Close to Virohlati, the Salpa Line, a fortified defense line built in 1940-1941 to protect Finland from the entry of harmoured tanks from Russia. The Salpa line is 225 km long, made of 350,000 stones weighting about 3 tonees each. The defense line was built by about 70,000 soldiers, and is considered the main reason that even prevented the Russians to invade Finland.

TerraProject Photographers è un collettivo di fotografi fondato in Italia nel 2006 da  Michele Borzoni, Simone Donati, Pietro Paolini e Rocco Rorandelli. La loro area  di ricerca è quella della fotografia documentaristica legata a temi sociali e ambientali.
TerraProject Photographers ha sviluppato un centinaio di progetti sperimentando inoltre un lavoro di scrittura collettiva.
REPLICA – archivio italiano del libro d’artista – ha intervistato il collettivo in occasione alla loro partecipazione a FRUIT Exhibition, il festival dell’editoria indipendente. Per conoscere ulteriormente TerraProject, collegatevi domani dalle 14 tramite l’applicazione Zoom di FRUIT.

REPLICA: Come nasce il progetto? Da dove nasce l’esigenza di fondare  un collettivo?

TerraProject: Il collettivo nasce nel 2006, dopo che negli anni precedenti ci eravamo conosciuti durante la nostra formazione come fotografi. Avevamo collaborato organizzando alcune mostre insieme e pensammo che potevamo promuovere insieme il nostro lavoro in modo più efficace che da soli. Così inizialmente è nato un sito comune dove mostrare i nostri progetti, da li poi è nata l’idea di creare dei progetti collettivi.
L’esigenza è nata dalla volontà di condividere un percorso, di collaborare e non di competere. Ha sicuramente anche un significato politico in questa epoca di individualismo e di innovazione rispetto alla figura del fotografo solitario. 

RE: Nello statement di TerraProject  si legge che avete sperimentato un originale approccio alla scrittura collettiva: di cosa si tratta esattamente?

TP: I progetti collettivi sono realizzati da tutti e quattro i componenti del gruppo, ma con uno stile concordato a priori e firmati con il nome del collettivo e non come fotografi singoli. Prepariamo le storie insieme e facciamo un editing privilegiando l’omogeneità visiva del progetto, così che sembri realizzato da un solo fotografo. La storia che raccontiamo è per noi più importante dello stile del singolo. Questo ci permette anche di affrontare temi molto grandi e complessi, che da soli sarebbe più difficile realizzare, soprattutto con i tempi rapidi dell’editoria. E’ stato sicuramente un modo di lavorare che ci ha caratterizzato e identificato fin dall’inizio e ci ha aiutato a emergere.

RE: I vostri reportage di denuncia, come ad esempio Workforce -Day laborers, incentrato sulle condizioni di vita in Italia dei lavoratori stranieri del settore agrario, o The smoky land, dedicato alla gestione dei rifiuti in campagna, oppure  L’Aquila 2009-2019, dedicato alla città terremotata, ai suoi abitanti  e alle sue rovine, hanno poi generato un cambiamento ? Hanno smosso l’opinione pubblica e la politica? 

TP: Assolutamente no. Sicuramente hanno reso più cosciente molte persone, siamo riusciti a diffondere informazioni su alcuni temi importanti, ma dopo tanti anni di lavoro sappiamo che la fotografia difficilmente riesce a cambiare il mondo che ci circonda, tranne in alcuni rari casi. Se riusciamo a sensibilizzare e creare una reazione nelle persone che guardano le immagini è per noi già un successo. E per quello che abbiamo imparato sicuramente la fotografia ci ha aiutato a cambiare noi stessi, che è forse la cosa più importante che possa fare. Ad esempio dopo aver lavorato 2 anni sul progetto Land inc, che affronta il tema dell’impatto dell’ agricoltura industriale nel mondo, abbiamo iniziato a mangiare in modo diverso e a influenzare con i nostro comportamenti le persone intorno a noi. Abbiamo anche esposto il lavoro al parlamento europeo, ma le multinazionali del cibo non hanno cambiato di una virgola il loro modo di produrre. Se ci pensiamo bene, negli ultimi anni le foto che hanno avuto un grosso impatto sull’opinione pubblica non sono foto di fotografi, ma foto di persone che vivono i fatti. Ad esempio le foto delle torture perpetrate dai soldati americani ad Abu Ghraib.

RE: Avete mai rischiato la vita durante la realizzazione dei vostri reportage?

TP: In genere non ci occupiamo di guerre o cose troppo pericolose, ma sicuramente ci sono stati momenti in cui abbiamo dovuto non pensare ai rischi o affidarci a persone esperte dei contesti in cui ci inserivamo per poter lavorare senza rischiare troppo. Penso a contesti come miniere illegali o fatiscenti o l’entrare in quartieri in mano a narcotrafficanti dove tutti sono armati, ma almeno ci siamo risparmiati teatri di guerra, per ora.

