Stefano Serretta, Back Forward, 2018. Foto di Manuele Marraccini

Stefano Serretta, Back Forward, 2018. Foto di Manuele Marraccini

Partecipazione sembra essere la parola che meglio riassume Cantieri Aperti, il festival giunto alla sua quinta edizione con “In-fra tempo”, una programmazione di teatro, musica e arte contemporanea che si è svoltò a Borgo del Ponte, quartiere storico della città di Massa (MS) nelle giornate del 1-2 e 7-9 settembre. Coinvolgendo gli abitanti del borgo, gli ideatori del festival, il gruppo Semi Cattivi, hanno voluto creare una possibile connessione tra una realtà locale come quella di un piccolo abitato in Toscana e la complessità (e abiguità) dell’arte contemporanea.
I luoghi più disparati come androni, piazze, terrazze e piccoli giardini, si sono diventati cornice per opere, performance, installazioni e azioni inaspettate.
La ‘città cantiere’ ha ospitato anche la residenza d’artista under 35, che questo anno la residenza si è aperta a un comitato curatoriale under 35 che vede impegnati per le prossime tre edizioni l’artista Giulio Saverio Rossi e i curatori Carolina Gestri, Alessandra Franetovich e Gabriele Tosi che si avvicenderanno nello svolgimento di residenze d’artista e progetti d’arte contemporanea.

Segue l’intervista di Lisa Andreani ai curatori —

ATP: Come è nata l’esigenza di realizzare un festival come Cantieri Aperti in un quartiere storico ma non centrale quale Borgo del Ponte?

Giulio Saverio Rossi: Cantieri Aperti è un festival nato nel 2014 fondato dal gruppo Semi Cattivi con la direzione artistica di Franco Rossi e coordinamento di Stefania Gatti e concepito per gli spazi pubblici e privati di Borgo del Ponte (MS). Disegnato inizialmente come rassegna di teatro e musica, a partire dal 2016 ho co-ideato la programmazione di arte contemporanea che trova il proprio cardine nella residenza artistica, coinvolgendo ogni anno un curatore che a sua volta individua un artista da invitare. Nelle passate edizioni abbiamo coinvolto Pietro Gaglianò che ha curato la residenza di Gaetano Cunsolo (2016) e Daria Filardo che ha curato la residenza di Robert Pettena (2017), ma questo trova un precedente in “Dispositivi Inattuali”. Oltre alla residenza si attivano all’interno del quartiere una serie di interventi che coinvolgono sia artisti direttamente invitati, come Massimo Carozzi / Zimmer Frei nel 2017 e Massimo Bartolini nell’edizione appena conclusa, che gli artisti emergenti di base sul territorio e spesso iscritti all’Accademia di Carrara, i quali collaborano attivamente al festival sia in qualità di artisti e performer sia nella logistica e nella pianificazione. A coronare il tutto ogni anno viene presentata un’opera collettiva concepita per l’interazione con gli abitanti del Borgo e curata dal gruppo Semi Cattivi.

L’idea che caratterizza il festival è quella di radicarsi in una borgata storica che ancora oggi costituisce un mondo autonomo, sia esteticamente che culturalmente diverso rispetto al centro della città. La scelta di muoversi in una borgata senza alcuna struttura in dotazione fa sì che tutto il festival necessiti della collaborazione degli abitanti a cui costantemente bisogna chiedere qualsiasi cosa, dallo spostare la macchina da una piazza, per potervi presentare una sessione di Invito al canto del Workcenter of Jerzy Grotowski and Thomas Richards, alla corrente per ospitare uno dei numerosi spettacoli presentati, fino a chiedere ai “ragazzi del campetto” di lasciarci il campo da calcio per un laboratorio con i Kinkaleri.

Stefano Serretta, Back Forward, 2018. Foto di Manuele Marraccini

Stefano Serretta, Back Forward, 2018. Foto di Manuele Marraccini

Stefano Serretta, Back Forward, 2018. Foto di Manuele Marraccini

Stefano Serretta, Back Forward, 2018. Foto di Manuele Marraccini

ATP: Come avete deciso di collaborare insieme per questa occasione e soprattutto come avete fatto confluire le vostre rispettive ricerche ed esperienze in un unico progetto?

