(English version in Italic)

Domani 4 aprile alle 18.00 inaugurerà presso la Galleria CO2 di Torino la mostra collettiva “To Meggy Weiss Lo Surdo, Happy Hour”, curata da Marianna Vecellio, con lavori di Massimo Grimaldi, David Horvitz, Renato Leotta, Michelangelo Pistoletto, Magali Reus e Santo Tolone.

Dopo l’opening, il secondo appuntamento con CARSICO. Il progetto musicale si svolgerà in una location privata – che verrà comunicata durante l’opening – con una playlist di David Horvitz e djset di alcune special guests.

David Horvitz ha creato, in esclusiva per i lettori di ATPdiary, un  diario fotografico commentato per raccontare The Distance of a Day, il lavoro che presenterà in mostra.

Tomorrow, April 4th at 6 pm, Turin based CO2 Gallery will present “To Meggy Weiss Lo Surdo, Happy Hour”, a collective exhibition curated by Marianna Vecellio, with artworks by Massimo Grimaldi, David Horvitz, Renato Leotta, Michelangelo Pistoletto, Magali Reus and Santo Tolone.

After the vernissage, the second appointment with CARSICO. The musical project will be held in a private location – which will be revealed during the opening – with a playlist by David Horvitz and a djset by some special guests. 

Matteo Mottin asked David Horvitz to create – exclusively for the readers of ATPdiary – a commented photographic diary to tell The Distance of a Day, the artwork that he will present in the show. 

© David Horvitz

© David Horvitz

Questa è una fotografia del telefono di mia madre mentre fa un video del tramonto a Los Angeles per il mio lavoro ‘The Distance of a Day’. Vedi il modo in cui ha utilizzato la barriera di metallo come treppiede? Vedi il modo in cui ha usato lo scotch per tenere il telefono in posizione nel caso una brezza dell’oceano cercasse di spazzarlo via? Vedi il nastro legato al telefono, così nel caso il telefono dovesse cadere non finirà per terra? Il pensiero creativo…

This is a photograph of my mother’s phone making a video of the sunset in Los Angeles for The Distance of a Day. See how she’s used the metal barrier as a tripod? See how she’s used scotch tape to keep the phone in place incase an ocean breeze tries to sweep it away? See how there’s a ribbon tied to the phone, incase the phone does fall, it won’t hit the ground? Creative thinking…

© David Horvitz

© David Horvitz

Un autoritratto di mia madre. Guarda nei suoi occhiali: la macchina fotografica, il telefono, il mare…

A self portrait of my mother. Look into her glasses: the camera, the phone, the sea…

© David Horvitz

© David Horvitz

Questa era una stampa che ho fatto con Recess, uno spazio espositivo no-profit di New York. Lo fatto nello stesso periodo di ‘The Distance of a Day’, quindi avevo pensieri simili in testa. In ‘The Distance of a Day’, c’è una veduta simultanea del sole, sia mentre  sorge che mentre tramonta. Qui, simultaneo significa allo stesso tempo. Attraverso lo spazio, ma allo stesso tempo. Questa stampa è fatta da due fotografie digitali. Una è stata fatta da mia madre, come test prima di fare il video di ‘The Distance of a Day’. L’altra l’ho trovata nel mio archivio di foto digitali. E’ una fotografia di circa cinque anni prima fatta dallo stesso punto da cui mia madre scattò la sua fotografia. Qui, lo spazio è lo stesso, ma il tempo è differente.

This was a print I made with Recess, a non profit arts space in New York. I made it at the same time of The Distance of a Day, so I had similar thoughts on my mind. In The Distance of a Day, there is a simultaneous viewing of the sun, as it is both rising and setting. Here, simultaneous means at the same time. Across space, but at the same time. This screen print is made from two digital photographs. One was made by my mother, as a test before making The Distance of a Day video. The other I found in my digital photo archives. It is a photograph from about five years earlier made at the same spot that my mother made her photograph. Here, the space is the same, but the time is different.

© David Horvitz

© David Horvitz

Questo è Demian. Mi manca. Vicino a Demian ci sono due clessidre che ho fatto fare dopo aver realizzato ‘The Distance of a Day’. Una è fatta con la sabbia delle Maldive. L’altra con sabbia dalla California. Ho chiesto a chi le ha fatte di provare a farle entrambe da un minuto. Dal momento che le due sabbie sono diverse, e scorrono a velocità differenti, la quantità di sabbia utilizzata ha dovuto per forza essere diversa. Qui c’è qualcosa che parla del tempo locale… Del tempo e del posto… Della possibilità di una pluralità di temporalità esistenti simultaneamente…

This is Demian. I miss him. Next to Demian are two hourglasses I made after making The Distance of a Day. One is made with sand from the Maldives. The other is made with sand from California. I asked the hourglass maker to try and make them both a minute. Since both sands are different, and flow at different speeds, the amount of sand used would need to be different. Something here about local time… About time and place… About the possibility of a plurality of temporalities existing simultaneously…

© David Horvitz

© David Horvitz

Di solito faccio un libro d’artista ogni volta che realizzo un nuovo lavoro. Questo è quello che ho fatto per ‘The Distance of a Day’. Consiste in foto che ho fatto alle Maldive, e foto fatte da mia madre a Los Angeles. Sull’altro lato c’è un’intervista con David Senior, un bibliotecario del MoMA di New York. Il formato è a fisarmonica, come quello dei libri di cartoline.

