Intervista di Lorenzo Madaro —

Il curatore italiano Valentino Catricalà è stato nominato direttore della SODA – School of Digital Arts, fondata presso la Manchester Metropolitan University grazie ad un investimento da parte del governo britannico di 35 milioni di sterline. 

Lorenzo Madaro: Impressione a caldo: raccontaci di questo nuovo impegno a Manchester.

Valentino Catricalà: Può sembrare esagerato dirlo, ma sento l’eccitazione e il peso di una sfida. La sfida di guidare una nuova gallery in un nuovo mondo, o in mondo che esce scosso dalla situazione cha stiamo vivendo. Serviranno nuove idee e nuove modalità curatoriali e un nuovo pensiero critico, per questo già da adesso stiamo cercando di dare un taglio nuovo a questo progetto, che inglobi modelli e pratiche già acquisite del mondo dell’arte integrandoli con ambiti nuovi.  Manchester, inoltre, è una città estremamente vitale, piena di attività culturali, festival e connessa con internazionalmente, non a caso è chiamata la “capitale del nord”. Il fatto inoltre che sia connessa con una Università, con un nuovo dipartimento pieno di laboratori, tecnologie, workshop, ecc, apre a tantissime possibilità. La gallery aprirà solamente a settembre e le aspettative sono molte, speriamo di vincere questa sfida.

LM: È ancora prematuro per dirlo: ma cosa vorresti realizzare una volta lì?

VC: Sì è ancora prematura ma posso già accennare alla visione generale della Gallery. Insieme a Toby Heys, direttore della School (il nuovo dipartimento della MMU), abbiamo deciso di puntare su alcune parola chiave: mostre di alto livello, dinamicità nella produzione di opere, collaborazioni internazionali, progetti brandizzati Soda in sedi esterne alla Gallery, coinvolgimento del territorio di Manchester.
L’idea è quella di nominare un comitato scientifico internazionale con il quale scegliere un tema ogni anni e sviluppare progetti su quel tema. La Gallery inoltre è un luogo molto flessibile, avrà due spazi espositivi, un auditorium e una facciata intera fatta di schermi per opere esterne (come si vede nella foto). Il collegamento con l’università è inoltre fondamentale, permette di fare residenze d’artista e far lavorare gli artisti nei laboratori con gli studenti: diventare un vero centro di produzione. Importante sarà l’idea di inglobare partner inediti quali aziende del settore tecnologico, centri di ricerca scientifici, creando così sinergie inedite.

LM: La domanda è d’obbligo. Sempre più curatori italiani negli ultimi anni sono stati intercettati dai musei stranieri. Cervelli in fuga, quindi, come nel tuo caso. Hai dei nomi di riferimento di curatori che hanno ispirato parte del tuo percorso culturale e operativo?

VC: Non credo molto al concetto di “cervello in fuga”, penso che il problema non stia tanto nel fatto che perdiamo menti che vanno all’estero, ma piuttosto nel fatto che non ne attiriamo di nuove, e non siamo in gradi di riagganciare quelli che abbiamo lasciato andare all’estero. Fare esperienze all’estero è una cosa buona, ma dovremmo riuscire poi a riattirare i nostri cervelli e ad attirarne di nuovi. Io personalmente ho avuto un percorso particolare perché ho unito gli studi di storia dell’arte con quelli di cinema e media. In Italia quello che volevo fare non si trovava se non in piccole nicchie – o personalità e compagni di strada con i quali ho ancora un proficuo dialogo –, non era di grande interesse il rapporto con la tecnologia, la scienza e l’innovazione. Ero costretto ad andare all’estero e ed entrare in contatto con un network internazionale. Per questo mi sono stati molto d’aiuto contesti, con i quali poi ho avuto il piacere di collaborare, quali Ars Electronica, ZKM, dipartimenti time based media della Tate, CyFest di San Pietroburgo e oggi Serpentine Gallery di Londra, Hyphen Hub Community. Molto d’aiuto è stato il dialogo con personalità quali Sean Cubitt (Goldmsith University), Barbara London (MoMA), Christiane Paul (Whitney Museum), Jerome Sans, Ben Vickers (Serpentine Gallery), Peter Weibel (ZKM), Asher Remy-Toledo (Hyphen Hub Community), fra i molti.

LM: Ti impegnerai anche per sostenere l’arte italiana con focus sui nostri artisti?

VC: Riguardo agli artisti italiani, ho sempre avuto un po’ di fastidio nel vedere curatori italiani ignorare i propri connazionali, ancora di più se la formazione è iniziata con questi artisti. Non è ovviamente una questione di nazionalità ma di lavoro. Se il lavoro c’è non vedo perché non valorizzarlo. A questo va però aggiunto che spesso quando si entra in istituzioni estere si deve sottostare ad alcune logiche che penalizzano i curriculum italiani, logiche che vanno oltre le possibilità di un curatore. E questo è il solito problema dell’Italia di non riuscire a promuovere a propria arte. Ma la valorizzazione può essere fatta in molti modi.

Valentino Catricalà