© Andrea Avezzù

Testo di Vittoria Magnoler —

Il 24 luglio debutta alla Biennale Teatro lo spettacolo vincitore della scorsa selezione di Biennale College Teatro – Registi Under 30, prodotto da Leonardo Manzan Cirano deve morire. La proposta è audace, si riprende un classico della tradizione teatrale, lo si smonta riducendolo ad uno show tutto a favore del pubblico, come afferma il regista stesso, si specifichi però: un pubblico giovane.

Si tratta di uno “spettacolo-concerto” come dice Manzan; la moltitudine dei personaggi che compone l’opera si riduce ad una riscrittura per tre performer, dunque sul palco solo Cirano, Cristiano e Rossana, in una freestyle battle. Le tre voci si sfidano, si canzonano o soffrono (spesso smodatamente) su delle basi create da un ottimo polistrumentista che regge tutto lo spettacolo dall’alto di un’impalcatura, utilizzata come scenografia e spazio recitativo. Del Seicento restano i cappelli e gli abiti in apertura, per il resto l’atmosfera che si propone è quella della street, fatta di graffitti e rap.

Tutto a favore del pubblico”. Il pubblico viene bombardato. In primis dalla sovrabbondanza di parole, poi da musica e luci stroboscopiche. Il medium della battle serve sicuramente alla critica generalizzata che esprime, c’è un’ostentazione della critica e ancor di più della provocazione (uno dei ritornelli che recita Cristano è proprio: “questo Cirano è troppo provocante”), critiche e provocazioni che risultano spicciole e fittizie, insomma simili alle lamentele dei social network: forse sono proprio queste che Manzan vuole denunciare, gli si lascia il beneficio del dubbio osservando anche le reazioni del pubblico.
Infatti una parte degli astanti si lascia catturare dallo show: cede ed annuisce di fronte a questa spettacolarizzazione della lamentela sociale, incalzando gli attori a continuare come se fosse spettatrice di una vera e propria battle, mentre un’altra parte resta schiacciata e infastidita da tutti gli stimoli visivi e sonori: finisce per annoiarsi davanti a questa esibizione di finta aggressività e istigazione, condita da un linguaggio volgare, forse scelto per far indignare i presunti intellettuali criticati o per farsi apprezzare dai (presunti) rivoluzionari del teatro contemporaneo.

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Il bombardamento di parole non si esaurisce poiché oltre a quanto si ode tutti i testi passano su tre schermi in sovraimpressione, talvolta prima che siano pronunciati dagli attori sul palco, questo provoca sicuramente un affaticamento e conseguentemente un minore godimento dello spettacolo. Uno spettacolo monocorde che si rende faticoso anche al livello della trama, pare che per gli attori sia difficile proseguire nella successione degli eventi poiché tutto è subordinato allo show, al concerto.

Alcune idee di regia sono certamente audaci e significative, come la scena della minzione in cui Cirano e Cristiano suggellano la loro amicizia orinando simbolicamente dall’alto dell’impalcatura sulla pura e illusa Rossana. Si può dire che l’opera di Rostand, a tratti, venga svilita? Non vi è svilimento in questa gestualità, quanto piuttosto nell’esibizione della tragicità: questa non si discute di per sé ma qui è irritante poiché si presenta come uno show tragico televisivo, di cui protagonista è Rossana. Lo spettacolo, ha la sua klimax nell’urlo disperato lanciato dall’attrice da una scala metallica posta ai margini del palco (klimax originariamente in greco significava “scala”) che recita “io sono sola” in un virginale abito bianco. Il drammaturgo francese da buon letterato della Belle Èpoque sapeva come dissimulare la profondità che si inabissava nella sua commedia, diversamente ieri la spettacolarizzazione pop/trash dell’amore sfortunato ha esacerbato il dolore dei protagonisti, nonostante questo venisse costantemente ricordato da un “io amo” graffitato sul fondale da Cirano, in antitesi con i sentimenti portati in scena dai performer. Lo spettacolo teatrale pare prendere avvio solo al momento del suo culmine: quando Rossana simula da sola la scena del balcone dalla scala metallica e questo forse è anche l’unico momento recitativo che riporta il pubblico a teatro.

© Andrea Avezzù