Alessandra Franetovich: Assieme a Giulio Saverio Rossi, collaboro a Cantieri Aperti già da qualche edizione. Entrambi abbiamo avuto modo di progettare e curare diversi tipi di eventi con artisti e autori invitati a produrre nuove opere e progetti, o a presentare i loro lavori. Ad esempio ho curato Ponte Sonoro, mappa sonora di Borgo del Ponte realizzata da Massimo Carozzi / Zimmerfrei e prodotta interamente da Semi Cattivi, ma ho anche presentato diverse pubblicazioni come Attacco all’arte. La bellezza negata (L’asino d’oro edizioni, 2017) di Simona Maggiorelli, Memento. L’ossessione del visibile (postmediabooks, 2016) di Pietro Gaglianò e Teneri violenti (Einaudi, 2017) di Ivan Carozzi. Con il passare degli anni e l’accumularsi delle esperienze, ci è venuto naturale prendere sempre più spazio tanto nella programmazione che nella produzione, motivo per cui da questo anno io e Giulio Saverio Rossi, che ne è anche il co-ideatore, siamo i responsabili della sezione di arte contemporanea del festival, la quale comprende il programma di residenza d’artista ed eventi di diversa natura come esposizioni, presentazioni, talk, screening video.

Riflettendo sulle particolarità di questo contesto abbiamo pensato di plasmare un’idea a lungo termine istituendo un comitato curatoriale che nei prossimi anni possa collaborare attivamente e sostanzialmente con progetti inediti. Da qui è nato l’invito a Carolina Gestri e Gabriele Tosi, curatori di cui stimiamo la preparazione così come la capacità di inserirsi in contesti poco istituzionali. La loro nomina va sì intesa come volontà di offrire uno spazio di produzione e confronto tra i cosiddetti “artisti e curatori emergenti” al di là del sistema dei no-profit e delle gallerie, tuttavia questo non significa escludere figure over 35. Per ogni edizioni valuteremo collaborazioni e formati ancora da definire. Non mi sembra quindi superfluo ragionare sul valore sperimentale che una produzione di arte contemporanea possa acquisire dal confronto con figure e realtà del teatro contemporaneo di alto livello, quali sono sempre presenti a Cantieri Aperti.

G.S.R.: Le esperienze dietro a Cantieri Aperti derivano da vari ambiti e questa commistione riesce ad incanalarsi in processi positivi, generando una pluralità di punti di vista e al contempo un rifiuto delle discipline o delle categorie, non perché inesistenti (credo fortemente nei vari aspetti mediali di cui le opere si compongono) ma superflui nella loro definizione in relazione a questo contesto. Non a caso molte delle personalità coinvolte sono state chiamate a lavorare nel Borgo per forzare talvolta il proprio linguaggio. Invitare Gabriele Tosi e Carolina Gestri all’interno del comitato curatoriale significa diverse cose, ma l’aspetto principale è quello di dare una prospettiva che abbia un respiro di almeno tre anni nel suo sviluppo, e al contempo creare una situazione per l’arte contemporanea in Toscana completamente gestita da giovani curatori e artisti, in un territorio che è difficilmente percepito nelle geografie del contemporaneo.

Installation view, Lia Cecchin, ASAP Research Library, ex magazzino Borgo del Ponte

Installation view, Lia Cecchin, ASAP Research Library, ex magazzino Borgo del Ponte

3) Come è strutturata la residenza d’artista?