I usually make an artist-book when I do a new work. This is the one I made for The Distance of a Day. It consists of snapshots taken in the Maldives by myself, and snapshots made by my mother in Los Angeles. On the back is an interview with David Senior, a librarian at MoMA in New York. Its format is accordion style, like a booklet of post-cards. 

© David Horvitz

© David Horvitz

Questa è una fotografia di me che guardo il mare alle Maldive.

Here is a photograph of me looking at the sea in the Maldives.

© David Horvitz

© David Horvitz

Questa è la stessa fotografia di prima, inserita nella pagina francese di Wikipedia del Mare delle Laccadive. Ho messo la foto sulla pagina inglese di quel mare, e qualcuno l’ha ripostata nella pagina francese. Questa viene da una serie di fotografie che faccio e che poi metto su Wikipedia, in cui poi possono circolare e ri-circolare liberamente dal momento che i contenuti su Wikipedia sono senza copyright.

Here is the previous photograph, placed onto the French Wikipedia article for Laccadive Sea. I placed the photo on the English page for the sea, and someone had re-posted it to the French page. This is from a series of photographs I make that are placed onto Wikipedia, in which they can openly circulate and re-circulate since Wikipedia is copyright free content.

© David Horvitz

© David Horvitz

Un altro esempio, questa volta di una spiaggia in California. Il progetto è iniziato in California, dove la costa è di proprietà pubblica.

Another example, of a beach in California. The project originally started in California, where the coast is public property.

© David Horvitz

© David Horvitz

Ne ho fatto una piccola serie sulla Costa Est, tutta su spiagge private. Tecnicamente, ogni fotografia è la prova del mio sconfinamento nella spiaggia privata.

I did a small series of them on the East Coast, all on private beaches. Technically each photograph is evidence of my trespassing onto the private beach.

© David Horvitz

© David Horvitz

Questo è un biglietto di partecipazione per una mostra che si è svolta simultaneamente da Jan Mot a Bruxelles e da Dawid Radziszewski a Varsavia organizzata da Julia Wielgus. Questo è simile al lavoro Nautical Dusk nella mostra a Torino, in cui la galleria chiude all’ora del crepuscolo nautico. Quindi ogni giorno la galleria chiude ad un orario diverso, nel momento in cui l’orizzonte scompare dal mare (questo è un termine usato dai marinai a scopi di navigazione). A Varsavia e a Bruxelles l’opening era programmato per avvenire nello stesso momento in cui una mia amica dava alla luce il suo primo figlio, una bimba che ha chiamato Olga. Qui, come in Nautical Dusk, penso al tempo come mezzo con cui realizzare il lavoro. Qui, nessuno può sapere quando inizierà la mostra. Va contro ogni tipo di pianificazione professionale, lasciando aperta la porta a momenti spontanei non programmati. Non puoi metterlo nel tuo iCalendar o sulla tua pagina Facebook in modo che ti venga ricordato un giorno prima. Il biglietto è stato scritto a mano da Jenny Jaskey, un curatore di New York.

This is an announcement card for an exhibition that took place simultaneously at Jan Mot in Bruxelles and Dawid Radziszewski in Warsaw that was organized by Julia Wielgus. This is similar to the Nautical Dusk piece in the exhibition in Torino, where the gallery closes at the time of Nautical Dusk. So each day the gallery closes at a different time, the moment the horizon disappears at sea (this was a term used by sailors for navigational purposes). In Warsaw and Bruxelles the opening was planned to happen on the same day my friend gave birth to her first child, a baby girl named Olga. Here, like Nautical Dusk, I am thinking of time as the medium of the piece. Here, no one can know when the show will open. It goes against any kind of professional scheduling, and leaves the opening to a spontaneous unplanned moment. You can’t put it in your iCalendar or on your Facebook page and be reminded of it one day before. The card was hand-written by Jenny Jaskey, a curator in New York.

