Alfredo Aceto,    Alfredino,   Luce Gallery,   2013,   Torino

Alfredo Aceto, Alfredino, Luce Gallery, 2013, Torino

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La  Luce Gallery di Torino presenta “Alfredino”, la prima mostra personale di Alfredo Aceto (1991) con la galleria torinese (fino al 25 gennaio 2014).

Se di Maurizio Cattelan e Piero Golia si può dire che siano entrati nel mondo dell’arte passando dalla porta sul retro, Aceto invece sembra che cerchi di entrare passando da quella principale, possibilmente convincendo qualcuno ad aprirgli la porta o a lasciargli un duplicato delle chiavi. La sua pratica non si manifesta tanto nei lavori quanto nei rapporti umani che stringe per arrivare a realizzarli ed esporli, in un’abile e silenziosa “umanizzazione” dei meccanismi di un mondo dell’arte che, nonostante la giovane età, dimostra di conoscere e saper gestire molto bene.  

ATPdiary – in collaborazione con Matteo Mottin – ha fatto qualche domanda all’artista. 

ATP: Il lavoro principale della mostra “Alfredino” è “NGC 6543”, una balena che sembra ritratta un attimo prima di chiudere gli occhi per l’ultima volta. Come mai hai deciso di iniziare proprio con un cadavere? 

Alfredo Aceto: Perché credo che bisogna sapersi tuffare nel vuoto per poi rialzarsi. Spiaggiarsi per poi sentirsi dentro ad un ossessivo vortice di energie che portano altrove mi affascina. Al momento ho un’empatia quasi patologica con questa scultura che mi rende sotto shock ogni volta che mi ci confronto. Sono geloso di lei e credo lei sia gelosa di me, mi fa molta paura questa relazione. Ma credo che presto uscirò dal suo corpo per andare altrove. Rimarrà un’esperienza vissuta. Almeno spero, altrimenti avrà vinto lei.  Per quanto riguarda la parola “iniziare”, io non considero il lavoro in termini di evoluzioni. Creo le opere che ho in mente senza metterle forzatamente in relazione l’una con l’altra. Un artista penso sia una persona un pò più malata degli altri e quindi ogni tanto è costretto a sprigionare delle parti di sé per evitare di sgretolarsi prematuramente! E’ sempre una questione di sopravvivenza e non di mode.  NGC 6543 è una nebulosa planetaria che hanno scoperto nel diciottesimo secolo e che pare sia una delle più giovani mai analizzate. La NGC 6543 è collocata dentro al mio occhio che ho prestato a “NGC 6543”.

ATP: La balena è molto citata sia in arte che in letteratura, e questo la rende un soggetto abbastanza difficile da gestire. Cosa ti ha portato a decidere di usarla? 

A.A.: Molti artisti hanno realizzato una balena e questo mi diverte perché si può quasi fare un piccolo concorso: “La balena di Mai-Thu Perret ha vinto il primo round contro quella di Loris Greaud”.   Però dovevo proprio farla e non potevo nemmeno utilizzare la parola “gestirla”; non la gestisco. Lei è lì! Era già lì prima che mi impegnassi per realizzarla.   Come dici tu la balena è un simbolo carico di storia e di narrazione ma mi va bene anche se qualcuno vedrà la mia scultura semplicemente per ciò che è.  Forse è testimone di qualcosa che è cresciuto troppo e che ora è difficilmente manipolabile. Poi la balena detiene la memoria del nostro pianeta quindi è in perenne lotta contro il tempo.  A volte mi lascio precipitare negli strati più segreti e inquietanti della personalità o delle storie e quando riemergo non so mai cosa succederà. E’ sempre una questione di strati da attraversare. A volte mi sembra di implodere.

ATP: Sei nato a Torino ma vivi in Svizzera. C’è qualche motivo particolare che ti ha spinto a lasciare l’Italia?   

A.A.: Era da tempo che Claudia Cargnel mi consigliava di entrare all’ECAL da dove erano usciti alcuni suoi artisti così feci richiesta. Hanno accettato di farmi rimanere due anni anziché quattro così mi sono trovato in Svizzera.  Ho trovato un luogo incredibile per i suoi spazi e per la tranquillità che mi illude di non impazzire. In realtà vivo alla ricerca di luoghi e sensazioni che non ho mai nel momento in cui ne ho bisogno. E’ una ricerca compulsiva che cerco di tenere a bada anche se al contempo questo stato d’animo mi permette un forte distacco e un isolamento che spesso apprezzo.  Talvolta mi pare di vivere in un posto separato dal resto, circoscritto quasi fosse una piattaforma petrolifera. 

ATP: Gli animali ricorrono spesso nei tuoi lavori recenti. Potresti parlarci di questo aspetto?

A.A.: Forse ho letto troppe favole di La Fontaine. O forse non sono così ricorrenti. Non saprei!  In questo periodo sogno spesso dei lupi mannari che urlano accanto al mio letto. 

ATP: Uno dei lavori in mostra è un fumetto in cui racconti alcuni episodi importanti della tua vita. Trovo particolarmente interessante la scelta di questo mezzo. Potresti parlarcene?

