Testo e intervista di Valentina Gervasoni

Adelita Husni-Bey ha vissuto in Libia con i genitori parte della sua infanzia e dell’adolescenza; dopo una breve sosta in Italia è (ri)partita per Londra dove si è trattenuta per dieci anni. Arriva nella residenza di The Blank, a Bergamo, dopo un anno a New York, dove ha da poco concluso l’Independent Study Program (ISP) al Whitney Museum. Si definisce una capra in cucina, ma la sua prova da chef in occasione del sesto appuntamento di The Blank Kitchen, A cena dall’Artista, ha inebriato tutti i partecipanti a colpi di spezie. E cipolla, e aglio.

The Blank Kitchen ospita nella città di Bergamo alcuni dei più interessanti artisti emergenti del panorama internazionale, facendoli entrare in relazione con gli appassionati d’arte e i curiosi attraverso uno strumento trasversale e unificante come quello del cibo e della cucina.

Per tuo padre l’ingrediente prezzemolino è la cannella.  Qual è il tuo ingrediente imprescindibile, ammesso che ne esista uno?

No…Speravo mi facessi domande sul mio lavoro, ero più preparata!
Ingredienti davvero imprescindibili, per me, a differenza di mio padre che mette cannella anche nel…, non ce ne sono. Mi piace molto l’agrodolce quindi aggiungo volentieri miele e sciroppo d’acero. Li metto ovunque per mascherare la mia incapacità in cucina.

I tuoi viaggi, le tue origini come hanno influenzato il tuo modo di cucinare e mangiare?

Inevitabilmente tutte queste esperienze mi hanno influenzata. Tendo a mescolare tutto insieme, infatti; forse è per questo che sono così capra.

Libia: Cosa apprezzi e cosa no di questa terra?

Il bello e il brutto sono categorie soggettive, ma probabilmente la cosa più bella, che apprezzo della Libia, è che lì non ho mai visto una persona per strada. È molto, molto raro vedere persone che non hanno casa: tutto il nord Africa ha una forte cultura dell’ospitalità, quindi, fondamentalmente, non ci sono persone che non hanno mezzi per procurarsi cibo e casa. Per una persona di fede islamica non è comprensibile che ci siano persone che non abbiano di che vivere o un tetto sotto cui stare. E se ci sono persone in difficoltà, solitamente è il vicinato, o chi passa per strada, a farsene carico. Penso che in Europa questa cosa manchi moltissimo.

Non mi sento di parlare in termini troppo generali, anche se sicuramente è un qualcosa che esiste: una cosa “brutta” sono le politiche di genere: c’è una bella differenza abissale nel modo in cui vengono trattate le donne rispetto agli uomini e il tipo di accesso negli spazi pubblici che viene loro riservato; però, allo stesso tempo, non mi sento né amo sentire persone che esprimono giudizi in merito a questo tema che non conosco. Di cultura libica non ne so molto più di voi. Il capitale culturale di ognuno di noi mi fa sentire più inglese che libica, a dire il vero. Diciamo che ho un’esperienza più diretta di quanto è successo in Libia negli ultimi tempi: l’ultima volta che son tornata in Libia è stato dicembre scorso, subito dopo la rivoluzione. Siamo andati a Misurata dove c’erano stati degli scontri abbastanza violenti: la città era completamente martoriata, è stato abbastanza duro da vedere e da sopportare.

Domanda scontata: hai vissuto in prima persona questa “segregazione” di genere?
L’accessibilità a determinati spazi pubblici varia anche secondo le diverse classi sociali.  Essendo io di aspetto occidentale, e avendo un certo tipo di accesso alla città dato dalla provenienza da una famiglia agiata, l’ho vissuta, in un certo senso, ma in maniera diversa rispetto a una persona nata e cresciuta qui, quindi dalla fisionomia orientale e con tratti mediorientali più marcati di quanto possa averne io. Queste politiche creano dinamiche particolari che non sono necessariamente giuste o sbagliate: il modo in cui noi siamo soliti intendere la libertà può anche esser rivisto, può anche non aver nulla a che fare con un velo.

Riassumiamo in breve questa cena

E’ sempre difficile raccontare di qualcosa in breve.
Per questa cena stiamo cercando di preparare un Tabbouleh di quinoa, composto di quinoa e prezzemolo, pomodorini, cetriolo. Questo è un piatto che viene mangiato al fronte ovviamente nella sua variante classica, più povera. Poi abbiamo rivisitato anche l’hoummus di ceci, preparando un Foul moudama, ovvero hoummus di fave che insieme allo Sharmoula di pomodoro piccante,   allo yogurt tipo greco speziato con cannella – da mettere assolutamente secondo mio padre, che me lo ha raccomandato più volte ieri –  e al Al Jufrah, la pasta di dattero, vanno consumati con il salato, in accompagnamento col pane arabo. Abbiamo poi Al Addas, un piatto di lenticchie verdi aromatizzate con alloro, e il nostro piatto principale il maqlouba, proposto in tre varianti: due vegetariane e  il maqlouba originale con carne di pollo. Il maqlouba è un piatto palestinese che mi è stato insegnato da un amico inglese, e qui c’è già uno degli spostamenti che caratterizzano la cena. Anche se ovviamente egli ha trascorso del tempo in Palestina. E’ un piatto che andrebbe consumato insieme, mangiato con le mani attingendo dal medesimo piatto, ma poiché siamo un po’ finto borghesi credo che questa sera useremo delle forchette.  Maqlouba significa “al contrario” e descrive il processo di preparazione del piatto. Prima si cuociono le verdure, facendo attenzione ai tempi di cottura differenti, poi la carne, quindi si creano i diversi strati nella pentola, mettendo in ultimo il riso che cuocerà a vapore e sarà bagnato con del brodo per evitare per evitare che le verdure sul fondo si attacchino. Se non sentiamo odore di bruciato allora va tutto bene. Dopodiché si dovrà ribaltare il tutto sul piatto di portata in modo tale che le verdure si trovino sopra il riso e viceversa. Questa tipologia di cucina è caratterizzata da elementi semplici e freschi. Anche il Gammreddin, il nostro drink alcolico di sambuca e albicocche secche non è altro che succo di albicocca che avremo potuto comprare direttamente al supermercato, ma no! L’abbiamo fatto in casa, mettendo in ammollo le albicocche e filtrandone il succo.

