• Ben Rivers, Phantoms | Triennale di Milano © Foto Gianluca Di Ioia
  • Ben Rivers, Phantoms | Triennale di Milano © Foto Gianluca Di Ioia
  • Ben Rivers Things, 2014 16mm film, color, sound, 21 mins Courtesy of the artist and Kate MacGarry, London
  • Ben Rivers, The Shape of Things, 2016 Film 16mm, B/W, sound, 2 mins Courtesy dell’artista e Kate MacGarry, London
  • Ben Rivers, Things, 2014 16mm film, color, sound, 21 mins Courtesy of the artist and Kate MacGarry, London
  • Ritratto dell’artista Portrait of the artist Foto: Ben Russell
  • Ben Rivers, Phantoms of a Libertine, 2012, 16mm film, color, sound, 10 mins - Courtesy of the artist and Kate MacGarry, London
  • Ben Rivers, Phantoms of a Libertine, 2012 16mm film, color, sound, 10 mins Courtesy of the artist and Kate MacGarry, London
  • Ben Rivers, The Shape of Things, 2016 Film 16mm, B/W, sound, 2 mins Courtesy dell’artista e Kate MacGarry, London

La Triennale di Milano ospita, fino al 28 maggio, “Phantoms”̀ la prima mostra personale di Ben Rivers (1972, Somerset, UK) a cura di Lucia Aspesi (con la direzione artistica di Edoardo Bonaspetti). In questa occasione l’artista e filmmaker presenta un ambiente che dà forma a una riflessione sulla memoria. Come racconta la curatrice nell’intervista che segue, Rivers attraversa il tema del collezionismo grazie tre film: “The Shape of Things” (2016), “Phantoms of a Libertine” (2012), ispirato a “Voyage on the North Sea” (1974) di Marcel Broodthaers e “Things” (2014), che ci porta mondo dell’artista e la sua casa.
“Ciò che è affascinate del suo lavoro è la forza e la facilità con cui riesce ad sperimentare e attraversare la distinzione tra i diversi generi cinematografici, mostrando di fatto una complessa conoscenza della storia del cinema, i suoi poteri illusori, i suoi processi chimici e quella fascianzione per la quale ogni volta che ci si trova davanti a uno schermo e le luci intorno a noi si spengono, siamo pronti a proiettarci verso una nuova realtà.”

CS Ben Rivers – Phantoms | Triennale di Milano 

Segue l’intervista con Lucia Aspesi

ATP: Come hai scoperto l’opera di Ben Rivers e cosa ti ha spianto ad approfondirne la sua ricerca?

Lucia Aspesi: Il progetto The Two Eyes Are Not Brothers realizzato per Artangel all’interno dei capannoni dismessi della BBC mi ha fatto scoprire il lavoro di Ben Rivers che fino a quel momento conoscevo solo sullo schermo cinematografico. Lo spazio, che un tempo ospitava i laboratori di costruzione dei set televisivi per il canale britannico, era una sorta di relitto architettonico e potenzialmente ancora una macchina di produzione. Ben Rivers ha lavorato proprio su questo limite, dando vita a delle narrazioni non per forza sempre visibili, caratterizzate da proiezioni, suoni e ambienti, dove il film non era solo un contenuto per raccontare delle storie ma, analizzato nei suoi elementi principali: luce, tempo e movimento, era il mezzo per navigare lo spazio espositivo. Da questo progetto Ben ha poi realizzato il lungometraggio The Sky Trembles and the Earth Is Afraid and the Two Eyes Are Not Brothers (2015), presentato in numerosi film festival tra cui quello di Locarno e di New York, interrogandosi sull’idea di linguaggio e traduzione, elementi che hanno un eco molto importante anche nel progetto di Triennale.

ATP: Spesso Ben Rivers è stato definito come una figura autoriale che incarna il contrastato rapporto fra mondo del cinema e mondo delle arti visive. Anche per quanto riguarda la sua ricerca, essa si sviluppa nella zona liminare dove non c’è più distinzione tra cinema etnologico e documentaristico. Nel progetto che presenta in Triennale, si evincono questi contrasti?

