Giovedi 14 Maggio a Barriera ha inaugurato la sesta edizione di Mirror Project con mass age, message, mess age”, mostra personale di Elena Mazzi a cura di ones – office. a non exhibition space (Carolina Gestri, Francesca Vason, Stefano Vittorini).

Nata in seguito al workshop che l’artista svolse presso il Museo di Villa Croce di Genova con il collettivo australiano A Constructed World, e prendendo come punto di partenza il celebre refuso nel titolo della prima pubblicazione di “The Medium is the Massage” – che Marshall McLuhan decise di non correggere -, la mostra propone una riflessione sulle tecniche e strategie di comunicazione in tempi di rivoluzione, ponendo l’accento sulla possibilità di errore durante la trasmissione di un messaggio e su come questa incida sullo svolgersi dei successivi avvenimenti.

La mostra è il risultato delle riflessioni che l’artista ha sviluppato insieme a un gruppo di ricercatori, studenti e docenti dell’Università di Torino durante un workshop realizzato il 28-29 marzo presso gli spazi di Barriera. Il diario che l’artista ha compilato per ATPdiary affronta le riflessioni a monte di questi incontri e il modo in cui queste hanno informato la mostra finale.

La mostra rimarrà aperta fino al 6 Giugno.

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Mi piace pensare al termine rivoluzione come qualcosa che accade in ogni secondo della nostra vita, in diverse parti del mondo. Mi piace pensare al termine rivoluzione come a un termine non strettamente legato al mondo politico. Mi piace pensare che il termine rivoluzione sia stato usato per la prima volta in ambito scientifico, con la rivoluzione copernicana.

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Re-volvere, volvere, è un’azione che a volte dimentichiamo di compiere, costretti da una routine che ci costringe in tempi e spazi di varia natura (politica, sociale, territoriale) che a volte non ci appartengono e che nemmeno ci soddisfano.

Proprio da questo scontento, dalla necessità di un cambiamento, sono nate grandi e piccole rivoluzioni. Il termine “rivoluzione” è sempre stato perlopiù abbinato a significati politici, con due grandi connotazioni italiane: la lotta partigiana e quella studentesca di fine anni ’60.

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Dal 2009, anno in cui ho personalmente vissuto il terremoto aquilano, lavoro a partire da aree territoriali problematiche, che hanno recentemente subìto traumi di varia tipologia, con l’intento di realizzare lavori di natura processuale che informino un pubblico spesso non cosciente delle difficoltà che affliggono le realtà prese in considerazione. Cerco di far emergere e allo stesso tempo condividere strategie di sopravvivenza e abilità che permettano di dare una differente chiave di lettura dei territori presi in considerazione, in continuo cambiamento.

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Dall’anno scorso lavoro con il fisico Bruno Giorgini alla teoria delle fratture, a come queste precedono la crisi o la catastrofe, di varia natura e tipologia. Ne analizziamo il comportamento, a partire da esperimenti di laboratorio condotti dal fisico tra gli anni ’90 e i 2000, declinando la teoria in diversi aspetti del mondo naturale e antropologico.

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Primo passo: le fratture nel mondo naturale, quello del vulcano Etna, in continuo cambiamento.

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Ho iniziato a lavorare a questo progetto durante la mia residenza presso Via Farini e da quel momento tutto si riflette nel mondo delle fratture. Nello stesso periodo di Via Farini sono stata invitata a partecipare alla seconda edizione di MaXter program, workshop presso Villa Croce (Genova), curato da Ilaria Bonacossa e Anna Daneri. Relentless Connection and Group Solitude era il titolo del programma proposto dal gruppo A Constructed World, pensato per discutere e confrontarsi su ‘qualcosa attorno cui riflettere’.

Questo ‘qualcosa’ si articolava principalmente su una richiesta: scrivere quello che ci sarebbe piaciuto fare nella vita, all’interno della settimana, o nei prossimi cinque minuti. Richiesta semplice, pratica e diretta.

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Due o tre persone (me inclusa) hanno subito pensato al giocare a qualche gioco di una volta, per me era senza ombra di dubbio il telefono senza fili. C’è sempre stato qualcosa di affascinante nel giocare al telefono senza fili: l’idea che una sola parola possa cambiare così velocemente attraverso un semplice passaparola mi destabilizzava da piccola, e continua a farlo. Mi fa pensare a quanto la comunicazione tra le persone sia labile e sempre precaria, e a come il cambiamento sia una presenza fondamentale e costante nella nostra vita quotidiana, libero a mio avviso da connotazioni negative.

Si è iniziato a parlare di comunicazione, tra di noi, col gruppo, con gli ACW. Ho tirato in ballo alcuni racconti di quotidianità all’interno di momenti di lotta estrema scritti da Bruno Giorgini, che oltre ad essere un fisico è anche uno scrittore e in passato membro militante di Lotta Continua.

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Volevo che anche all’interno della mostra presso Barriera emergesse, in un qualche modo, l’idea di una narrazione della quotidianità in tempi di rivoluzione, e da qui sono partita per organizzare il workshop preparatorio con gli studenti di Economia dell’ambiente, cultura e territorio.

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Troppo spesso si tende ad idealizzare e a perdere l’aspetto quotidiano delle grandi azioni. Non ci si chiede mai invece che cos’è che porta al cambiamento, come avviene, quali sono i passaggi e come questi possano essere messi in discussione…

Nel mio primo sopralluogo a Barriera, avevo già in mente di parlare di tutto ciò. Non sapevo bene come, mi serviva un fil rouge… in effetti fil rouge è la parola esatta dato che il collante principale è il colore, il rosso.

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Appena giunta a Barriera ho analizzato attentamente lo spazio, in lungo e in largo, fino al magazzino. Qui ho trovato una quantità di poltrone di design inutilizzate, tutte incredibilmente rosse, affiancate a un tavolo circolare laccato rosso. Ho pensato così di usare le sedute come punti cardine di una staffetta, piccole architetture autonome da utilizzare come postazioni di ruolo, un recupero del telefono senza fili con la pretesa, però, di investigare le storie narrate nelle nostre rivoluzioni italiane.

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Come sarebbe andata se la partigiana X non avesse consegnato il messaggio in maniera corretta? La nostra storia sarebbe diversa? L’azione performativa non intende mettere in discussione la storia ma piuttosto la sua quotidianità, rivelandone il possibile errore.

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Mettere in discussione a Torino significa quindi continuare il dialogo iniziato a Genova. Così lo spazio di Barriera si trasforma in un laboratorio, un ciclo di tre incontri, di cui due chiusi al pubblico, il terzo aperto (la performance appunto). Il terzo incontro segna la fine di un percorso, che da Genova arriva a Torino passando da un gruppo di artisti ad uno di studenti (volutamente limitato) del corso di economia dell’ambiente, cultura e territorio.

Nel primo incontro ho invitato due ospiti, rappresentativi dei momenti di rivoluzione ‘politica’ italiana: un partigiano torinese Cesare Alvazzi del Frate e Bruno Giorgini, in questo caso in veste di membro rappresentante del movimento di Lotta Continua.

Il secondo ha visto protagonisti gli studenti. Ci siamo raccolti intorno al tavolo rosso per discutere di quanto detto il giorno prima, ma anche per leggere testi inerenti all’argomento, allargando poi il campo della comunicazione ai social network, argomento molto sentito. In effetti Facebook è il nostro più attuale generatore di errori all’interno della comunicazione attuale.

Il dialogo è presente anche in un testo in catalogo dove ho posto alcune domande al gruppo ACW, proseguendo la discussione.