Helen Marten, Drunk Brown  House; Installation View, Serpentine Sackler Gallery - Photo © Annik Wetter

Helen Marten, Drunk Brown House; Installation View, Serpentine Sackler Gallery – Photo © Annik Wetter

Testo di Daniela Zangrando 

Bisogna sempre essere pronti alle nuove tendenze dell’arte. Bisogna lasciarsi turbare. Disturbare.

Se qualcosa mi aveva colpito dei primi lavori di Helen Marten, era la freschezza. E la giovinezza. Perché ci vuole un po’ di spirito d’inconsapevole infante a farsi beffe dell’arte tutta e prendere una scala, una panchina o un set di maniglie appiccicate su un pannello e piazzarle in mezzo ad una galleria o nelle sale di un museo. Ci vuole anche un certo coraggio per arrivare nei sacri spazi della Biennale e mollar lì, agganciata precariamente ad una specie di corrimano, una busta di Lavazza Crema e Gusto. O per far reggere ad un solo topolino una sfilza di bassotti.
Quando mi veniva chiesto se ci trovassi qualcosa di interessante, con la sottesa pretesa che ci fosse solo un “No” come possibile risposta, tacevo. Perché qualcosa mi affascinava. Forse era soltanto la libertà dell’accostare, del giustapporre, del prendere e disporre, dell’appoggiare. Non con la ricercatezza ostinata del collezionista. Non con l’autorevole serietà dell’object trouvé. Ma con quel sorriso un po’ cialtrone del bambino che porta nella sabbia tre conchiglie, un secchiello, due pere, una bottiglia d’acqua e, perché no, un ritaglio del giornale glam che sta leggendo la mamma sullo sdraio. Con quello sguardo che un po’ se ne compiace. E con una svogliatezza di base che, da un attimo all’altro, potrebbe far venir voglia di smontar tutto. O di mettere un’iguana sopra al secchiello, e poi ricominciar da capo.

Cos’è successo? Drunk Brown House. Serpentine Sackler Gallery. Londra.
È sparito tutto. è scomparsa quella magia da pentolone e capello arruffato. La mostra è soffocata. Le installazioni, che immagino potrebbero stare benissimo in una Biennale d’Architettura, sono costosissime, leccatissime, precisissime. Unite spazialmente in qualche modo da un legaccio elegante e ferroso.
L’accostamento, che per Helen Marten dovrebbe riuscire ad esplicitare da solo le accezioni degli oggetti presenti, è forzato. Faticoso. Niente a che fare con quell’algoritmo bizzarro che mi aveva fatto soffermare qualche anno prima. Se non fossi un addetto del settore, forse non avrei nemmeno visitato tutto lo spazio. Per noia. E dispiacere.
Più che abilità e maestria, leggo nettamente l’impegno serioso dell’artista che non sa più bene come fare ad andare avanti. Chiuso nella logica del dover rispecchiare all’infinito i propri presupposti di ricerca, annaspa. Tutti sono abituati a vedergli far questo – mettere assieme oggetti appartenenti a mondi diversi e lasciare che trovino le connessioni linguistiche e di senso di per se stessi – e non pare abbiano alcuna intenzione di schiodarsi da qui. A quel punto, candidato a premi importanti e, sembra, ad un futuro brillante e remunerativo, non gli resta altra possibilità che complicare più che declinare, che rendere costoso piuttosto che semplice e immediato. Perché si fa così.
Se messe troppo vicino alla fiamma, anche le più belle ali finiscono per bruciarsi.

Helen Marten, Drunk Brown  House; Installation View, Serpentine Sackler Gallery - Photo © Annik Wetter

Helen Marten, Drunk Brown House; Installation View, Serpentine Sackler Gallery – Photo © Annik Wetter

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Helen Marten, Drunk Brown House; Installation View, Serpentine Sackler Gallery – Photo © Annik Wetter

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