ATPdiary ha chiesto a una selezione di spazi indipendenti italiani di presentare degli artisti con cui hanno collaborato o collaboreranno nei prossimi mesi. L’obiettivo è di presentare una nuova generazione di artisti (si spera bravi) seguiti da altrettanti spazi per la crescita di nuovi talenti.

ULTRASTUDIO is an Artist Run Space based in Pescara, Italy. Managed and thought by artists Gioia Di Girolamo, Ivan Divanto, Matteo Liberi, Maurizio Vicerè (Vice).

ULTRASTUDIO in dialogo con gli artisti: Andrea Martinucci, Benoit Menard e Sebastian Wickeroth.
A distanza di alcuni mesi da ENDLESS BACK-UP, il progetto curatoriale presentato a Milano durante il FuturDome, ULTRASTUDIO si ritrova a parlarne con tre degli artisti in mostra.

Exhibition view. Benoit Menard. ENDLESS BACK UP. Outer Space, FuturDome. Milan. Italy. Courtesy the artist and ULTRASTUDIO.

Exhibition view. Benoit Menard. ENDLESS BACK UP. Outer Space, FuturDome. Milan. Italy. Courtesy the artist and ULTRASTUDIO.

1.
US: Andrea, Benoit, Sebastian, ci ritroviamo qui a parlare in questa conversazione aperta di ENDLESS BACK UP, il progetto espositivo che abbiamo presentato mesi fa a Milano in occasione di Outer Space al FuturDome a cura di Ginevra Bria. Tema: lo spazio. Vorrei iniziare con voi un dialogo a distanza di tempo perché trovo occorra sempre una certa misura per comprendere ogni cosa con la dovuta lucidità. Diamo quindi inizio a questa tavola rotonda partendo da una domanda: cosa rimane di questa esperienza?

AM: Il tema del progetto è stato lo spazio come giustamente avete detto voi. Forse è proprio lo spazio quello che mi rimane di più. Non solo uno spazio cosmico che per voi voleva essere un elemento di partenza per l’esposizione, un concetto da esplorare vista la voglia di indagare sempre di più l’ignoto. Nel passato la curiosità era rivolta verso le stelle, ora non ci bastano più. Per me Endless Back Up è stato anche uno spazio fisico, talmente forte che l’ho sentito in maniera intensa. Uno spazio difficile, con pareti che profumano di tempo, con la polvere sul pavimento e le distanze tra il pavimento e il soffitto incise con la grafite a mo’ di graffiti in una caverna. Uno spazio che ha visto grandi maestri passare di lì per poi conoscere l’abbandono ed infine una nuova luce dopo l’ultimo restauro che l’ha da poco riportato in auge. Tutto questo rimane impresso tra le mie dita che scrivono queste parole. Ecco cosa mi rimane.

BM: Per me è stata una bella esperienza. Sono contento di avervi conosciuto e lavorato con voi. Mi è piaciuto lavorare in un posto come FutureDome, anche se il tempo di preparazione è stato breve. Ad ogni modo, penso che la mostra sia stata un successo ed il lavoro che ho presentato abbia funzionato.

SW: Cosa rimane? Beh, per prima cosa l’aver condiviso del tempo insieme. Questo tipo di esposizioni sono esattamente quelle che amo maggiormente. Nessuna pressione commerciale, nessun discorso, nessuna competizione. Solo arte. E naturalmente incontrare persone, altri artisti, lavorare insieme
Avere degli scambi.

2.

Exhibition view. Andrea Martinucci. ENDLESS BACK UP. Outer Space, FuturDome. Milan. Italy. Courtesy the artist and ULTRASTUDIO.

Exhibition view. Andrea Martinucci. ENDLESS BACK UP. Outer Space, FuturDome. Milan. Italy. Courtesy the artist and ULTRASTUDIO.

US: Andrea, tu eri l’unico italiano in mostra e fra l’altro il più giovane, un aspetto da non sottovalutare. Sono interessato però più al fatto che eri l’unico ad aver portato delle tele, una pittura vera senza innesti. Per noi era importante inserire nel progetto la pittura per trovare un punto di equilibrio, qualcosa che si configurasse come un bilanciamento tra espressioni trasversali e poetiche veicolari. Pensi che siamo riusciti in questo intento? Trovi esatto l’inserimento della pittura nel progetto?

