Testo di Marta Orsola Sironi —

Quanto può essere profondo lo schermo che abbiamo davanti?
Nei mesi scorsi il nostro mondo fisico si è contratto. Chiusi nelle nostre case abbiamo sperimentato l’insicurezza e la fragilità del nostro essere corpi, organismi in fin dei conti deboli ed esposti al contagio. I gesti dei quali prima nemmeno ci accorgevamo oggi vengono costantemente soppesati; i luoghi che qualche mese fa frequentavamo abitualmente oggi pullulano di possibili insidie; le persone che eravamo soliti salutare con un abbraccio oggi si scostano con diffidenza, la stessa diffidenza che tiene noi a qualche metro di distanza e ci induce a porre il gomito e non la mano in segno di saluto. La materialità delle nostre interazioni con il mondo si è rarefatta in una nebbia di paura e precauzioni al sapore di disinfettante. Al suo posto nei momenti bui della quarantena il digitale è diventato indispensabile: pulito e asettico ci ha permesso di mantenere i contatti senza dover necessariamente uscire e mettere a repentaglio la nostra sicurezza. Le nostre abitazioni si sono trasformate in bolle autarchiche, dove sembra che tutto sia possibile con un solo click.
Ma ne siamo certi? Quanto costa quel click e quanti rischi porta con sé? È ingenuo pensare che vi siano media innocui. Come ogni potenziamento di cui ci dotiamo, come ogni protesi, anche il web ha il suo prezzo di responsabilità da scontare (qualcuno direbbe: “Da grandi poteri…”). Nella nostra bolla abitativa si aprono, link dopo link, finestre e stanze (come quelle da poco disponibili su Facebook e WhatsApp) dove lanciamo i nostri dati, che via via si allontanano da noi, si perdono tra sentieri invisibili dove non possiamo più afferrarli e mantenerne il controllo.
Tutto questo avviene senza che riusciamo a capire fino in fondo le insidie di simili sovraesposizioni. Basti pensare al boom delle piattaforme di conferenze, come Google Meet, Teams o Zoom, che in poco tempo hanno rivoluzionato le nostre modalità di interazione. Proprio la recente vicenda di quest’ultima app, della quale sono stati hackerati e messi in vendita sul dark web oltre mezzo milione di account, ha posto al centro della discussione il problema della cybersecurity. Possiamo essere davvero certi che quelle infinite porte che si spalancano nei nostri device, invitandoci a inserirvi le nostre informazioni personali, quelle aree di incontro che sempre più si fanno filtro delle nostre relazioni, non comportino più pericoli che benefici? No. Eppure, bisognerebbe chiedersi se in questi mesi di reclusione saremmo riusciti a sopravvivere, anche solo psicologicamente parlando, senza la tecnologia.

Esaltazione delle potenzialità e consapevolezza della minaccia, tutto a portata di codice e un codice a difesa del tutto, “digital ode” e “digital code”, questi i due binari del nuovo progetto di State Of_. Appunto: Digital (c)ode. Il team curatoriale milanese ha invitato cinque artisti nello spazio virtuale della propria pagina Instagram per riflettere sulla ricontrattazione continua della sensazione di sicurezza online e offline e della loro reciproca influenza. Il digital Code è inteso come uno strumento che genera password temporanee, necessario per proteggere le informazioni eppure al contempo tanto labile e provvisorio da acuire il sentimento di precarietà. A partire dal prossimo 22 giugno, Nicholas Aloisio Shearer, Twee Whistler, Kathi Schulz, Theodore Darst, Salomé Chatriot avranno a disposizione ciascuno una settimana di “residenza social” per sondare le possibilità del mezzo digitale, dotandosi di un proprio codice come simbolo e strumento di autorappresentazione e protezione dei propri dati, creazione di una propria via di accesso al web e ottimizzazione della navigazione altrui. A loro la chance di costruire il luogo social(e) per ridefinire le regole di quella zona liminare tra pericolo e potenzialità che è, a conti fatti, quello schermo che ci sta davanti agli occhi. 

Opening
22.06.2020
Dal 22.06 al 31.07.2020
Instagram State Of____

Nicholas Aloisio, Shearer