How Far Away is Mars,   Installation at T293,   Rome,   June 19 - September 07,   2013 Courtesy T293 Napoli/Roma,   Foto Roberto Apa

How Far Away is Mars, Installation at T293, Rome, June 19 – September 07, 2013 Courtesy T293 Napoli/Roma, Foto Roberto Apa

Se ve lo chiedono, la risposta è: 78, 39 x 106 km o 56 milioni di chilometri, circa

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Marte dista dalla terra milioni di chilometri, anzi, milioni di anni luce. Queste super dimensioni non scoraggiano l’uomo contemporaneo (assetato di spazio, potere e immaginazione) che ha progettato di metterci piedi nel 2035. Ipotesi, progetti, prospettive vanagloriose. Si fa un bel parlare di ampliare la prepotenza umana nell’ignoto spazio distante, accontentando anche i più speranzosi astronauti in fasce. Quanti di noi non hanno mai sognato di fare i cosmonauti su una luccicante navicella? Tra fughe dell’immaginazione (e noi poco distanti da Venezia ne sappiamo qualcosa), tra decenni di visioni cinematografiche futuriste, tra letture fantascientifiche, i pianeti, le stelle e le orbite sono oramai a portata (ideale) di tutti. Ad attrarci resta sempre e comunque l’ignoto: ciò che c’era prima di noi, di ciò che ci sarà dopo, o, come in questa disquisizione, nello spazio oltre noi, restiamo sempre attratti e affascinati dallo sconosciuto, il lontano, il misterioso.

Anche la comprensione di un’opera è, per molti versi, un ‘buco nero’, una regione di spazio da cui nulla, nemmeno la luce, può sfuggire.  Una zona d’ombra della comprensione dove, nel bene o nel male, i ragionamento vanno a tentoni, di pari passo con le suggestioni, le assonanze del significato, le analogie.

La collettiva ospitata alla galleria T293, suggerisce propria l’aleatorietà del significato che un’opera può avere, la sua oscillante collocazione nello spazio ‘del senso’. Nel titolo della mostra, ‘How far away is Mars’,  non c’è il punto di domanda, dunque le opere, non si pongono come risposte possibile, bensì come tesi, come unità di misura da accettare o accertare. Ambigue ipotesi da studiare a loro volta, da osservare come tentativi visionari, come percorsi più o meno imprevedibili.

Nell’insieme, aleggia nella sala, tra un opera e l’altra, una strana atmosfera da ‘laboratorio’, dove alchimia, sperimentazione, casualità, diventano aspetti importanti se non sostanziali nella costruzione delle opere stesse. Il connubio naturale artificiale domina le grandi installazioni di David Douard, formate dall’accumulo di gesso, resina, inchiostro, legno, metallo, fiori finti, proiettori e schermo TV. Sculture post apocalittiche composte da ciò che si trova, da ciò che è rimasto della passata civiltà. Ha qualcosa di  ancestrale anche l’opera della coreana Anicka Yi: dei blocchi di glicerina che conservano delle ombre di oggetti, delle tracce o resti di ‘cose’ dimenticate. Quasi cinico il discorso di Daniel Keller. L’artista riduce la pratica meditativa di porre dei sassi uno sull’altro, in posizione verticale, in un passatempo commerciale. Cercati sul portale amazon, l’artista ha comprato un kit di sassi e lo ha poi fatto spedire in galleria per essere realizzato. Spazzando via la millenaria tradizione dell’arte che vuole questi totem di pietre come dei catalizzatori di energie, Keller riduce questa pratica a oggetto d’arte, definibile addirittura ‘readymade minimalista’.

Anche Mel Nguyen rovista nella storia secolare di una pratica che per fascino e mistero, ci porta ad un epoca in cui, luce e alchimia erano dei mezzi per rivelare l’aldilà. L’artista utilizza una tecnica di stampa che precorre la fotografia, la cianotipia, per dare vita a due piccole stampe. Le forme astratte sono generate dai sali di ferro – il ferricianuro di potassio e il citrato ferrico ammoniacale – che reagiscono con la luce. Indecifrabile scrittura, geroglifici proveniente da altri pianeti, questi segni sembrano nascondere delle verità tanto importanti quanto illeggibili. Vero e proprio laboratorio alchemico quello allestito da Andrea Magnani che, spegne la magica trasparenza e opalescenza della bolle di sapone, per trasformarle in escrescenze nere e opache. Il Tra effimere costruzioni in legno e spago, librerie e contenitori in ferro o legno, macchie e fluidi fluorescenti, pigmenti, dischi di argilla, fossili, colle ecc. Magnani porta in galleria un’atmosfera di misteriose pratiche alchemiche (più o meno inverosimili) da studiare con attenzione.

Nello sfondo, a dominare i racconti, le sperimentazioni ‘chimiche’, gli incastri temporali, su tutti il caso. L’artista Sunah Choi presenta una proiezione frutto di un’installazione nascosta dietro ad una tenda. La proiezione mostra uno strano gioco di elementi sferici che si muovono in modo frenetico. Sembra un breve film sperimentale degli inizi del secolo scorso. In realtà, altro non sono che le immagini prodotte da un proiettore per diapositive, su cui l’artista ha posto delle palline da ping pong e altri materiali mossi da alcuni ventilatori. Il caso (o caos) dunque genera lo stato delle cose. Ritornano i buchi neri e l’imprevedibile o incommensurabile sensazione di non sapere o, peggio, non capire.

Non possiamo fare altro che restare ad aspettare (o sognare) un tempo in cui riusciremo non solo a capire, ma dominare lo spazio ignoto della conoscenza legata all’ ‘opera d’arte’. La distanza che ci separa dalla luminosità della conoscenza all’oscurità dei significati intrinsechi nell’ ‘opera. Non so se sia auspicabile capire e vedere tutto.

Meglio restare nell’oscuro della nostra potente ignoranza.

Mel Nguyen,   Untitled,   2012,   cyanotype on paper / cianotipia su carta,   76 x 56 cm Courtesy T293 Napoli/Roma,   Foto Roberto Apa

Mel Nguyen, Untitled, 2012, cyanotype on paper / cianotipia su carta, 76 x 56 cm Courtesy T293 Napoli/Roma, Foto Roberto Apa

David Douard,   5ICK S4LIVA (vegetativ-them),   2013,   plaster,   resin,   ink,   wood,   metal,   fake flowers,   iPod,   sound work on headphones / gesso,   resina,   inchiostro,   legno,   metallo,   fiori finti,   iPod,   lavoro audio in cuffia,   200 x 80 x 80 cm (78 ¾” x 31 ½” x 31 ½”) Courtesy T293 Napoli/Roma,   Foto Roberto Apa

David Douard, 5ICK S4LIVA (vegetativ-them), 2013, plaster, resin, ink, wood, metal, fake flowers, iPod, sound work on headphones / gesso, resina, inchiostro, legno, metallo, fiori finti, iPod, lavoro audio in cuffia, 200 x 80 x 80 cm (78 ¾” x 31 ½” x 31 ½”) Courtesy T293 Napoli/Roma, Foto Roberto Apa

Sunah Choi,   Composition W,   2012,   overhead projector,   screen,   fans,   diverse objects / proiettore per diapositive,   schermo,   ventilatori,   oggetti vari,   Dimensions variable Courtesy T293 Napoli/Roma,   Foto Roberto Apa

Sunah Choi, Composition W, 2012, overhead projector, screen, fans, diverse objects / proiettore per diapositive, schermo, ventilatori, oggetti vari, Dimensions variable Courtesy T293 Napoli/Roma, Foto Roberto Apa