A.F.: In quanto curatrice del progetto di residenza d’artista, ho invitato Stefano Serretta a lavorare presso Borgo del Ponte perché seguo il suo lavoro da anni e da tempo cercavo la situazione adatta per lavorare assieme a lui. Della sua ricerca mi interessa soprattutto la sua attitudine alla rielaborazione di tracce storiche, ossia l’indagine che opera nella sedimentazione culturale e che lo vede infine, a raccolta dati ultimata, ristrutturare gli elementi selezionati riunendo, come in un unico corollario, le diverse direzioni incontrate durante l’esplorazione. La sua capacità sintetica tuttavia non offre mai sguardi monodirezionali bensì tende all’ampliamento dello spettro dell’esperibile, e si traduce in opere che con immediatezza mostrano i diversi elementi che le costituiscono, generalmente riuniti in accostamenti molto netti e minimali. Dopo poco più di una settimana di residenza, Serretta ha presentato “Back Forward”, un progetto che riunisce cinque interventi collocati in altrettanti luoghi del quartiere. Il primo intervento riguarda il mascherone in marmo inglobato nell’attuale ponte Trieste, unica traccia rimasta di un ponte settecentesco ricoperto da lastre di marmo e costruito per collegare Massa alla rivale Carrara da Beatrice d’Este. Questo fu fatto brillare dai tedeschi in ritirata per cui oggi ne rimane solo un elemento figurativo, su cui ha lavorato Serretta che del mascherone ha selezionato il dettaglio della barba, per trasformarlo nella nuova insegna del negozio del barbiere Giò. In questo gioco di rimandi, la distruzione del ponte rappresenta la ciclicità della vita tra la fine di un’epoca e l’inizio di quella successiva, così come lo scarto temporale durante il quale una costruzione di pregio è stato sostituita da una di minore importanza artistica, pur rimanendo fondamentale luogo di transito e quindi punto focale per le attività della comunità. Serretta ha mescolato la Storia con le narrazioni degli abitanti, aggiungendo elementi biografici ma anche un tono ironico. Infatti evocando la dualità come caratteristica della collocazione di Massa, come città tra il mare e la montagna ma anche “gemella” e “nemica” di Carrara, Serretta si è collegato alla figura del doppio incarnata dal Giano Bifronte, da cui deriva il nome della città di Genova di cui l’artista è originario. Altri due interventi sono fondati sull’intreccio tra storia pubblica, privata e biografica come il poster affisso nella Piazza Porta Genova il quale raffigura, facendola emergere, l’illeggibile iscrizione collocata a sei metri di altezza e che testimonia l’insediamento di nobili genovesi nel borgo, avvenuto nel corso del XVI secolo. Stesso procedimento per la conchiglia di mare su cui Serretta è intervenuto con stesure di pittura bianca, e che è stata collocata su una colonna, antica rimanenza della fontana cinquecentesca del borgo, la cui conca si narra avesse proprio quelle forme. Un atto estremamente semplice e diretto che mira a cogliere la curiosità degli abitanti, la maggior parte dei quali non era a conoscenza di questa storia. Tra l’effimero e l’eterno la scritta in pvc adesivo “QUANDO ?”, affissa alla parete della sede politica di Sinistra italiana in compagnia di poster che raffigurano leader politici, domanda apertamente lo stato di impasse in cui le generazioni più giovani si trovano a vivere, tra il desiderio di riconoscersi in grandi movimenti che, dopo il loro fallimento, tentano di ricostruire un nuovo sentire politico, tra l’incertezza e la difficoltà di comprendere cosa potrà effettivamente accadere. Infine Serretta ha realizzato un’operazione di convivialità svolta presso un bar a gestione familiare del quartiere, collocando un tavolino in argilla sul quale sono rimaste impresse le tracce degli incontri e delle conversazioni lì effettuate. Allestito in un fondo attualmente sfitto, ma connesso con la storia degli abitanti in quanto bar storico dell’infanzia di molti di loro, il tavolo ha aperto a un’ultima riflessione sul quartiere, la cui esistenza è sempre in bilico tra ondate di spopolamento e ripopolamento e sul cui destino non è certo facile esprimersi.

Alessandro Conti durante il reading di alcuni libri del fondo di ASAP (di Lia Cecchin)

Alessandro Conti durante il reading di alcuni libri del fondo di ASAP (di Lia Cecchin)

ATP:  Il tema e gli artisti selezionati per la mostra Certo che questo mondo è tutto da rifare comincia a urlare sicuramente mettono in luce un progredire del Paese in uno stato di romantico abbandono e macerie. Credete che questa ricerca fortemente politica e allo stesso tempo estetica possa continuare ad essere esplorata nelle prossime edizioni?

Carolina Gestri:  Il progetto che ho co-curato con Gabriele Tosi più che una fotografia dello stato attuale in cui si trova il Paese è la costruzione di una serie di possibili cronistorie alternative a quella ufficiale già entrata nelle pagine dei libri di storia. Nelle opere e negli interventi vengono collezionate testimonianze orali, bibliografiche e video che ricompongono una memoria collettiva della nazione che secondo noi è più veritiera, complessa e interessante di quella storicizzata. Si discute del passato e si riflette su un potenziale futuro prossimo. Credo, rifacendomi anche alle ricerche degli artisti coinvolti, che il presente sia quella dimensione di studio e ricerca in cui o si pensa a come certi elementi della nostra realtà potranno evolversi nei prossimi anni, o si cerca di capire meglio come siamo arrivati allo stato attuale delle cose rileggendo e problematizzando il passato, le informazioni che vengono offerte alla popolazione dai mass media, e i fenomeni sociali che hanno influenzato i comportamenti, le azioni e le insicurezze di un’intera generazione.

