Enrico Prampolini, Il lavoro nel tempo (ritmi geometrici), 1949, olio su tela, cm 78,5x99x5,7. Collezi-one Verzocchi – Museo civico di Palazzo Romagnoli, Forlì

La seconda edizione di Courtesy Emilia-Romagna – il ciclo di mostre proposte da Arte Fiera che coinvolge le collezioni istituzionali d’arte moderna e contemporanea del territorio emiliano-romagnolo – è curata da Eva Brioschi, storica e critica d’arte, curatrice della Collezione La Gaia di Busca (Cuneo).
Il format è lo stesso dell’anno passato: il curatore è invitato a esplorare le collezioni e, attingendo da esse, curare una mostra temporanea all’interno dei padiglioni fieristici.
La curatrice dell’edizione 2020 ha scelto il titolo L’opera aperta.

Come ci racconta la Brioschi nel testo che segue, il titolo è mutuato da un famoso saggio di Umberto Eco del 1962, testo che ha suggestionato anche il curatore della scorsa Biennale di Venezia Ralph Rugoff, tanto da fargli affermare che questo scritto era la chiave di lettura dell’esposizione veneziana: “Umberto Eco ha già detto tutto. Non ho assolutamente nulla da aggiungere a quanto da lui affermato. Secondo Eco l’arte deve fare domande più che dare risposte, cosa dire di più? E’ una bibbia per me. Ha descritto il fenomeno in modo così preciso che sessant’anni dopo nulla è cambiato”.

Concepito come un “viaggio di scoperta delle collezioni presenti sul territorio dell’Emilia-Romagna” la mostra ospita maestri del Novecento come Giorgio Morandi, Carla Accardi, Gerhard Richter, Gianni Colombo, Salvo, ma anche artisti meno noti come come Mattia Moreni, Alberto Sughi, Dino Pedriali, accanto a protagonisti del contemporaneo come come Fischli & Weiss ed esponenti delle nuove generazioni di rilevanza internazionale come Yang Fudong e Yuri Ancarani”. 

Gerhard Richter, AB, Mohn, 1986, olio su tela, Collezione Maramotti, Reggio Emilia

Elena Bordignon: Dopo Davide Ferri, curerai il secondo capitolo di Courtesy Emilia-Romagna, il ciclo di esposizioni allestite nell’ambito della Fiera che coinvolge le collezioni d’arte moderna e contemporanea del territorio emiliano-romagnolo. Il titolo è molto suggestivo, “L’Opera aperta”. Mi racconti cosa suggerisce? Quale taglio contenutistico lega le varie opere in mostra?

Eva Brioschi: L’Opera aperta è il famoso saggio pubblicato da Umberto Eco nel 1962. L’ho riletto di recente e mi è sembrato un buon trait d’union tra la mia piemontesità e l’Emilia-Romagna (Eco era alessandrino di nascita ma fu bolognese d’adozione) e così l’ho utilizzato come una sorta di guida nel viaggio alla scoperta dell’incredibile patrimonio artistico di questa regione. Nel saggio Umberto Eco affronta il tema della indefinitezza dell’opera d’arte, intesa come un apparato che chiunque, persino il suo stesso autore, può “usare” come meglio crede.
Le opere aperte sono opere che, seppure formalmente compiute dal loro esecutore, vengono “completate” dall’interprete nel momento stesso della loro fruizione estetica. Ogni fruizione diviene così una interpretazione e una esecuzione.
Il concetto di arte aperta è una metafora dell’impossibilità di dare lettura univoca di ogni creazione umana, in un’epoca in cui nozioni come discontinuità, fluidità, indeterminismo, entropia, contraddizione e complessità, manifestano la necessità di adattarsi (resilienza) alla realtà in cui viviamo, accettandola e integrandola alla nostra sensibilità.
Partendo da queste suggestioni ho cominciato a raccogliere le opere da inserire nella mostra e da subito ho pensato che non avrei strutturato l’allestimento per sezioni o temi, ma l’avrei concepito come un percorso “aperto” da compiere in senso antiorario, un viaggio attraverso paesaggi, corpi, azioni, dichiarazioni. Nell’ambito di una fiera d’arte, in cui il pubblico è immerso in un tripudio di opere d’arte, vorrei che la visita alla mia mostra fosse un’esperienza di scoperta e stupore, non una ricerca di senso razionale. Vorrei che le opere parlassero per se stesse in un concerto di voci singole capaci di accordarsi in un canto unico, che risuoni nella mente e nello spirito del visitatore anche successivamente alla sua visita. Per questo ho concepito l’inizio della mostra scandito da un vero e proprio ingresso, una sorta di portale verso una dimensione in cui abbandonare certezze e pregiudizi, e la fine della mostra come una sorta di monito, una risposta aperta alla ricerca di senso che i visitatori si fanno quando affrontano una mostra di arte contemporanea.

Dino Candelo, Testa di Venusia, 1976, polistirene espanso verniciato. Realizzata da MEKANE su ideazione e indicazioni di Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo. Cineteca di Bologna
Carlo Zauli, Dado esploso, 1985, gres, cm 106,5×99,5×83,5. Collezione Museo Carlo Zauli, Faenza