I (never) explain #102 – Lula Broglio

"A Torino, trascorso un po’ di tempo, si inizia a diventare parte dell’architettura. Io per esempio mi sento un po’ come un palazzo degli anni Cinquanta, quelli con i lampadari di vetro, grandi e squadrati, che quando ci passi sotto hai paura che ti caschino in testa. Parlo di quegli edifici con gli ingressi ricercati, accoglienti e silenziosissimi con quella moquette fanè e polverosa, ma nonostante tutto con un bel colore vivace e felice."
1 Dicembre 2020
Lula Broglio, Voom Voom, olio su tela, 160×180 cm, – Courtesy l’artista

VOOM VOOM

Voom Voom è uno storico disco pub Torinese, ma è anche un’onomatopea che rimanda a una Torino post-Fiat.
Voom Voom per me è sinonimo di Torino, una dark lady occulta, emarginata, riservata, coltivatrice di mistero che in molti hanno cercato di far diventare luminosa e potente senza mai riuscirci. 

Non c’è più di un chilometro di distanza da casa mia ai palazzi di granito che accolgono sontuosi appartamenti nel centro città, ma quello che è certo è il forte contrasto sociale che si nota tra un quartiere e l’altro. 
Avendo lo studio vicino a casa, le mie abitudini non mi portavano mai nelle vie più sofisticate della città. Così, pian piano, ho finito per dimenticarmi del contrasto, spesso improvviso e impattante – una caratteristica forte e identitaria della città, che da sempre mi affascina.
Il contrasto in tutti i suoi aspetti, da quello sociale a quello architettonico, è notevole: sono poche le città che riescono a riunire cosi tanti stili differenti in un modo particolarmente bizzarro ma estremamente armonioso.

Anche i suoi abitanti si comportano in un modo particolarmente discordante. Inizialmente rimani avvolto dalla loro estrema gentilezza e cortesia che con il tempo si trasforma in una strana riservatezza, che assume un tono di superiorità verso tutto ciò che gli è estraneo.
Per questi motivi ho iniziato ad impormi una nuova routine: passeggiare di notte per le vie del centro, possibilmente in settimana in modo da sentirmi più sola, con lo scopo di acquisire la stessa attitudine che potrebbe avere un fantasma.

È vero che a Torino non ci si sente mai soli, anzi, dopo qualche anno che si vive la città si inizia a diventare parte dell’architettura:
si ha la sensazione di trasudare smog; 
si ha la sensazione di conoscere tutti, persino la madama con il cashmere bucato di via dei Mille, che per anni hai scambiato per una clochard;
si ha come la sensazione di essere parte della nebbiolina mattutina.

Inoltre Torino si distingue dalle altre città perché è una grande produttrice di polvere. Infatti la si può trovare in tutti i suoi interni: sopra le credenze dei migliori salotti, sotto i tavoli del Ristorante del Cambio, sopra le mensole degli ultimi negozi aperti in Via Roma, sopra le mele del supermercato più chic della città, sulla punta del naso del signore che beve un caffè e legge un giallo nel dehor di una piola in Piazza Vittorio.

Si può trovare la polvere anche in esterno specialmente sui marmi freddi che sorreggono le cornici di legno delle entrate dei negozi; altrimenti basta fare la prova, e sedersi su una panchina in Piazza Carignano per vedere la sagoma del tuo sedere o di quello che ti ha preceduto, rimasta impressa sulla panca.

Ad ogni modo la polvere è un’altra componente che ti fa compagnia quando scopri la città per la prima volta, se non la cerchi non la vedi, ma se sei consapevole della sua presenza non ti sentirai mai solo (forse perché la polvere scientificamente è un misto di pelle umana e smog). 

