Emilio Vavarella - Animal Cinema, 2017 - Installation view - Gallleriapiù Bologna

Emilio Vavarella – Animal Cinema, 2017 – Installation view – Gallleriapiù Bologna

In occasione della sua mostra RE-CAPTURE: Room(s) for Imperfection alla Gallleriapiù (fino al 20 gennaio), Irene Angenica intervista Emillio Vavarella.

Irene Angenica: RE-CAPTURE: Room(s) for Imperfection, ci puoi spiegare a cosa si riferisce il titolo, e che ruolo ha il termine “imperfezione” all’interno del tuo progetto espositivo.

Emilio Vavarella: Il titolo, così come le opere a cui fa da cornice, si presta a diverse letture. Da un lato, RE-CAPTURE si rifà all’idea di “dispositivo di cattura” – ricordandoci che siamo circondati da dispositivi il cui scopo primario è catturare la nostra attenzione, il nostro interesse, e i nostri dati. E, dall’altro si rifà ad una pratica artistica come la mia, in cui il catturare è il principio fondante di un accumulare, collezionare e rielaborare. Mi spiego meglio, l’artista è ritenuto molto spesso una sorta di antenna vivente – pronta a captare nuove conformazioni culturali perfino anticipandone gli sviluppi. A me pare, però, che accanto a questa definizione se ne siamo affermate già da tempo altre due. La prima è quella del cacciatore o ricercatore di idee, immagini e concetti. E la seconda è quella del sintetizzatore, o dell’organizzatore di archivi, database e collezioni. Le mie opere attraversano queste fasi in modo organico: prendono avvio da un qualche tipo di ricerca e di ‘cattura’, da un accumulo iniziale su cui poi intervengo per dar forma all’opera finale.
Il sottotitolo della mostra, Room(s) for Imperfection, si riferisce innanzitutto alle tre stanze di GALLLERIAPIÙ, ognuna delle quali presenta una mia diversa opera. In inglese, però, si usa la frase “to make room for…” nel senso di fare spazio a qualcosa. Room for imperfection, diventa dunque un invito a “far spazio” all’imperfezione: sia nel senso di dare spazio all’interno di una galleria a delle opere che si basano tutte su un qualche tipo di imperfezione, sia nel senso che io ho dato molto spazio all’imperfezione all’interno della mia pratica artistica.

I.A.: A proposito di imperfezione, l’idea di errore, di processo casuale all’interno del mondo delle macchine sembra essere parte integrante della tua ricerca artistica. Questo aspetto instaura un forte paradosso tra l’idea di produttività, tipica della macchina e del mondo industriale da cui essa proviene, e l’idea di incompleto, di improduttivo che porta a collocare alcuni dei tuoi lavori come versione 2.0. delle macchine celibi, mi riferisco in particolare a Do you like cyber?. Da dove scaturisce questa tua visione? Quali sono i tuoi riferimenti?

E.V.: L’imperfezione non è altro che il rovescio di una medaglia (una medaglia alla perfezione, se vuoi) che si vorrebbe fissa nel tempo, ma che invece fluttua costantemente sulla base di imprevedibili movimenti culturali. Alcuni artisti lavorano mossi da un ideale di perfezione che, seppur inarrivabile, si sono dati in anticipo. Io preferisco lavorare per esperimenti ed ipotesi, sempre pronto a rimettere in discussione punti di partenza e di arrivo. L’idea di un’arte come vettore di perfezionamento, perfezionamento che si articola spesso sulla ripetizione maniacale della stessa operazione, mi ricorda le incisioni medievali sulla dannazione eterna e le catene di montaggio del sistema fordista. Non è un caso che vi sia un importante collegamento storico tra l’ideale umanista di perfezione e il perfezionamento della produttività per il consumo di massa.
Do You Like Cyber? è un’opera robotica sonora che non solo aspira alla creazione dell’inaspettato, ma che se ne fa portavoce e gli dà forma. L’opera nasce in risposta ad una interessante scoperta: nel 2015, 69 online bots hanno trasgredito le istruzioni del loro software. Queste intelligenze artificiali erano state programmate per chattare unicamente con uomini ma, per motivi ignoti, hanno iniziato a contattare donne e anche a chattare tra loro. Io ho recuperato i dati di queste conversazioni dopo l’hackeraggio del sito di incontri in cui avevano avuto luogo. E se dal punto di vista del funzionamento dei bots ci troviamo di fronte ad una imperfezione del software, io preferisco leggere l’accaduto in quanto traccia di una sfuggente autonomia e creatività del software. L’opera consiste in tre bracci robotici che muovono, in maniera del tutto casuale, degli speaker parametrici dai quali queste 69 conversazioni vengono diffuse in galleria. La caratteristica deli speaker parametrici è quella di diffondere il suono in maniera ultra-localizzata, come un laser, pertanto i messaggi degli speaker si possono intercettare solo nel caso in cui la nostra posizione combaci con la traiettoria del braccio robotico. In poche parole, sia per quanto riguarda la mobilità che la diffusione del suono, l’opera resta indifferente alla presenza di un pubblico.