AM: Vedevo il mio lavoro come una mosca bianca che era appoggiata e dormiva su tutto il palazzo. Solo il giorno dell’inaugurazione mi sono reso conto della quasi totale assenza della pittura. Per me è stata una sfida ancora più interessante. Uscire fuori dalla concezione dei media che ora vanno a sfruttare un’estetica contemporanea per dare un nuovo respiro a tele che sono state indagate per secoli. La voglia primordiale di approfondire questo mezzo cercando di capire cosa sia questo “contemporaneo”. L’inserimento delle tele all’interno delle stanze non era assolutamente casuale. Il visitatore cercava lo sguardo della donna dipinta e la donna quasi alienata, al contrario, non cercava lo sguardo dello spettatore ma voleva solo contemplare la tela di fronte, per ricordare il suo passato che non riesce più a cogliere poiché nascosto. Volevo trasmettere assenza e alienazione. Sensazioni che provo ogni volta che mi ritrovo davanti alla tela “Sogni” di Corcos conservata alla Galleria Nazionale di Roma. La fisso e mi perdo completamente tra quegli occhi che dicono tutto.

3.

US: Benoit, un aspetto che colpisce del tuo lavoro è il suo nascere ogni volta in forma nuova riprendendo altri vecchi lavori, facendo modifiche, aggiunte e miglioramenti, ripensamenti. Il tutto fa intuire una certa organicità processuale tenendo conto anche delle materie con cui ti relazioni. Portare avanti un’ attività di legami, concatenazioni e riferimenti “all’opera prima”, che valore ha per te? Stai puntando ad un opera totale o il tuo lavoro è più da intendersi come un processo senza soluzione di continuità?

Exhibition view. Benoit Menard. ENDLESS BACK UP. Outer Space, FuturDome. Milan. Italy. Courtesy the artist and ULTRASTUDIO.

Exhibition view. Benoit Menard. ENDLESS BACK UP. Outer Space, FuturDome. Milan. Italy. Courtesy the artist and ULTRASTUDIO.

BM: Direi che queste due dimensioni sono unite nel mio lavoro, entrambe si occupano della nozione di organico. Non ho mai voluto chiudermi in forme fisse o congelate. La mia vita è composta da costanti evoluzioni e mi sembra normale che il mio lavoro faccia lo stesso. Penso provenga dalla visione di una società in costante evoluzione. Il mio lavoro è costituito da elementi ricorrenti che sbucano come marchi o temi, sia i collegamenti che i legami tra le varie fasi. C’è anche l’idea di produrre giustapposizioni, di assemblare materiali, oggetti e riferimenti che nel loro complesso creano discrepanze, spazi di interpretazione che conducono al significato.

Nelle mie esposizioni personali, per esempio, non cerco di distinguere le opere d’arte tra di loro, i pezzi presentati non sono titolati nonostante la loro potenziale autonomia all’interno di una mostra collettiva. Divengono gli elementi di un pezzo espositivo in cui le parti possono essere considerate come materiali o oggetti. Quello che è importante per me è trovare un’installazione globale, uno spazio-tempo, un’esperienza. L’universo estetico proposto mantiene quindi un rapporto speciale con l’idea di temporalità, sia per il suo formato in situ che per la dimensione effimera trovata nei materiali. Durante la mostra, le opere vengono trasformate e / o disintegrate. C’è dunque l’evoluzione del lavoro e delle opere che seguono l’idea costante di emergenza, trasformazione, scomparsa e riapparizione fantasma.

4.

US: Sebastian, il tuo lavoro, in dialogo con DOMINIK era in quella che per il progetto fu la sala delle reminiscenze in cui Adamo, protagonista del viaggio, “riscopre quell’arcaico mondo dal quale vergine era partito”. Ricordi, abbiamo parlato molto di come quella sala dovesse essere priva di colori. E di come le tue “macerie” andassero di concerto con gli scritti paranoici e surreali di DOMINIK. Un viaggio nella mente direi. Eppure il tuo modo di lavorare appare distaccato e vive in bilico tra questi due oltranzismi: la ricerca di una purezza formale, un asintoto alla forma ideale e, dall’altra parte, l’urgenza di fratturare, distruggere, disperdere. Sono sempre stato interessato a chiederti cosa provi nell’attimo esatto in cui dalla forma perfetta realizzata dai inizio al processo di rottura. Parlami di quell’istante.

Exhibition view. Sebastian Wickeroth. ENDLESS BACK UP. Outer Space, FuturDome. Milan. Italy. Courtesy the artist and ULTRASTUDIO.

