• Giovanni Giaretta, Variations on a Nightshift, 2018, exhibition view - Courtesy Tiziana Di Caro, Napoli
  • Gianni Giaretta, La Casa - Frame da video
  • Giovanni Giaretta, Variations on a Nightshift, 2018, exhibition view - Courtesy Tiziana Di Caro, Napoli
  • Giovanni Giaretta, Variations on a Nightshift, 2018, exhibition view - Courtesy Tiziana Di Caro, Napoli
  • Giovanni Giaretta, Variations on a Nightshift, 2018, exhibition view - Courtesy Tiziana Di Caro, Napoli
  • Giovanni Giaretta, Variations on a Nightshift, 2018, exhibition view - Courtesy Tiziana Di Caro, Napoli

In occasione della sua personale Variations on a Nightshift - in corso fino al 17 marzo 2018 negli spazi della Galleria Tiziana Di Caro di Napoli – abbiamo intervistato Giovanni Giaretta (artista nato a Padova nel 1983 e attualmente di casa ad Amsterdam) che presenta una serie di opere realizzate nel 2017. Spaziando tra diversi mezzi espressivi – il video, l’installazione, la fotografia e la scrittura – la ricerca di Giaretta è accessibile mediante livelli eterogenei d’interpretazione: lo stesso artista costruisce – “talvolta in modo quasi ossessivo” – i suoi soggetti. Definita da Giaretta ‘innamoramento’, l’attrazione che lo lega ai soggetti delle sue opere sono l’esito di una continua, e forse estenuante, elaborazione.

Segue l’intervista con l’artista —

ATP: Le tue opere sono l’esito di lunghe e approfondite ricerche, tanto che le definisci ‘collage’. Il motivo di questa definizione è perché sono l’esito di riferimenti, documentazioni, collegamenti a volte insoliti tra immagini, testi e suoni. A cosa è dovuta questa lunga e articolata gestazione del tuo lavoro?

Giovanni Giaretta: Ho la sensazione che le approfondite ricerche siano in realtà costanti ossessioni, che poi taglio, ricolleggo e monto assieme. Il lavoro ‘arriva’ quando cerco di uscire dalla fase di forte innamoramento verso un soggetto, una sorta di guarigione o di metamorfosi dell’ossessione in lavoro.

ATP: La mostra che presenti alla Galleria Tiziana Di Caro, “Variations on a Nightshift”, comprende una serie di opere recenti, prodotte per lo più nel 2017. A cosa si riferisce il titolo “Variations on a Nightshift” e quali sono le tematiche che affronti in questa mostra?

GG: Quando abbiamo iniziato a parlare con Tiziana (Di Caro) della mostra abbiamo subito concordato che avrebbe incluso il video “The Nightshift”, un lavoro che ha avuto una genesi articolata e che prende il via da un testo che ho scritto per descrivere aspetti e sfumature dell’esperienza di “lavorare di notte”. Non posso propriamente dire che tutta la mostra parla del lavoro notturno, questo no, però è come se la mostra sviluppasse in modi diversi aspetti del testo di “The Nightshift”
“Bisogna reggere il gioco del “far finta che sia giorno” ed è per questo che il turno di notte ha a che vedere con la finzione, una sorta di auto indotta illusione filmica a cui si crede senza credere […] Ha sicuramente a che vedere con il fantastico perché vivi come un vampiro, scambiando la notte con il giorno, per poi essere uno zombie nelle ore diurne. […] L’alba esordisce sempre lenta, creando un ipnotico e piacevole stato confusionale nella mente di chi l’ha attesa. Il piacere nasce da un’impalpabile alterazione nella percezione delle cose, uno stato di veglia che fertilizza l’immaginazione preferendola all’aspetto del reale.
Queste illusioni auto indotte sono elementi comuni alle opere in mostra che pongono l’attenzione alle alterazione percettive e ai vari fantasmi che ne derivano.
Da qui, l’appropriazione del termine musicale “variazione”, funzionale all’idea di riproporre un determinato tema modificato negli aspetti formali e declinato poi nelle varie stanze della galleria.

Gianni Giaretta, La Casa - Frame da video

Gianni Giaretta, La Casa – Frame da video

ATP: Cosa ti interessa, nello specifico delle “alterazioni percettive” e della “memoria visiva”?

GG: Mi interessano i fantasmi che si generano da un’immagine o da un’immaginario mancante. Penso ad alcune scene di film che si sedimentano nella nostra testa e a come le alteriamo costantemente. Mi interessano gli inganni del nostro sguardo perché generano fantasmi.
Ci sono delle ricerche condotte da Vic Tandy, un ingegnere inglese, che mi hanno sempre affascinato (a prescindere da qualsiasi validità scientifica) e connettono le apparizioni di fantasmi alla presenza di infrasuoni negli spazi. Secondo questa teoria ogni parte del corpo possiede una precisa frequenza di risonanza in corrispondenza della quale gli infrasuoni avrebbero effetti indesiderati, come malessere o particolari sensazioni spiacevoli. Una frequenza attorno ai 19Hz, non è udibile da orecchio umano ed entra però in risonanza con i globi oculari affaticandoli in modo anomalo, provocando così lievi allucinazioni visive.