A.A.: Prima di avvicinarmi all’arte mi avvicinai a Sophie Calle che vidi in un documentario in cui parlava della sua casa a Malakoff e iniziai a sviluppare un’ossessione compulsiva nei suoi confronti. Sophie rifiutava ogni contatto con me a causa della mia età e solo dopo anni di insistenza accettò di ricevermi e ancora successivamente le chiesi di tatuarmi la sua firma sul mio braccio.  Più avanti decisi che dovevo liberarmi di questo rapporto e consultai uno psicologo che mi suggerì di passare del tempo con un’artista diversa da Sophie in modo da poterla dimenticare. Mi divertì perché si trattava di una vera e propria ricetta di cucina così accettai la sfida e scelsi Paola Pivi.  Andai in Alaska da Paola per aiutarla in un trasloco ma non fu un periodo facile per me.  Ho sempre considerato questa storia come il mio avvicinamento all’arte ma anche come una vicenda difficile e troppo intima per essere regalata. Poi incontrai Roberto Cuoghi che mi aiutò a dare una forma a tutto questo ed è stato un insegnamento che ancora oggi mi commuove per l’intensità di quei momenti.  Questo fumetto riassume tre tappe fondamentali della mia infanzia e giovinezza che sono l’ossessione per Sophie, la magia di Paola e l’aiuto enorme che Roberto mi ha dato per tirare fuori una parte di me di cui avevo grande paura. 

ATP: La tua pratica è pervasa da una costante ricerca di attenzioni, e la cosa si riflette bene sia nel titolo della mostra che nei lavori esposti, ma poi tu in mostra non ci sei quasi: la tua presenza effettiva si trova solo nella forma dell’occhio della balena. Come mai? 

A.A.: Qualcuno una volta disse che quando si scrive la propria biografia non si ha il tempo di vivere. Così ogni tanto esco fuori per non cadere nel tranello!

Alfredo Aceto,    Alfredino,   Luce Gallery,   2013,   Torino

Alfredo Aceto, Alfredino, Luce Gallery, 2013, Torino

Alfredo Aceto,    Alfredino,   Luce Gallery,   2013,   Torino

Alfredo Aceto, Alfredino, Luce Gallery, 2013, Torino

Alfredo Aceto,    Alfredino,   Luce Gallery,   2013,   Torino

Alfredo Aceto, Alfredino, Luce Gallery, 2013, Torino

Alfredo Aceto,    Alfredino,   Luce Gallery,   2013,   Torino

Alfredo Aceto, Alfredino, Luce Gallery, 2013, Torino

Alfredo Aceto / Alfredino
Luce Gallery Torino 
untill 25/01
Developing his work in a creative path that passes through multiple and never truly resolved phases of growth, Alfredo Aceto, in spite of his youth, nurtures his own research by questioning his own self and, more in general, the ego that reigns in every person, if only on a latent level. The conceptual foundations of the work that thus takes form lie in the unconscious dimension of existence, at times conveyed by the artist in a narrative way, with reference to stories of life experiences, sometimes driven by an imaginary and almost dreamlike vision.
For Aceto, the notion of “identity” is a way of supplying a definite portrait of something that actually raises problematic issues when one tries to give it a precise form. In effect, it can seem like a way of being falsely thorough in an analysis that instead cannot help but remain partial and vaguely established. When the relationship to identity finds its way into a work of art, it becomes an ambiguous surface caught in a loop of representation of an ego that refuses to totally reveal itself. Often the question of identity remains lurking behind the corner, only to worm its way into artistic expression in various, different ways.
The self-portrait enters the oeuvre of Alfredo Aceto in forms that reveal themselves in utterly unexpected ways, manifesting themselves in a way that further emphasizes the limits of identity itself. The observer is faced with a congealed, immobile representation, but quickly finds a gate of entry to a universe that goes beyond the depicted artist. Almost as a pretext, the self-portrait is a tool of analysis, balanced between autobiography and abstraction.
If we observe an artistic production as a fragmented constellation of objects, we can see that some of them can easily be associated with the self-portrait, while others correspond to small witnessings of an inner world.
“Many of my representations contain an ego that establishes a relationship with the vestiges of mythological figures of all eras, which break up, leaving behind only their scent in the work. Idols of antiquity or of the present day, generated by the mind in the period prior to awareness of their identity. It is precisely thanks to this awareness or deeper understanding that the mystical quality of these entities crumbles, leaving in my iris an incomparable spectacle. I believe that my work is the result of a constant narration that relies on forms that different from one another and, in certain cases, the introduction of creatures that are cumbersome in every sense of the term.”
In the exhibition the actual-size whale constitutes the effigy of a sculpture, it to referring to the ego, appearing in a stately pose with one of the two eyes that belong to the artist. Almost without expression, it prompts us to touch a sort of spirituality.
In Indian mythology the whale conserves the memory of all of human history, and it has known all the living things that have passed through our planet. It therefore corresponds to a battle against time, with the aim of perceiving the true essence of the identity that Alfredo Aceto, perhaps, rediscovers in his own works, at times summed up in an artistic testament, as in “Alfredo was a little boy, Sophie was a charming woman, Paola performed an act of magic.”