Awassa, Ethiopia, March 2012. Armed guard in the Elfora company from Saudi Arabia. In the background the left over of the wheat cropping. A private agro-industrial company of Midroc Ethiopia established in 1997 through the acquisition of eight livestock and meat processing plats. Elfora is engaged in the production of canned food, poultry products and various crops.
Boscofangone, between Nola and Marigliano. An illegal garbage dump under a bridge.

RE: Avete qualche rimpianto di non essere stati presenti con le vostre macchine fotografiche in  luogo preciso in un tempo determinato?

TP: A volte è successo, di non essere li o di esserci e non poter fare la foto che si vuole. Si dice che spesso le foto migliori sono quelle che si scattano con gli occhi. Il processo fotografico è sempre in bilico, si è sempre nella tensione di essere al posto giusto nel momento giusto, ma questa tensione serve a farti muovere a tenerti concentrato, ma è inevitabile che qualche volta le cose non si controllino e vadano in modo diverso da come le avevi immaginate. A volte magari non dipendono da te, come la variabile degli agenti atmosferici.
In generale la nostra è una fotografia lenta, ed i nostri lavori sono spesso realizzati in tempi lunghi, quindi non lavoriamo molto sulla cronaca e sulla velocità. La pazienza è un elemento fondamentale del nostro lavoro.

RE: TRAVEL è il focus tematico principale scelto per l’edizione 2020 di Fruit Exibition.  La parola viaggio può evocare diversi significati: c’è chi pensa ai viaggi interstellari, chi invece a quelli interiori, chi invece pensa sopratutto alla vacanza e così via. Per voi il viaggio cosa significa?

TP: Molti dei nostri progetti sono il frutto di un viaggio e comunque di un processo esplorativo di un territorio, ci piace camminare e ci piace scoprire, lasciandoci sorprendere da ciò che non ci aspettavamo. Spesso la fotografia è così, trovi cose che non avresti mai immaginato all’inizio del progetto, è così che ogni progetto si trasforma in viaggio. La fotografia è un processo a doppio senso, si guarda verso il mondo e si lascia che il mondo guardi dentro di te. Quando si scatta c’è un movimento verso l’esterno e uno verso l’interno, una buona fotografia contiene entrambe le cose. Per questo anche l’atto in se del fotografare a molto che fare con il viaggio che è un moto interno ed esterno, allo stesso momento fisico e spirituale.

RE: Qual è la vostra posizione rispetto al fenomeno attuale conosciuto come citizen journalism?

TP: Come dicevamo prima molte foto importanti degli ultimi anni sono state scattate da persone qualunque. Abu Ghraib, le proteste in Iran e tutte le primavere arabe, la prima immagine della morte di Gheddafi e così è per molti fatti di cronaca. Le immagini più veloci e più forti vengono spesso dalle persone che stanno vivendo in prima persona quegli eventi.

Questo non vuol dire che non ci sia bisogno di fotografi professionisti e autori che possano lavorare in profondità con una competenza e prospettiva differente. Un po’ come la scrittura, tutti sanno scrivere, ma non tutti sono scrittori o giornalisti. E’ importante comprendere questa differenza ed è importante che chi legge e riceve informazioni sia sempre più consapevole dell’origine delle informazioni e guardi sempre le immagini con spirito critico. Purtroppo in realtà sembra che le cose stiano andando nella direzione opposta e l’opinione pubblica abbia sempre più difficoltà a recepire in modo critico le informazioni.

REPLICA: Potete commentare la selezione di 5 scatti che avete selezionato come commento visivo a  questa intervista?

TP: Abbiamo scelto 5 immagini appartenenti a 5 progetti collettivi differenti. Come vedete nei lavori di gruppo lavoriamo principalmente sul ritratto e sul paesaggio proprio per creare una narrazione semplice dal punto di vista stilistico per dare priorità al racconto e alle informazioni che le immagini portano con sé.

La prima fotografia, fa parte di un progetto che proprio un viaggio realizzato lungo i confini esterni della Russia verso l’Europa, dove abbiamo esplorato le barriere fisiche e le culture che vivono in questi complessi territori. La seconda immagine è un ritratto dal lavoro sopracitato sull’industria agricola ed il business della terra fertile. La terza è un paesaggio della terra dei fuochi, mentre la quarta fotografia è un ritratto realizzato in Kosovo, dove abbiamo girato tutto il paese in occasione dei 10 anni di indipendenza e infine l’uliva immagine selezionata è un paesaggio del kosovo, ma si riferisce a un  un lavoro  che abbiamo realizzato sui territori in cui fu utilizzato maggiormente l’uranio impoverito durante la guerra dei Balcani.

Selatin Dudaki, teacher at the caritas school in the Rom and Askari district of Ferizaj-Uroševac. Selatin Dudaki, teacher at the caritas school in the Rom and Askari district of Ferizaj-Uroševac.
Ruins on the road between Pec and Dakovica.