Sì, la nostra idea è di proseguire la ricerca creando una continuità tra le edizioni. Questa scelta ci permetterà sia di approfondire meglio le tematiche, sia di coinvolgere maggiormente gli abitanti del Borgo nella discussione. I progetti che abbiamo mostrato nel corso della mostra Certo che questo mondo è tutto da rifare comincia a urlare sono accomunati dall’avere più livelli di lettura e comprensione. Le ricerche di Lia Cecchin, Riccardo Giacconi, Caterina Erica Shanta e del progetto Il Paese Nero (Nicola Di Croce, Luca Ruali, Mata Trifilò) si rifanno sempre a un immaginario collettivo. Ovviamente questo viene messo in discussione dagli artisti. Il solo atto di isolare un certo quantitativo di fonti per formalizzarle in un fondo librario, un video, una traccia audio o una lecture, fa sì che certe informazioni a noi già note appaiano cariche di una diversa connotazione critica e sociale. Possono essere interpretati sia come contenuti “leggeri”, sia di alto valore culturale per la nostra collettività. Ed è proprio grazie a questa stratificazione che gli artisti con cui abbiamo collaborato riescono a comunicare, in una maniera secondo me ad oggi rara, a differenti pubblici. L’accessibilità non didascalica delle opere ci ha convinto che questo progetto potesse essere interessante da avviare in un contesto molto umano, relazionale e poco istituzionale come quello di Borgo del Ponte. La risposta del pubblico è stata fondamentale per arricchire il valore dei lavori presentati.

Installation view - Riccardo Giacconi, Due, vicolo di Borgo del Ponte

Installation view – Riccardo Giacconi, Due, vicolo di Borgo del Ponte

ATP: Trovo molto curioso che un tema così vasto prenda la forma di una passeggiata a Borgo del Ponte. Cosa può dare un luogo più raccolto rispetto ad uno spazio indipendente o istituzionale? La dimensione dell’archivio nelle sue forme eterogenee raccoglie materiali e sguardi approfonditi e scientifici. Oggi, a progetto concluso, avreste piacere di raccontarci il riscontro del pubblico quale è stato?

C.G. Più che una dimensione di archivio direi che nei lavori ricorre un’attitudine alla raccolta delle fonti. Faccio questa puntualizzazione perché gli artisti fanno riferimento a materiali storici che però non vengono mai visti come “datati”. L’obiettivo è sempre una continua ricontestualizzazione e rimessa in circolo delle informazioni attraverso una nuova narrazione. I progetti di Cecchin e Il Paese Nero sono anche in perenne stato di aggiornamento. Non c’è mai un legame a quell’immagine di archivio come un luogo contenitore statico, con oggetti sotto vetrina che non si possono toccare.

Secondo me, per far capire meglio la differenza tra presentare un progetto con queste caratteristiche in un luogo istituzionale invece che a Borgo del Ponte, conviene che ti racconti come questo si è articolato. Il formato ricorda sia la mostra diffusa che la maratona di spettacoli e performance. La mostra si è svolta in un’unica giornata, ogni opera ha avuto un preciso luogo e tempo di fruizione.

