Giuseppe Gabellone, Senza Titolo, 2009 stampa digitale, cm 52 x 35

Courtesy Studio Guenzani

Nell’ ultima serie composta da 8 fotografie, Giuseppe Gabellone dimostra una coerenza inossidabile. Artista quasi intoccabile, parco di parole come di enfasi, con queste opere mantiene fede alla sua quasi ‘sudditanza’ (ma forse è amore) per la fotografia. Il meccanismo è quello che caratterizzava molti dei suoi lavori di 10 anni fa: la costruzione di sculture che, dopo essere fotografate, saranno distrutte. Sempre l’eterno dilemma: fotografie di sculture o sculture di fotografie? Affascina sempre questa tensione tra un prima e un dopo, senza dubbio. Ma a parte questo aspetto, a caratterizzare questa nuova serie è la leggerezza e la giocosità che diffonde. La scelta del piccole formato (52 x 35 cm) intensifica l’effetto delle grande tele svolazzanti. Ognuna mostra volti di ragazzini che giocano, sorridono, si rincorrono, alternate con close up di metalli che fondono o rocce lunari che sembrano nascondere le tracce di un volto. Le tele, appese a strutture metalliche sostenute da blocchi di cemento, sono state immortalate mentre ondeggiano al vento: vibranti, anche grazie all’intenso contrasto tra il bianco e il colore, le immagini contrastano con lo sfondo. Gli ambienti dove sono state collocate le strutture, sembra luoghi abbandonati, parcheggi, piazzali di ex fabbriche. Stride la gioiosità delle tele con la melanconica atmosfera di questi luoghi periferici, senza vita.

E’ forse il primo dei lavori di Giuseppe Gabellone che, e questo è un mio personalissimo pensiero, si apre ad un’atmosfera intima, triste, molto umana.



E’ appena stata pubblicata su exibart una ‘simpatica’ (nel senso etimologico del termine… sin-pathos: con passione, peccato che l’effetto che alla fine suscita sia una gran compassione!) recensione. Firma Emanuele Beluffi



Quello che posso fare è citarvene dei brani perchè rasentano veramente il surreale:

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Il retroterra per dir così concettuale si riafferma fortemente nell’amore (piace leggere così la pratica espressiva di Gabellone) per la limpida luminosità degli sfondi rispetto ai quali sopravvengono – quasi imponendosi – gli oggetti-sculture, monoliti di kubrickiana memoria, apparentemente enigmatici eppur semplici nella loro potenza espressiva.

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Per Gabellone l’apparato iconografico occasiona una ricerca sul volume : le fotografie in mostra raffigurano palesemente una suggestione tridimensionale, plastica e scultorea.

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Ribadendo e potenziando la cifra del suo essere artistico che una volta racchiuse in questa riflessione col sembiante della perentorietà : “Quando realizzo un’immagine, questa è anche una scultura ”.

Ditemi voi dove andremo a finire!!!!!