط‎, al-Baḥr al-Abya al-Mutawassiṭ, ossia Mar Bianco di Mezzo, per i turchi “mare bianco” e per gli ebrei Hayam Hatikhon (הַיָּם הַתִּיכוֹן), “il mare di mezzo”, dalla radice etimologica si evince senza dubbio che il suo significato è il mare di mezzo o mare in mezzo alle terre.

Ma se ci spostiamo a livello locale, solo lungo le coste italiane, troviamo nomi legati alla zona: lo stesso mare assume il nome di Mar Ligure, Tirreno, di Sardegna, di Sicilia, Ionio, Adriatico, potrei dilungarmi ancora, e tutto ciò solo per svelare il titolo dell’opera in oggetto: Mer de plusieurs noms.

Mare dai molti nomi, ma anche molte forme, andando a ritroso nel tempo si possono individuare una moltitudine di mappe da cui possiamo notare come il perimetro di questa distesa d’acqua salata cambi e si trasformi; le sue coste in alcune epoche vengono rappresentate sinuose e ampie, in altre strette e frastagliate, poi spigolose e geometriche, tutto per mano del cartografo che traduce graficamente i racconti dei viaggiatori.
Le mappe sono una descrizione parziale o falsata del mondo, facilmente influenzabili dalla politica o dalla religione, ma sono rassicuranti perché indicano dove ci troviamo e da cosa siamo circondati, ci danno l’illusione di controllare un territorio o il mondo intero.

La mappa da cui sono partito è stato il Planisfero di Anassimandro (610-546 a.c.), la particolarità è che la parte più importante della mappa non sono le terre, bensì l’acqua. A partire da questa mappa, ho deciso di centrare la mia rappresentazione sul mare, ho viaggiato nel tempo tra i disegni cartografici, per capire come il mare venisse rappresentato, ma ribaltandone il punto di vista: il bacino del Mediterraneo diventa un corpo fisico che galleggia nel blu del jeans, tratteggiato dal ricamo bianco dei suoi margini. 
Ho selezionato sedici mappe: a partire dalla Grecia antica, fino alla mappatura satellitare di Google; le ho poi sovrapposte, stratificandole una sopra l’altra, nella corretta scansione temporale, con la medesima scala; il risultato finale è l’impossibilità di riconoscere le sue forme e i suoi confini.

Un mare dai molti nomi, dalle molte forme la cui identità è impossibile da rappresentare. 

Ettore Favini, Au revoir. Carré d’art Nimes. mars 2020.
Mer de plusieurs noms, ricamo su jeans, 2020, 250 X 170 X 25 cm, foto Max Monnecchi
Mer de plusieurs noms, ricamo su jeans, 2020, 250 X 170 X 25 cm, installazione presso Carrè d’Art Contemporaine, Nîmes, foto C.Eymenier

Ha collaborato Simona Squadrito

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I (never) explain – ideato da Elena Bordignon – è uno spazio che ATPdiary dedica ai racconti più o meno lunghi degli artisti e nasce con l’intento di chiedere loro di scegliere una sola opera – recente o molto indietro del tempo – da raccontare. Una rubrica pensata per dare risalto a tutti gli aspetti di un singolo lavoro, dalla sua origine al processo creativo, alla sua realizzazione.