Abbiamo iniziato alle 15.00 con l’apertura di ASAP RESEARCH LIBRARY, il progetto ideato e avviato nel 2013 da Lia Cecchin. Si tratta di un fondo librario dedicato a pubblicazioni che parlano di possibili futuri, mai fantascientifici ma realistici, in potenza, tracciati dagli autori dei volumi a partire da una riflessione sul proprio presente. Libri per ragazzi, numeri di «Epoca», saggistica internazionale recente, ASAP raccoglie un patrimonio di volumi editi dagli anni ‘50 a oggi. Per gli abitanti del Borgo questa biblioteca, che non ha una sede fissa e che si era temporaneamente materializzata nella frazione di Massa in un ambiente solitamente chiuso da un grande portone di legno e deputato a magazzino, ha rappresentato una novità che subito è stata notata da chi passeggiava. Come ti dicevo la biblioteca conta molti libri pubblicati anche decine di anni fa, e chi è entrato si è preso il suo tempo per sfogliare e leggere i libri dagli scaffali o posati sui tavoli da studio: c’è chi ha consultato dei libri sperando di trovare delle risposte sul domani, e c’è chi si è divertito a raccogliere ipotesi di futuro che poi si sono rivelate storie di cronaca. Ti faccio dei brevi esempi: l’Enciclopedia sul futuro della Disney pubblicata nel 1971, in piena Guerra Fredda, annunciava la prossima costruzione di stazioni spaziali che avrebbero permesso all’uomo di visitare Marte. L’anno scorso tutti i giornali raccontavano del bando indetto dalla NASA su come sviluppare i modelli abitativi su Marte. Già nel 2017 la sezione di scienze del «Post» titolava «A che punto è il piano di Elon Musk per colonizzare Marte». Altri libri parlavano di macchine elettriche come le automobili del futuro, case con elettrodomestici “intelligenti” per le abitazione del 2020. In un’intervista degli anni ‘80 Umberto Eco preannunciava il problema delle fake news e dell’indicizzazione delle informazioni. Tutte queste previsioni che si sono poi avverate, hanno spinto il pubblico a leggere i libri più recenti con un maggiore interesse: si è diffusa l’illusione di poter prendere consapevolezza di ciò che potrebbe accadere in futuro. La biblioteca è stata inoltre “attivata” grazie alla partecipazione di Alessandro Conti, un giovane attore presente al festival ci ha raggiunti per un breve reading partecipato, dedicato ad alcuni dei libri messi in consultazione.

Il pubblico di Cantieri Aperti durante la trasmissione di Due di Riccardo Giacconi

Il pubblico di Cantieri Aperti durante la trasmissione di Due di Riccardo Giacconi

Una volta chiusa la porta di ASAP ci siamo spostati poche strade più avanti per la visione collettiva di Due (2017), il film realizzato da Riccardo Giacconi e dedicato ai desideri utopici degli anni ‘70 di Silvio Berlusconi, allora giovane imprenditore milanese, nella realizzazione di un nuovo quartiere deputato al benessere e autosufficiente dal resto della città. Una sorta di regione a statuto speciale che rappresentava il sogno di quella generazione che poi ha preso il nome di Yuppies. Nel video vengono mostrate diapositive e disegni del progetto, realizzato tra il 1970 e il 1979, del quartiere che ora tutti conosciamo come Milano2. Un’intervista all’architetto Enrico Hoffer, responsabile del progetto, arricchisce la narrazione di aneddoti e informazioni poco conosciute dai più. Una televisione a tubo catodico posata su un mobiletto prestato dagli abitanti del Borgo è stato acceso per un’ora in loop. L’obiettivo, a livello allestitivo e relazionale, era quello di ricreare un’atmosfera da Italia ‘90: tutti riuniti davanti a uno schermo trascinato in piazza per capire le sorti della nazionale. Gli abitanti e gli ospiti del festival sono stati in strada, poggiati al muro per guardare l’opera di Giacconi che era stata allestita dentro a un vicoletto voltato, adiacente a un’abitazione il cui padrone, Paoletto, ci ha gentilmente fornito l’elettricità e la prolunga per poter organizzare questa visione pubblica che altrimenti non sarebbe stata possibile.

Alle 19.30 abbiamo avuto un’ulteriore prova di grande ospitalità. Luca e Marco, due ragazzi che abitano di fronte a dove avevamo aperto ASAP, ci hanno permesso di realizzare un aperitivo nel loro giardino. Tutti gli “amici” del festival sono così stati ospitati in casa loro e al momento del tramonto da un piccolo balcone al terzo piano di un palazzo adiacente alla casa di Luca e Marco abbiamo mandato in diffusione la traccia audio realizzata da Caterina Erica Shanta intitolata andava di brutto, ma il tipo che parlava, se stava zitto era meglio (2016). L’artista ha montato l’audio che durante gli anni ‘90 i ragazzi registravano durante le serate che si tenevano in discoteche che ora non esistono più. La memoria di un’intera generazione è rappresentata da quei luoghi di cui ora, grazie a queste registrazioni, rimangono solo le voci dei vocalist che inneggiano a uno spirito comunitario, al sesso libero e all’idea dell’uomo che non deve mai arrendersi al sonno. Messaggi che inquadrano la visione onnipotente dell’Uomo degli anni ‘90, figlio del benessere economico raccontato nel video di Giacconi. Anche se la figura del vocalist nel decennio successivo sia andata perduta, le sue parole bibliche rimangono la fotografia di una generazione che, allora giovane, oggi è alla guida del nostro Paese.