Exhibition view. Sebastian Wickeroth. ENDLESS BACK UP. Outer Space, FuturDome. Milan. Italy. Courtesy the artist and ULTRASTUDIO.

SW: Penso che questa ricerca di purezza formale da un lato, ed il tentativo di frattura o distruzione dall’altro, non siano necessariamente una contraddizione. Un pezzo apparentemente distrutto può avere un grado molto alto di purezza di forma. Questa distruzione, che considererei piuttosto una trasformazione, rivela certo aspetti e qualità formali che erano nascoste prima. Allo stesso tempo, altri attributi di un determinato materiale diventano meno importanti. Prendiamo per esempio i pannelli di cartongesso. Un materiale da costruzione per l’installazione. Fratturarli significa liberarli dal loro scopo originale che è funzionale. In questo modo diventano altro.

Per rispondere alla tua domanda sul momento in cui inizio a rompere i pannelli, è sempre un’arma a doppio taglio. I pannelli rotti non sono destinati ad essere un espressione di brutalità o di energia grezza. Cerco di contenere qualsiasi tipo di emotività. L’atto di rottura non è importante. Non fa parte del lavoro. L’attenzione dovrebbe essere rivolta al mio approccio concettuale sull’idea di creare e non distruggere.

D’altra parte è un po’ come cucinare. Devi sentirlo. Devi essere dell’umore adatto per creare un buon piatto. Quindi quello che di solito faccio è preparare tutto. Pulisco lo spazio, preparo i pannelli e
trascorro del tempo nello spazio. Tutta questa preparazione è importante per iniziare a sentire qualcosa.
E vado alla ricerca del mio tempo, cerco di rilassarmi, bevo un caffè o mangio qualcosa. E l’energia si accumula. Rimango calmo, sempre più focalizzato. E poi a un certo punto arriva il momento di iniziare.

5.

Exhibition view. Andrea Martinucci. ENDLESS BACK UP. Outer Space, FuturDome. Milan. Italy. Courtesy the artist and ULTRASTUDIO.

Exhibition view. Andrea Martinucci. ENDLESS BACK UP. Outer Space, FuturDome. Milan. Italy. Courtesy the artist and ULTRASTUDIO.

US: Ascoltando in questi mesi critiche positive e negative al lavoro presentato, l’appunto ricevuto con maggiore costanza sta nell’aver presentato “più un viaggio che una mostra”. Credo che in queste parole si celi un interessamento ad un principio filmico, fatto di frames concatenati. Vi trovate d’accordo con questa idea di viaggio. Era percepibile?   

AM: Siete riusciti a raccogliere anche critiche negative? Siete fortunati. Penso che sia più interessante ritrovarsi in un spazio e connettersi con altre realtà. Io fossi in voi sarei soddisfatto della definizione “più un viaggio che una mostra”.

BM: Come ho detto mi sono divertito a lavorare in questo tipo di posto a metà strada tra il deserto e il cantiere di un edificio in fase di realizzazione. La relazione con il luogo implicava un particolare spazio-tempo. Nel viaggio c’è sempre l’idea di una proiezione ma soprattutto l’idea di un’esperienza passata che si arricchisce della scoperta di nuovi orizzonti. Quando si visita una mostra è la stessa cosa. Il rapporto con la storia da un lato e il rapporto con la contemporaneità dall’altro. Dobbiamo solo sapere dove siamo. Penso di posizionarmi a sentire da un’altra parte per andare avanti. Per questo credo che Endless Back-Up sia un’operazione riuscita.

SW: Devo dire che ho difficoltà a percepire la mostra nel suo complesso come la descrivi. Penso che ogni esposizione abbia un suo filone narrativo che collega le singole opere. Il film inizia nella tua testa.
Anche il nostro cervello funziona così, elabora le percezioni in un contesto e
da loro un significato. Con questo non voglio dire che la mostra non abbia avuto significato! Sicuramente nel progetto erano presenti elementi come  processo, tempo e narrazione. Essi svolgono un ruolo determinante nella decodifica dei lavori.  Anche se la narrazione appare come un falso percorso perché racconta una storia di cose che vengono distrutte ma che in realtà non sono davvero accadute. Questo falso percorso ti porta al punto essenziale. Apparentemente accidentale e non regolamentato. Le manifestazioni emergono come strutture composte.