Testo di Marta Orsola Sironi —

Giovanni Leghissa sostiene che l’archivio sia prima di tutto una condizione di possibilità per la trasmissione del sapere. Secondo lo studioso, che si tratti di un aggregato involontario di materiali successivamente organizzato, di un sistema programmaticamente classificato in virtù di una data funzionalità o della sedimentazione di esperienze conservate con cura, esso ha sempre a che fare con il concetto di memoria.
E’ infatti sia un luogo fisico sia un sistema mentale il cui compito è conservare e raccogliere dati, artefatti, idee, eventi e testimonianze, e certificarli attraverso la propria stessa esistenza. Parlando per metafore si potrebbe pensare a quelle case chiuse da tempo che ancora racchiudono le tracce, gli oggetti e il ricordo di coloro che vi hanno vissuto; forse costoro sono scomparsi, ma quelle pareti restano lì, apparentemente mute, a ricordare che sono esistiti.
Basta aprire quelle porte e interrogare i muri, le cose che vi sono rimaste perché i fantasmi escano dagli angoli e tornino a raccontarsi a noi. In questo, forse, sta l’aspetto della possibilità cui si riferiva Leghissa: se gli si presta ascolto, se gli si pongono domande, l’archivio risponde e rispondendo produce per noi un significato. Tale significato sarà foriero di una condensazione di quella memoria che lì stagionava in potenza, del sapere che in essa è stato codificato dal tempo e, ugualmente, di tutte le nuove rielaborazioni che la nostra mente, il nostro background esperienziale e culturale, possono generare al contatto con queste informazioni.  Appare chiaro, dunque, come l’archivio non abbia niente (o quasi) a che fare con il vecchio e lo stantio, ma sia piuttosto (o debba esserlo) un dispositivo attualissimo capace di riattivarsi al contatto con chi gli si appresta, rimettersi in moto per produrre nuovo senso, usando come benzina proprio i quesiti e la capacità ricettiva di chi sta si relaziona a lui. Il suo, dunque, se gliene si dà il modo, è un continuo potenziale di significazione. Nostro, invece, il compito di dargliene occasione.

Una lunga premessa questa mia per introdurre un’iniziativa di grande valore. La Fondazione Ratti di Como durante il lock down non si è rassegnata all’immobilità, ma ha colto la palla al balzo per prendersi cura del proprio archivio e rimetterlo in gioco. Dopo trentacinque anni di attività, spesi virtuosamente tra conferenze, incontri, workshops, seminari e pubblicazioni, che hanno riguardato vari ambiti, quali l’arte contemporanea, la storia del tessuto, l’antropologia, la letteratura e la cultura d’impresa, la Fondazione dispone oggi di circa 800 cassette e VHS, delle quali per ora è stato digitalizzato il 30%, e molti altri materiali. Rewind è il progetto nato negli ultimi mesi per valorizzare e condividere con il pubblico queste straordinarie risorse. Parole chiave di questa operazione sono ri-ascoltare e re-imparare, guardare indietro per andare avanti. A cadenza bisettimanale, infatti, sul suo sito FAC sta postando gli interventi delle personalità che l’hanno frequentata, come Alanna Heiss, Allan Kaprow, Lea Vergine, Enrico Ghezzi e molti altri. Le prime due tappe di questo reenactment è stata la pubblicazione delle conferenze Alanna Heiss, PS1 e oltre del 17.12.2010 (Rewind 001) e Marina Warner, Affinità elettive: lo sciamano, l’ospite e il linguaggio delle cose del 05.07.2007 (Rewind 002), ascoltabili su soundcloud e scaricabili tramite appositi testi in pdf. Dal 30 luglio era inoltre disponibile quella tenuta da Lea Vergine il 3 aprile del 2009, L’arte come specchio di paure e desideri.

In Archeologia del sapere Marcel Foucault definiva l’archivio come un “a priori storico” che garantisce la storicità del sapere. Concorre, infatti, alla formazione di nuove prospettive sul mondo, in quanto vi sono conservati strumenti e attrezzi utili per ridefinire un quadro della realtà. Apprendere dal passato per capire il presente e, perché no, immaginare il futuro. Futuro, sì, perché l’archivio è in continua evoluzione. Nelle mani di conservatori, archivisti e fruitori che lo modificano, di volta in volta, aprendone le potenzialità, applicando un ordine nuovo e mai statico fatto di tutte le riflessioni che da lui ripartono, rafforzate dalle storie ivi conservate, per narrare la contemporaneità. Questa la challenge della Fondazione Ratti di Como, che si mette a disposizione, oggi più che mai, con la vocazione didattica che le è propria, per aiutarci a ristrutturare i tempi nuovi che ci è dato vivere.