LA: Prima di lavorare con la cinepresa, Ben Rivers ha fondato e co-diretto per più di dieci anni la cineteca di Brighton. Questo è stato un periodo cruciale per la sua formazione, ciò significa che prima ancora di girare, Ben ha selezionato e curato numerosi programmi filmici, avendo di fronte un pubblico e assistendo a infinite ore di proiezione in una sala cinematografica. Le influenze del suo lavoro sono dunque numerose e per certi versi atipiche, spaziano infatti dal leggendario regista etnografico Jean Rouch, ai diversi filmmaker sperimentali come Bruce Baillie e Maya Deren ad autori come Pere Portabella e Jean Painlevé, famoso per il sui documentari a carattere scientifico. Ciò che però è affascinate del suo lavoro è la forza e la facilità con cui riesce ad sperimentare e attraversare la distinzione tra i diversi generi cinematografici, mostrando di fatto una complessa conoscenza della storia del cinema, i suoi poteri illusori, i suoi processi chimici e quella fascianzione per la quale ogni volta che ci si trova davanti a uno schermo e le luci intorno a noi si spengono, siamo pronti a proiettarci verso una nuova realtà.

Ben Rivers, Phantoms | Triennale di Milano ©  Foto Gianluca Di Ioia

Ben Rivers, Phantoms | Triennale di Milano © Foto Gianluca Di Ioia

ATP: Il tema cardine della mostra “Phantoms” è la memoria. Mi introduci le relazioni che Rivers ha intessuto con questo complesso e stratificato tema? Come lo ha trattato?

LA: Il lavoro di Ben si è spesso confrontato con l’idea di tempo e lo stesso 16mm, con cui realizza i suoi film, può essere considerato come un mezzo obsoleto. Come dei monumenti effimeri, le sue opere spesso descrivono individui alieni provenienti da un tempo indefinito, di cui però ci viene descritta con minuziosa attenzione la loro quotidianità quasi a supporre che proprio nella loro banalità si nasconda qualcosa di inaspettato. “Phantoms”, come suggerisce il titolo stesso, parla di queste tracce imminenti che si relazionano con quello che più comunemente è la storia.

ATP: In mostra sono presentati tre film: The Shape of Things (2016), Phantoms of a Libertine(2012) e Things (2014). C’è un nesso che lega queste tre proiezioni?

LA: Tutti i film sono legati all’idea di collezione: The Shape of Things (2016) mostra le riprese di oggetti provenienti dalla collezione etnologica dell’Harvard Art Museums: una scultura ermafrodita di epoca bizantina e una brocca antropomorfa della Cina neolitica. Il vissuto di un uomo e i suoi ricordi sono invece il punto di partenza di Phantoms of a Libertine (2012), il film utilizza elementi visivi e testuali estrapolati da un album di viaggi per creare una biografia composta di indizi misteriosi e onirici. Mentre sullo schermo più grande è proiettato Things (2014), in cui sono descritti gli elementi che compongono l’ambiente domestico dell’artista– frammenti di libri, di immagini, di oggetti e di suoni raccolti nel corso degli anni – e danno forma a un viaggio nella fantasia e nella memoria collettiva.

ATP: In merito al film Phantoms of a Libertine(2012), in che modo trae ispirazione a Voyage on the North Sea (1974) di Marcel Broodthaers?

LA: In quest’opera Broodthaers ha lavorato sullo scarto tra la fissità dell’immagine fotografica e il movimento del fotogramma. Anche il lavoro di Ben si confronta con questa domanda: cosa succede quando animi dei frammenti di testo tratti da un diario di viaggio e li proietti su uno schermo?

ATP: Per quanto riguarda l’allestimento, avete pensato a qualcosa di particolare, anche in relazione agli spazi della Triennale?

LA: La mostra è nell’Impluvium, in uno degli spazi più caratteristici della Triennale di Milano. Le sue dimensioni e la sua regolartà sono stati lo spunto per la concezione del display della mostra. “Phantoms” è all’interno di uno spazio unico e tutti i film sono girati in ambienti chiusi e sembrano ricreare una sorta di una collezione museale fatta da oggetti e immagini.

Ben Rivers, Things, 2014 16mm film, color, sound, 21 mins Courtesy of the artist and Kate MacGarry, London

Ben Rivers, Things, 2014 16mm film, color, sound, 21 mins Courtesy of the artist and Kate MacGarry, London

Ben Rivers, Phantoms | Triennale di Milano ©  Foto Gianluca Di Ioia

Ben Rivers, Phantoms | Triennale di Milano © Foto Gianluca Di Ioia

Ben Rivers, Phantoms of a Libertine, 2012 16mm film, color, sound, 10 mins Courtesy of the artist and Kate MacGarry, London

Ben Rivers, Phantoms of a Libertine, 2012 16mm film, color, sound, 10 mins Courtesy of the artist and Kate MacGarry, London