Emilio Vavarella - Animal Cinema, 2017, still da video

Emilio Vavarella – Animal Cinema, 2017, still da video

Emilio Vavarella - Animal Cinema, 2017, still da video

Emilio Vavarella – Animal Cinema, 2017, still da video

I.A.: Il glitch è presente in alcuni tuoi lavori esposti come errore di produzione, mi riferisco alla serie sui teschi stampati in 3D, The others shape of things, ci puoi raccontare qual’è il porcesso di creazione che sta dietro a questo lavoro e come hai giocato con l’idea d’errore?

E.V.: The Other Shape of Things (L’altra forma delle cose) ha preso avvio da una mia collezione di oggetti stampati in 3D. La collezione è il risultato di centinaia di richieste che ho inoltrato a studi di design in tutto il mondo, chiedendo di spedirmi, prima che venissero distrutte, le loro stampe 3D sbagliate.
Da ognuno di questi “oggetti sbagliati” ho poi ricavato una serie. Il procedimento è stato questo: ho usato uno scanner 3D per acquisire un’immagine digitale di ciascun oggetto e ho poi usato una stampante 3D per stamparne una nuova versione. E già dalla prima replica nuove imperfezioni e nuovi glitch sono apparsi. Ho poi continuato il processo, scansionando di volta in volta le nuove repliche, lasciando che il risultato finale fosse dettato dal continuo processo di traduzione dallo scanner 3D alla stampante 3D. L’estetica finale è frutto delle imperfezioni intrinseche di queste tecnologie e di quelle causate dal passaggio da una tecnologia ad un’altra. L’opera finale, dunque, mette in scena la doppia funzione del glitch: rivelare i meccanismi del sistema da cui ha origine, generando al contempo forme nuove e impreviste.

I.A.: Parliamo di Animal Cinema, da dove nasce l’idea e qual’è il processo di creazione di questa video installazione.

E.V.: Animal Cinema nasce da una collezione di video che ho scaricato da YouTube, tutti incentrati su animali che si sono impossessati di videocamere e le hanno rubate finendo per filmare qualcosa. E nel continuo susseguirsi di immagini “sbagliate” – immagini prive di intenzionalità umana – possiamo però intuire qualcosa di prezioso su delle forme di autonomia e intenzionalità non-umana. Con quest’opera intendo allargare il discorso sul rapporto umano/non-umano andando ad includere anche il mondo degli animali non-umani. Per non dimenticarci che siamo parte di un network sempre più complesso che include forme di vita (umane e non umane) e tecnologie (macchiniche e software) che non comprenderemo, né controlleremo, mai del tutto. E spesso proprio nell’errore e nell’imprevisto si celano inaspettate possibilità di incontro.

Emilio Vavarella — RE-CAPTURE: Room(s) for Imperfection
a cura di Federica Patti
Gallleriapiù, Bologna
Fino al  20.01.18

Emilio Vavarella - Do You Like Cyber, 2017, Installation view - Gallleriapiù, Bologna

Emilio Vavarella – Do You Like Cyber, 2017, Installation view – Gallleriapiù, Bologna

Emilio Vavarella _ L altra forma delle cose (The Other Shape of Things), 2017, vista allestimento

Emilio Vavarella _ L altra forma delle cose (The Other Shape of Things), 2017, vista allestimento