Domestic Domains I, 2012
  Domestic Domains III, 2012
 Domestic Reflections 5, 2012
 Domestic Reflections 8, 2012
 Catch, Fall, Tonight, 2012
Veduta parziale della mostra 
Photo courtesy T293, Roma
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Sono finiti i tempi romantici quando, taccuino alla mano, l’artista (sicuramente malinconico), prendeva appunti disegnando. Ora non si ‘usa’ più appuntare sensazioni o dettagli della propria esperienza facendo schizzi. In ogni caso, penso che il tasso di romanticismo non sia mai diminuito  neanche nelle giovanissime generazioni di artisti contemporanei.
Uno di questi è sicuramente Henrik Olai Kaarstein (Oslo, 1989), artista in mostra alla T293 di Roma con la mostra ‘Turning and returning’.
Alla bella età di 23 anni l’artista compie il tentativo di afferrare  quella sfuggevole e apatica sensazione che si prova negli alberghi quando, annoiati, si nota quanto l’ordine viene – entropicamente – meno. Lenzuola stropicciate, asciugamani zuppi e aggrovigliate, shampoo rovesciato, macchie, sporcizia, disordine sovrano. Tutto ciò, da sempre, ha istigato l’immaginazione degli artisti – dai raffinati paesaggi di polvere di Man Ray/Duchamp ai Merz di Kurt Schwitters, ma anche Robert Rauschenberg,   Mc Charty, Noble e Sue Webster ecc ecc. – quasi sempre con esiti imprevedibili e interessanti. 
Kaarstein parte dalle proprie  esperienze – svuotare case o alloggiare in albeghi di lusso rubando asciugamani o altro – per dar vita a rappresentazioni che oscillano tra dettagliati prelevamenti del reale a paesaggi astratti fatti per impressioni. 
Dopo aver passato un’estate a collezionare tessuti, si concentra sulla raccolta di asciugamani trovati/rubati/presi in hotel, bar, saune o nella spazzatura. Adagiati, strizzati, annodati, tesi con cura o lasciati (sembra) al caso, l’artista incolla gli asciugamani sopra al fogli di plexiglass o su piani di piastrelle. Non rifiniti, slabbrati, questi collage materici stimolano ad immaginare qualcosa d’oltre. Ma anche restando a pochi centimentri dall’opera/pavimento, questa estetica dello squallore e del ‘rifiuto’, la pittoricità del ‘basso e sporco’ non è banale. E se lo è, la banalità diventa dunque fine per speculare, per farsi domande. La sensazione che mi stimolano queste opere è dunque la stessa che potrebbe darmi uno schizzo fatto a matita. Solo che alla velocità e istintività del disegno, Kaarstein preferisce lunghe prove e riflessione. Mi raccontano che l’artista fa e disfa, ribalta, stacca, prova, rovescia. A volta il fronte diventa il retro, il basso diventa l’alto: gesti che, traslati al concetto, rivelano una certa consapevolezza (o almeno sembra). 
Perdersi tra le sfumature o inorridire per la capacità dell’artista di lavorare ‘sul tanto poco’?
Le sculture -la parte della mostra che apprezzo meno – perdono un pò della concentrazione che invece apprezzo nelle opere a parete. Sviluppate con la dimensione di un tavolo e un letto, le due installazioni raccolgono oggetti disparati, da limoni di plastica, pezzi di tela, bicchieri capovolti, colla, pigmenti ecc.