ATP: Si è appena chiusa a Colonia presso la Galleria DREI una mostra che ha coinvolto, insieme a te, anche altre due artiste:  Samantha Bohatsch (De) e Rowena Harris (Uk). Il filo conduttore che legava i tre singoli interventi ruota intorno al concetto di ‘teatro dell’improvvisazione’. Il tuo progetto ha per titolo ‘Whenever Standing In Between Whiles’.

Alice Guareschi: Ogni volta / che si sta / nel mezzo dei mentre.. Il titolo rivela un paradosso, o più semplicemente una tensione: il tentativo di conciliare lo stabile con l’instabile, lo spazio dello stare con il il tempo degli istanti che scorrono.

ATP: Che lavori hai portato e come ti sei confrontata con il tema?

AG: Nello spazio, le due stanze centrali della galleria, sono presenti tre segni: uno verticale, scultoreo, uno orizzontale sul pavimento, e un’immagine di piccole dimensioni, da qualche parte sulla parete, ad altezza degli occhi di chi guarda. L’elemento verticale è costituito da una parete specchiante: The Mirror House (about multiple truths and the real reality of real time images). Uno schermo dalla linea spezzata che riflette la realtà intorno in visioni parziali, istantanee oblique che l’osservatore è di volta in volta chiamato a ricomporre. L’opera, in alluminio smaltato e lastre modulari di specchio infrangibile, scintillante e finita sul davanti, rivela un retro più precario, in legno, come non destinato allo sguardo pubblico: simile alla quinta di un teatro, che esiste in funzione di una rappresentazione, e inevitabilmente segna il confine invisibile di un territorio oscuro, quella zona d’ombra tra il mondo reale e il mondo delle immagini. L’elemento orizzontale, sul pavimento, è invece il frammento di un Labirinto. O meglio, dell’immagine di un labirinto: nero e bianco, spazi pieni e spazi vuoti. Ma il criterio del tutto arbitrario che ne ordina le parti, ovvero il colore, fa sì che l’immagine, seppur presente per forma e numero degli elementi che la compongono, risulti momentaneamente sospesa, illeggibile. Così come sospesa è quella stessa idea di movimento a cui ogni labirinto silenziosamente invita. Messa in questione un’idea di orientamento inteso come il raggiungimento di un punto o di un obbiettivo preciso, rimane la potenzialità dello sguardo e del movimento soggettivo: non lineare, fatto di domande, di dubbi, di intuizioni e di continue, inevitabili, scelte. Il segno a parete è una piccola stampa in bianco e nero (Untitled): l’immagine di un sentiero che segna l’ingresso in una foresta. Tutti e tre i lavori, singolarmente e insieme, sono in un certo senso luoghi di passaggio, elementi che stanno in mezzo. Se ne stanno nello spazio, silenziosi come rovine senza tempo, a indicare un limite, una soglia che è necessario attraversare per riappropriarsi del piacere della composizione, del significato che si sceglie di dare a ogni indizio. L’invito è ad andare oltre il visibile, a sfidare e insieme a fidarsi della propria percezione, in un percorso che è in tutto e per tutto in ogni istante una ricerca di senso e di consapevolezza imprevedibile, mutevole e cangiante. Il perché lo ha detto molto semplicemente, e molto bene, Giovanni Anselmo in un’intervista del 1972: Negli ultimi tempi ho fatto spesso lavori che partono da idee che sono di volta in volta il tempo in senso lato, o l’infinito, o l’invisibile, o il tutto, forse semplicemente perchè sono un terrestre e cioè sono limitato nel tempo, nello spazio, nel particolare.

ATP: Hai sviluppato delle opere in stretta relazione con lo spazio espositivo, seguendo le coordinate classiche di orizzontalità e verticalità. Perché questa scelta?

AG: Verticale, orizzontale, e un terzo punto.. Il triangolo, come il cerchio, è una figura fluida. Ho pensato ai tre lavori in stretta relazione prima di tutto tra loro, e poi con lo spazio della galleria: mi interessava affermare l’autonomia di ciascuno, ma allo stesso tempo immaginarli come parte di un unico discorso. Non ne ho che conoscenze elementari, ma la geometria e il suo vocabolario mi affascinano.

ATP: Sfiori anche un concetto molto denso come quello di labirinto. Mi parli di questa scelta?

AG: Il labirinto è un’immagine, prima e oltre che uno spazio fisico. Una figura classica, fuori dal tempo e insieme dentro a ogni tempo, che mi sembra suggerire un possibile modo di relazionarsi al presente: come spazio destinato ad essere percorso, tempo di successioni rapide da ricomporre, quantità variabile di scelte da operare, serie di elementi da associare ma di cui cogliere anche il singolo riflesso cangiante. Nel labirinto, l’azione di perdersi e di trovare arrivano quasi a sovrapporsi.

ATP: Accanto a due installazioni, anche la foto di una foresta utilizzata come metafora della mente. La tua ricerca spazia molto sull’opinabilità e incertezza dei significati, siano essi linguistici o visivi. Anche in questo caso, mi sembra, cerchi di instillare dei dubbi su come percepire e capire lo spazio. Mi sbaglio?

AG: Anche la metafora della foresta è classica. Un altro luogo in cui ci si perde e ci si ritrova. Forse perché al centro del discorso per me c’è l’esperienza della realtà e delle cose (la mia, così come quella di chi guarda). Più che instillare dubbi, in generale mi sembra importante rivendicare l’importanza di un punto di vista soggettivo, affermare il valore della propria esperienza personale, e la necessità costante di movimento, sia mentale che fisico. I significati univoci e le didascalie mi annoiano.

ATP: A Milano hai recentemente presentato negli spazi della galleria Alessandro De March il libro White Yellow Red Black. A chromatic adventure. Mi racconti come nasce questa esperienza editoriale?

AG: Già nel 2009, poco dopo avere terminato il montaggio del film Bianco Giallo Rosso Nero. Un’avventura cromatica, realizzato grazie alla Borsa per la Giovane Arte Italiana del Castello di Rivoli, pensavo che mi sarebbe piaciuto chiudere l’esperienza di quel lavoro con un libro. L’occasione mi si è presentata l’anno a scorso a Parigi durante il periodo di residenza alla Cité des Arts, dove ho conosciuto Jan Steinbach e Edition Taube, la piccola bella casa editrice di libri d’artista con base a Stoccarda che ha fondato insieme a Jonas Beuchert e Tilman Schlevogt. Il risultato è un libro di 250 pagine in edizione numerata di 200 copie, immagini in bianco e nero a tutta pagina e un breve testo, quasi interamente stampato da noi con una Risograph Rp 3700, ad eccezione della copertina e di una piccola appendice a colori. Pensare un libro sia come contenuto che come oggetto, dal ritmo interno al respiro complessivo, dalla scelta della carta alla stampa, e lavorare direttamente alla sua materializzazione, passaggio dopo passaggio, è un’esperienza esaltante. Questo per me era il primo. Ho voglia di farne ancora.

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