ATP: In mostra presenti la video installazione “La casa (ostinato crescendo)” realizzata in Louisiana con il supporto di Deltaworkers e del Mondriaan Fonds olandese. In cosa consiste questo lavoro? Quanto ti ha influenzato la diversa realtà in cui hai vissuto?

GG: Sono cresciuto guardando film horror spesso ambientati nel sud degli Stati Uniti. Così quando sono partito, prima ancora di vivere lì, avevo già una certa idea di Louisiana. Erano “altrovi cinematografici” che privatamente proiettavo nel cinema della mia mente: una fiction che spesso precede il mio sguardo e si insinua come un filtro tra il paesaggio che mi circonda e la retina dei miei occhi. In Louisiana, il mio immaginario si è sovrapposto agli elementi del reale e ha poi dato vita al lavoro video.
La casa (ostinato crescendo) cattura una serie di architetture tipiche e spesso utilizzate nel cinema horror: dalla casa abbandonata, all’imponente ed isolata casa vittoriana, alla casa delle bambole. Le riprese e il sonoro del video contribuiscono a creare quell’aspetto di tensione emotiva e di attesa tipico del genere horror, le architetture “recitando” come attori, evocano una possibile narrazione oltre l’ordinario.

Giovanni Giaretta, Variations on a Nightshift, 2018, exhibition view - Courtesy Tiziana Di Caro, Napoli

Giovanni Giaretta, Variations on a Nightshift, 2018, exhibition view – Courtesy Tiziana Di Caro, Napoli – Foto  Danilo Donzelli

ATP: Con la serie “Everything into Something Else”, ti confronti con il linguaggio fotografico. Cosa rappresentano o racconti queste immagini in bianco e nero?

GG: Everything into Something Else è una serie di lavori fotografici che mostrano vari “specchi ciechi”: antichi specchi di bronzo di varie epoche la cui superficie è stata corrosa e hanno quindi perso la capacità di riflettere le immagini. In qualche modo questi oggetti contengono tutte le apparizioni del passato che un tempo si riflettevano sulla loro superficie.
Poiché fotografare significa esporre il film alla luce, stampo le immagini nel loro negativo restituendo così un riflesso differente alle superfici ormai ossidate. Questi negativi sono come dei calchi fotografici, fantasmi parzialmente presenti nella foto e nell’immaginazione di chi li guarda.

ATP: In mostra esponi anche un lavoro che ha strette relazioni con una tua esperienza lavorativa come portiere di notte. Mi racconti com’è nata quest’opera?

GG: Direi che è nata di notte, dietro alla scrivania della reception :-)
Per un periodo ho lavorato all’Aalborg Hotel di Amsterdam (oggi si chiama The Arcade Hotel) e ho iniziato facendo turni di notte per otto mesi. Il primo pensiero (molto ingenuo) è stato “Se lavoro di notte posso avere più tempo per i miei progetti…” In realtà non è proprio andata così. Ad un certo punto mi sono accorto che il modo in cui svolgevo questo lavoro era quasi una performance in cui invertivo completamente la notte con il giorno. Ero anche interessato a fare questa esperienza perché immagino un futuro (nemmeno troppo lontano) in cui non ci sarà più una distinzione lavorativa tra giorno e notte, ventiquattr’ore sette giorni su sette. L’unico modo per “accettare” il lavoro era per me giocare a fare finta che fosse giorno. Ovviamente “la notte la si porta a casa” nel senso che di giorno (quando non dormi) sei costantemente in uno stato alterato di coscienza.
Per alcuni mesi ho raccolto appunti, preso nota delle mie sensazioni, girato materiali video (mentre lavoravo) e fatto registrazioni audio dei vari ambienti. Raccoglievo tutti i materiali senza un’idea precisa del risultato finale. Filmavo sopratutto riflessi sulle finestre, ombre ed immagini che erano trabocchetti visivi. Tra i tormenti del montaggio, è nato poi il video.

Giovanni Giaretta, Variations on a Nightshift, 2018, dettaglio - Courtesy Tiziana Di Caro, Napoli

Giovanni Giaretta, Variations on a Nightshift, 2018, dettaglio – Courtesy Tiziana Di Caro, Napoli –  Foto Danilo Donzelli

Giovanni Giaretta, Variations on a Nightshift, 2018, exhibition view - Courtesy Tiziana Di Caro, Napoli

Giovanni Giaretta, Variations on a Nightshift, 2018, exhibition view – Courtesy Tiziana Di Caro, Napoli – Foto Danilo Donzelli