© David Horvitz

© David Horvit

Una delle cose che preferisco fare a New York è vagare per il Met di venerdi o sabato notte, e vedere cosa trovo. Questa è una fotografia da un giro che ho fatto di recente, un cartellino per un quadro di Monet. Quello che mi ha colpito qui è stato questo pensiero che Monet e Renoir avessero l’intenzione di realizzare un dipinto con lo stesso soggetto, un boating resort sulla Senna fuori Parigi. Ci ho pensato in relazione a ‘The Distance of a Day’, sulla testimonianza simultanea di qualcosa. Mi piace anche pensare al termine “sinottico”, che è un termine biblico. Etimologicamente significa “vedere qualcosa assieme”.

One of my favorite things to do in New York is to wander the Met museum on Friday or Saturday nights, and to see what I find. Here is a photograph from a recent wandering, of a placard about a Monet painting. What struck me here was this thought that Monet and Renoir had set out to make a painting of the same subject matter, a boating resort on the Seine outside of Paris. I thought of it in comparison to The Distance of a Day, about the simultaneous witnessing of something. I also like to think about the term synoptic, which is a biblical term. Etymologically it means to see something together.

© David Horvitz

© David Horvitz

Questo è Jacob Fabricius, un curatore danese, mentre realizza il suo progetto Sandwiched a Brooklyn, dove indossa un cartello fatto da un artista. Il mio cartello dice RIDATECI LE NOSTRE STELLE. Era riferito alla perdita del cielo notturno nella gran parte delle metropoli dovuta all’inquinamento luminoso. Qui c’è una connessione con The Distance of a Day, che usa telefoni, che oggi la gente utilizza come mezzo per orientarsi – sia temporalmente (orologi e calendari) che spazialmente (mappe e gps). Il telefono è come una versione contemporanea della bussola e dell’orologio da tasca. Il tempo prima dell’orologio veniva conosciuto grazie all’ombra proiettata dallo gnomone di una meridiana. Il tempo prima degli orologi riguardava la rotazione terrestre, il sole, la luna. Se guardi degli orologi molto vecchi vedrai che indicano anche le fasi lunari, i segni astrologici, le maree. Qualcuno elencava pure i giorni festivi (oh cosa ne è stato di tutte quelle vacanze??? ridatecele!). Quello che voglio dire è che con l’orologio uno perde il suo rapporto con il sole. Il tempo diventa autonomo, meccanizzato. Non riguarda la relazione reciproca tra il sole, la terra e il tuo corpo. Con The Distance of a Day ho preso un dispositivo contemporaneo per dire l’ora e distribuire il tempo, questo orologio meccanizzato, e l’ho usato per esporre il sole mentre fa iniziare e finire una giornata… E così con questo cartello stavo pensando a questo rapporto con le stelle che è andato perduto. E forse anche a questo spazio perduto per sognare e immaginare. Non è solo inquinamento luminoso… Ma è questa idea di un giorno che non finisce mai.

This is Jacob Fabricius, a Danish curator, doing his Sandwiched project in Brooklyn, where he wears a sign made by an artist. My sign says: GIVE US BACK OUR STARS. It was referring to the loss of the night sky in major metropolises due to light pollution. There is a connection here to the Distance of a Day, which uses phones, which people today uses as means of orientation – both temporally (clocks and calendars) and spatially (maps and gps). The phone is like a contemporary version of a compass and a pocket-watch. Time before the clock was known by the sun’s shadow cast by the gnomon of a sundial. Time before clocks was about the Earth spinning, about the sun, about the moon. If you look at really old clocks they also tell the moon phases, astrological signs, the tides. Someone even list feast days (oh what happened to all these holidays???? give them back!).  What I am getting at is that with the clock, you lose this relationship with the sun. Time becomes autonomous, mechanized. It’s not about the interrelationship between the sun and the earth and your body. So with The Distance of a Day, you use a contemporary means of time telling/ time distribution, this mechanized clock, and it is used to display the sun as it starts and ends a day… And so with this sign I’m thinking about this lost relationship to the stars. And maybe this lost space of dreaming and imagining. It’s not just light pollution… But it’s this idea of a day that never ends.

© David Horvitz

© David Horvitz

Ho fatto questa fotografia a Dublino, dove mi trovo adesso. E’ una sequoia della California nel giardino botanico che c’è qui. Visito sempre i giardini botanici quando viaggio. E cerco sempre se hanno un piccolo pezzo di California. Quelli di Berlino sono fantastici. E anche quelli di Copenhagen. La sequoia della California è un albero fantastico. Sono così grandi, e vivono così a lungo. Il tempo degli alberi è una sensazione del tempo completamente diversa.

I made this photograph in Dublin, where I am now. It’s a California Redwood in the botanical garden here. I always visit botanical gardens when I travel. And I always look to see if there is a little piece of California there. The ones in Berlin are amazing. And Copenhagen is nice too. The California Redwood is an amazing tree. They are so big, and they live so long. The time of trees is a whole different sense of time.