Lula Broglio, Voom Voom, olio su tela, 160×180 cm, dettaglio. Courtesy l’artista

Come dicevo prima, a Torino, trascorso un po’ di tempo, si inizia a diventare parte dell’architettura. Io per esempio mi sento un po’ come un palazzo degli anni Cinquanta, quelli con i lampadari di vetro, grandi e squadrati, che quando ci passi sotto hai paura che ti caschino in testa. Parlo di quegli edifici con gli ingressi ricercati, accoglienti e silenziosissimi con quella moquette fané e polverosa, ma nonostante tutto con un bel colore vivace e felice. Magari anche con un bel mosaico sulle scale d’entrata di un artista dal nome difficile, che persino l’anziana portinaia non riesce mai a ricordare né di chi sia né quando sia stato fatto esattamente.

Quando ti senti un’architettura è come se avessi dentro di te delle finestre, tramite cui, se ti affacci riesci a percepire delle presenze. Per presenza intendo un’immagine o soggetto che si palesa davanti ai tuoi occhi mentre chiudi e apri le palpebre. Una figura che compare e scompare in meno di un millesimo di secondo, che poi non sei più in grado di capire se ciò che hai visto sia reale o meno.

Anche la luce è fondamentale. 

Tutta l’illuminazione pubblica italiana è particolarmente gialla e calda. Atmosfera diversa rispetto al resto dell’Europa, che invece è illuminata tutta a led. Gli altri paesi difatti risultano come se fossero tutti dentro un grande frigorifero, con quella luce blu e fredda, che mi provoca sempre molto fastidio quando viaggio per altre capitali europee.

Torino oltre a tutti questi lampioni dai toni caldi è anche illuminata dalla luce delle vetrine e dalle grandi insegne luminose e colorate che la caratterizzano, creando un perfetto connubio di luci soffuse che ci porta in un’atmosfera accogliente ma allo stesso tempo enigmatica.

È con questa attitudine e queste premesse che ho iniziato a passeggiare in notturna.
Una di quelle sere ero in Galleria Subalpina ad osservare le stravaganti ma decadenti vetrine di negozi, caffetterie e ristoranti tutti ormai chiusi e ormai già appartenenti alla dimensione onirica. Era notte profonda, quando a un certo punto sentii una fantomatica presenza dietro di me. 

Ho subito pensato a un uomo solitario che camminava velocemente o a una ragazza che tornava a casa di corsa, insomma sentivo correre. Ponendo più attenzione mi accorsi che si trattava di un passo dolce e quasi impercettibile, ma comunque era qualcuno che andava di fretta. Mi voltai e vidi un cane correre verso la galleria. Era un bellissimo levriero dall’aria spocchiosa. Quando si ritrovò davanti a me iniziò a camminare lentamente ed elegantemente, come se mi volesse far capire che anche lui faceva parte architettonicamente del contesto in cui ci trovavamo. 

Aveva il “naso all’insù” e la coda era nascosta nel suo cappottino blu (di velluto imbottito) che mi ricordava le sedute di un bar di inizi novecento. Era sicuro di sé, per questo non ho voluto cercare il padrone, voleva fare il suo trotto come io volevo farmi la mia passeggiata. 

Il levriero scomparì, e all’improvviso la vetrina di fronte a me si illuminò di una luce rossa e poi si spense, ripetendo questo effetto per quattro volte. 

Non sentii più il classico gelo serale, anzi, iniziai a sudare e a sentire un tepore particolare, successivamente trasformatosi in un calore intenso. Forse stava per accadere qualcosa di importante o forse no, quello che è certo è che iniziai a correre con eleganza proprio come il levriero, portando queste sensazioni dentro il mio studio e iniziai a dipingerle.

Lula Broglio, Voom Voom, olio su tela, 160×180 cm, dettaglio. Courtesy l’artista
Courtesy l’artista
Courtesy l’artista

Ha collaborato Irene Sofia Comi

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I (never) explain – ideato da Elena Bordignon – è uno spazio che ATPdiary dedica ai racconti più o meno lunghi degli artisti e nasce con l’intento di chiedere loro di scegliere una sola opera – recente o molto indietro del tempo – da raccontare. Una rubrica pensata per dare risalto a tutti gli aspetti di un singolo lavoro, dalla sua origine al processo creativo, alla sua realizzazione.

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