Locandina vocalist (volantini), Caterina Erica Shanta, ndava di brutto, ma il tipo che parlava, se stava zitto era meglio (2016)

Locandina vocalist (volantini), Caterina Erica Shanta, andava di brutto, ma il tipo che parlava, se stava zitto era meglio (2016)

Alle 22.30 tutti gli abitanti si sono radunati nel piazzale di Porta Genova, dove Luca Ruali e Mata Trifilò hanno mostrato e raccontato al pubblico in maniera molto intima e raccolta alcune storie di reazioni sintomatiche della popolazione italiana a seguito del secondo dopoguerra. Mentre noi del pubblico ce ne stavamo seduti sulle sedie di plastica come se ci trovassimo a un’assemblea di quartiere, Ruali argomentava riguardo ad alcune trasmissioni e serie televisive prodotte dalla RAI che costituiscono una prova dell’attrazione del pubblico degli anni ‘60-’70 per i fenomeni del paranormale. Dov’è Anna? e Belfagor sono solo alcuni degli esempi di programmi nazionalpopolari che hanno registrato record di ascolti. Questa “attrazione” nei confronti del soprannaturale sembra derivare dall’abbandono delle campagne in favore dei comfort della grandi città. Si trattava, spiega Ruali, di una sorta di malinconia dovuta all’allontanamento dalla dimensione misterica del mondo rurale. L’unione tra un ricco apparato bibliografico, video e registrazioni audio creano un’atmosfera sinestetica in cui la voce di Ruali guida il pubblico in un racconto mediatico e antropologico  del Paese intitolato Una comunicazione magnetica con la natura . Questi elementi fanno sì che il concetto di abbandono indagato dal collettivo di architetti de Il Paese Nero non sia limitato solo alla sfera urbanistica e paesaggistica, come pensiamo abitualmente, ma anche umana e sentimentale, legata alla distribuzione e al comportamento della popolazione nel territorio. Ciò che il Paese Nero mette in luce è la superficialità con cui questo bisogno degli italiani sia stato strumentalizzato per creare dei palinsesti televisivi sul tema, senza che nessuno si sia soffermato sul disagio che un’intera generazione stava provando. Come ha raccontato lo stesso Ruali in un suo articolo, la perdita dei confini che separavano fatti di cronaca, psicosi collettive e intrattenimento può coincidere con un anno simbolo per la storia dell’Italia: il 1978, la data del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro.
Se i mass media speculano sugli eventi per offrire al pubblico una narrazione di intrattenimento che pone in secondo piano gli eventi e i malesseri di una nazione, ne consegue che per avviare la ricostruzione veritiera del passato e un’analisi attendibile del presente occorre destrutturare e guardare con occhio critico i messaggi che i media e le multinazionale diffondono.
Ci siamo accorti che generazioni diverse possono avere reazioni opposte al problema legato all’intrattenimento non criticizzato che ognuno di noi ha fatto crescere e continua a farlo. I più giovani provano un senso di fascinazione in questa ricostruzione alternativa. I più anziani, parlo per alcuni episodi di dissenso che ho visto quella sera in piazza, le reputano futili chiacchiere. Questa differente risposta generazionale sarà sicuramente uno degli elementi da approfondire maggiormente in futuro.

Installation view, Caterina Erica Shanta, andava di brutto, ma il tipo che parlava, se stava zitto era meglio, trasmissione da un balcone di Borgo del Ponte

Installation view, Caterina Erica Shanta, andava di brutto, ma il tipo che parlava, se stava zitto era meglio, trasmissione da un balcone di Borgo del Ponte

Luca Ruali e Mata Trifilò, Il Paese Nero, piazzale di Porta Genova a Borgo del Ponte, ph. Debora Mei

Luca Ruali e Mata Trifilò, Il Paese Nero, piazzale di Porta Genova a Borgo del Ponte, ph. Debora Mei