© David Horvitz

© David Horvit

Questa è una statua di un seminatore fuori dall’Alte Nationale di Berlino. Il termine “broadcasting” [“trasmettere”, ma anche “spargere, disseminare” N.d.T.] viene dalla semina. esattamente ciò che è rappresentato qui. E sto pensando a questa idea di trasmissione, e di mezzi di trasmissione. Una campana che trasmette il suo suono dicendo l’ora. Una radio che trasmette un segnale. Le immagini che circolano online…

This is a statue of a seed sower outside of the Alte Nationale in Berlin. The term broadcast comes from the broadcasting of seeds, exactly what is depicted here. And I’m thinking about this idea of broadcast, and of broadcast media. A bell broadcasting its sound telling the time. A radio broadcasting a signal. Images circulating online….. 

© David Horvitz

© David Horvitz

Un’altra foto a Dublino, parte di un lavoro che sto facendo per EVA, la Biennale di Limerick. Qui, due gabbiani volano nella luce dell’alba. Come puoi vedere, come nella fotografia della sequoia, nell’immagine è presente un timbro ora. La mia macchina fotografica è impostata sull’orario della California, così come il mio orologio e il mio computer. Il mio lavoro per la biennale è che rimango nell’orario della California mentre sto in Irlanda. C’è questa idea dello stare fuori dal tempo, del non adattarsi. Dell’essere da qualche altra parte. C’è un’ovvia relazione con The Distance of a Day, in cui ero sincronizzato con mia madre in California. C’è anche questa storia sulla ricerca svolta dalla Gran Bretagna per riuscire a scoprire la longitudine a cui si trova una nave in mare. Per una nave era facile stabilire la sua latitudine, bisogna solo mettersi a guardare il cielo. Ma un modo per conoscere la longitudine era di sapere che ora era nel luogo da cui si è partiti (che si poteva calcolare tramite l’ora locale). Quindi la ricerca consisteva anche nel costruire un dispositivo per dire l’ora in modo affidabile che potevi portarti dietro e che continuasse a funzionare durante tutto il viaggio. E io mi immagino questi marinai che conoscevano due tipi di ora nello stesso istante – sapevano l’ora locale del posto in cui si trovavano, ma si portavano anche dietro il tempo da casa loro, che molto probabilmente era quello di Greenwich. Quindi forse lì in mare era mezzogiorno, ma il loro orologio diceva che erano le undici di sera, e loro si immaginavano i loro amici e le loro famiglie che dormivano e sognavano nella lontana Inghilterra.

Another photograph in Dublin, as part of a piece I’m making for EVA, the biennial in Limerick. Here, two seagulls flying in the morning dawn light. As you can see here, as in the redwood photograph, there is a time stamp on the image. My camera is set to California time, as well as my watch and computer. My piece for the biennial is that I am staying on California time while I’m in Ireland. So there is this idea of being out of time, of not fitting. Of being somewhere else. There is an obvious relation to The Distance of a Day, when I was synchronized with my mother in California. There is also this history to the British’s search for an efficient means of discovering a ship’s longitude at sea. For a ship, it was easy to know it’s latitude, you just have to look to the sky. But one way to know ones longitude was to know what time it was at the location you departed from (which you would calculate with the local time at sea). So the search was also to build a reliable time telling device that you could take on voyages that would continue to work on the whole journey. And I imagine these sailors knowing two times at once – knowing their local time, but also carrying around the time from their home, which was most likely Greenwich. So maybe it’s noon at sea, but on their clock, it says its 11pm, and they imagine their friends and family fast asleep and dreaming faraway in England.

© David Horvitz

© David Horvitz

Guardo il tramonto a testa in giù a Palos Verdes. Non so bene perchè ho fatto questa foto. L’ho trovata nel mio archivio di foto digitali.  Quando la guardo, mi immagino due persone dalle parti opposte della Terra che guardano il sole, come ho fatto io con mia madre. Uno sembrerebbe a testa in giù confronto all’altro, dal momento che si trovano su diverse parti del pianeta. Quindi se una delle due persone si trova a testa in giù mentre emtrambe guardano il sole, allora è come se entrambi fossero in piedi nella stessa direzione. Qual’è il punto di tutto ciò? Non credo ce ne sia uno.

I am looking at the sunset upside down in Palos Verdes. I’m not sure why I took this photograph. I found it in my digital photo archives. When I look at it, I imagine two people on opposite sides of the Earth watching the sun, like I did with my mother. One would seem upside down compared to the other, since they are on different sides of the Earth. So if one person is upside down when they watch the sun, then it will be as if both people are standing in the same direction. What’s the point of this? I don’t think there is one.