Non hai mai preparato questi piatti?

No, è la prima volta. Io non cucino, mia madre non cucina; l’unico che ci prova è mio padre e insieme abbiamo pensato a cosa presentare questa sera. Poi Corrado ha contribuito con i dolci siculi.

Ho letto un tuo racconto: da un flashback di te piccola a Bengasi, si arriva alle lotte di due anni fa, alla rivoluzione, al momento di liberazione dal regime di Gheddafi…

Sì, forse ti riferisci al racconto del disegno della tigre.

Esatto. Non è solo “licenza poetica”, sono ricordi veri?

Sì, purtroppo è successo che mio zio fu arrestato più volte, non a causa di problemi strettamente politici, ma per interessi economici che inevitabilmente finivano con l’andare contro gli interessi politici del regime. Poi quel disegno gli fu recapitato in qualche modo. In realtà con quel racconto non volevo essere melodrammatica, si fa riferimento a uno strato sociopolitico più complesso e volevo in qualche modo tentare di rendere la difficoltà di spiegare la prigione a una bambina di sette anni, che non è esattamente semplice. Il macellaio aveva queste foto della vita prima del golpe che si dovevano tenere nascoste, erano rare, da mostrare con attenzione. La seconda parte invece racconta dei giorni della rivoluzione: io ero a Parigi per una residenza e non potevo sentire i miei genitori che si trovavano in Libia, le comunicazioni telefoniche erano interrotte, perciò ci scrivevamo. Per me è stato molto difficile saperli lì e vedere le immagini che trasmetteva la tv. Anche se ero relativamente tranquilla, non sono gli intellettuali ad andare in guerra.

La cena è accompagnata dalla proiezione di Anadiomene, video costituito da frammenti narrativi che parlano del Jebel  al Akhdar (la Montagna Verde), testi recitati da un intervistato, la cui testa è fuori inquadratura.  Questa proiezione non è casuale, in quanto l’ispirazione per cucinare alcuni dei piatti di questa sera nasce proprio dall’intervista ad un ragazzo durante la rivoluzione: sono i piatti del fronte.

Il gusto per la narrazione caratterizza e influenza il tuo modo di essere artista, il tuo offrire diverse visioni che banalmente raccontano di come non sia tutto bianco o tutto nero. Se la cucina non è una tua abitudine, la scrittura lo è? Ti piace scrivere?

Sì scrivo molto spesso, anche perché ho una formazione in sociologia. Ho fatto un master in sociologia, quindi ho una propensione all’analisi e allo studio tramite il testo e la narrativa. Per esempio in sociologia si usa molto spesso fare fieldwork. Questa idea di fare un’analisi, qualora fosse possibile, mi accompagna, anche se poi, appunto, io dubito che sia possibile fare una vera e propria analisi; vorrei, infatti, che ci fosse anche un senso autocritico nei lavori, dove questo ammiccamento a quella che può essere una scienza, in verità, nasconde anche il desiderio di proporre l’idea che fondamentalmente non è quasi possibile analizzare le relazioni umane. Quantomeno a livello astratto è possibile, forse, cercare di capire quali sono i sistemi politico-sociali che ci spingono a comportarci in una certa maniera. Sicuramente, credo ci siano delle abitudini, dei comportamenti subconsci che vengono da ciò che ci circonda, e sono fermamente convinta che sia un po’ questo il discorso. Spesso mi capita di pensare a cosa significhi vivere una vita dettata da un particolare sistema socio-economico rispetto a un altro, con le relative complicazioni; nel senso che, chiaramente, come dici tu, non è né tutto bianco né tutto nero: non è tutto così. Cerco, quindi, di fare questo “doppio gioco”: commentare quello che conosco, quindi la vita all’interno di un sistema capitalistico, ma allo stesso tempo non mi fermo a un livello prettamente propagandistico che vorrebbe dire vedere le cose troppo nette.

A cena dall'artista - Adelita Husni-Bey Bergamo 2013

A cena dall’artista – Adelita Husni-Bey Bergamo 2013 Foto: Maria Zanchi

Adelita Husni-Bey,   Anadiomene (still),   VHS trans. su DVD,    22î00í Courtesy Galleria Laveronica

Adelita Husni-Bey, Anadiomene (still), VHS trans. su DVD, 22î00í Courtesy Galleria Laveronica