A to Z, progetto espositivo di Viafarini, a cura di Francesco Bertocco, intende proporre un focus sulle nuove generazioni di artiste e artisti che lavorano con le immagini in movimento. Nella vetrina di Concordia II, dal 17 al 19 settembre 2021, si alterneranno i lavori di Daniele Costa, Giulia Crivellaro, Camilla Salvatore e Perla Sardella, ciascuno con una propria linea di ricerca già evidente e specifica, andando così a tracciare un percorso visivo eterogeneo, tra video arte e cinema sperimentale.

Intervista di Francesca De Zotti e Tommaso Pagani

A to Z è il titolo di un film di Michael Snow, fondativo del linguaggio sperimentale degli anni Sessanta. È anche un titolo onnicomprensivo che cerca di racchiudere in sé le diverse forme di narrazione che caratterizzano il linguaggio audiovisivo contemporaneo. In che modo le artiste e gli artisti che si alterneranno nel progetto si rapportano con le immagini in movimento, che cosa li accomuna e cosa li differenzia?

Francesco Bertocco: A to Z nasce da un’esplorazione intorno alle nuove generazioni di artiste e artisti italiani che lavorano con il video/film, come parte centrale della loro pratica. Partendo da una prospettiva “generazionale”, ne risulta una mostra eterogenea, in cui le ricerche dei quattro artisti e artiste invitati si confrontano e dialogano su piani diversi, ma dentro i quali si intravedono punti di contatto, giunture, in cui i lavori convivono e si avvicinano ciascuno alla forma dell’altro. A partire da questa mia ricerca – in veste qui di curatore – e dalla collaborazione con l’Archivio Viafarini, luogo da sempre attento alle nuove pratiche audiovisive degli artisti italiani, si è sviluppata la mostra A to Z.
Dal found-footage al desktop film, dal documentario di osservazione alla forma autobiografica, i lavori di Daniele Costa, Giulia Crivellaro, Camilla Salvatore e Perla Sardella seguono delle linee di ricerca ben salde nel panorama del cinema d’artista e sperimentale, ma vi attingono in modo personale, non dogmatico, generando così una libertà di movimento, forse ancora metodologicamente più fluida delle generazioni precedenti.
Il mio interesse è quello di segnalare una generazione di artiste e di artisti – dalla formazione e dalle ricerche in parte diverse -, che si sta affacciando in Italia in questo momento, in un panorama in cui la visibilità e l’apertura verso le immagini in movimento si fa sempre più urgente e necessaria. 

Camilla Salvatore, 20 Settembre (2020), still da video
Camilla Salvatore, 20 Settembre (2020), still da video

In 20 Settembre presente e passato, pur collocandosi su due livelli narrativi diversi, sono irrimediabilmente interconnessi. Ciò che è stato, e che è stato vissuto da altri prima di noi, influisce sulla nostra storia e condiziona la nostra memoria, sia in una prospettiva individuale e familiare, sia in una dimensione collettiva e universale. Alternando immagini del tuo presente a vecchi filmati di tuo padre metti in evidenza questo legame, proponendo un’indagine sulla logica stessa del tempo che cerca di risalire alle origini del trauma. Che ruolo ha il testo in relazione alle immagini a cui si accompagna?

Camilla Salvatore: Qualche volta mi è capitato di sognare eventi vissuti nel passato, luoghi appartenenti alla mia memoria. I ricordi sognati non somigliano a quelli che tornano alla mente quotidianamente quando siamo svegli. Questi ricordi dei sogni sono vissuti da me da un punto di vista sempre molto diverso da quello del ricordo originale. Sto guardando forse da un angolo lontano, forse dal soffitto, e non c’è mai suono: come certe pellicole Super8, i film di famiglia che non hanno mai voce. 20 Settembre somiglia a uno di quei sogni strani dove ripercorri luoghi e ricordi del passato con la consapevolezza acquisita a posteriori. Il testo altro non è che il ragionamento sopravvissuto a queste esperienze: poche righe salvate da certi miei diari, uniche testimonianze di lunghe degenze in ospedale di cui ho dimenticato tutto.

20 SETTEMBRE, 2020
20 Settembre è il secondo capitolo di una trilogia ancora in corso. I tre cortometraggi nascono da una riflessione sull’influenza che le vite dei nostri predecessori hanno sul nostro presente, sulla nostra immaginazione, sulla nostra memoria, come se fossero le nostre stesse vite precedenti. Ne risulta che il trauma si trasmette di generazione in generazione; le colpe dei nostri nonni, seguite da quelle dei nostri padri ricadono sulle nostre spalle, come una malattia ereditaria per il nostro spirito. 

Daniele Costa, Il circuito (2018), still da video
Daniele Costa, Il circuito (2018), still da video

Il circuito parte dalla storia di Elisa Moscato, co-pilota di rally non vedente dall’età di 17 anni che rielabora le immagini rimaste impresse nella sua memoria per interpretare sensazioni e stimoli provenienti dalla realtà circostante. All’interno di questa narrazione il montaggio gioca un ruolo chiave nel definire i diversi stadi di comprensione, creando un parallelismo tra il circuito stradale e il sistema percettivo della protagonista. Come hai articolato questo processo di ridefinizione e riappropriazione dello spazio?

Daniele Costa: Il progetto ha visto due anni di lavoro e affiancamento con Elisa, osservando e ripercorrendo le sue modalità di ridefinizione e reinterpretazione del mondo. Da quando Elisa ha perso la vista, le immagini di cui aveva avuto esperienza sono rimaste nella sua memoria, contribuendo a determinare un nuovo processo di apprendimento della realtà esterna. Questo le ha permesso di generare una nuova rappresentazione dello spazio. Il rally diventa l’esperienza totalizzante che le permette di acquisire sensazioni e stimoli connettendoli alle immagini appartenenti alla sua memoria.
Sono tre i canali principali con cui Elisa assimila informazioni e attraverso cui elabora una visione collettiva del percorso: i polpastrelli legati all’incipit tattileleggono il tracciato, la propriocezione del corpo stagliato sul sedile riceve le curve e i movimenti, l’immaginazioneriattiva le aree del cervello che le permettevano di vedere determinate immagini prima di perdere la vista.
Il montaggio costruisce una narrazione non lineare in cui i frame neri diventano le condizioni di possibilità dell’esperienza che sta accadendo. Il nero traccia il responso della sua visione, sezionando il susseguirsi di inquadrature differenti che conducono lo spettatore verso il dialogo tra la memoria visiva di Elisa e la sua rappresentazione del fuori. Il montaggio svela così il completarsi del circuito, che si compie sia attraverso la gara lungo il tracciato della strada, sia a livello percettivo e intracerebrale, generando una modalità di visione altra.

IL CIRCUITO, 2018
Il progetto parte dalla storia di Elisa, non vedente dall’età di 17 anni a causa di un aggravamento di una malattia genetica. Il lavoro osserva e ripercorre, attraverso il mezzo video, le sue modalità di ridefinizione spaziale e le esigenze interpretative del mondo che la circonda. Da circa quattro anni Elisa fa la co-pilota di rally, sport che le consente di rielaborare il proprio spazio e i propri confini in relazione e grazie all’attività sensoriale che compie.

Giulia Crivellaro, A General State of LOneliness (2019), still da video
Giulia Crivellaro, A General State of Loneliness (2019), still da video

Il mukbang è un formato audiovisivo online, piuttosto virale nella Corea del Sud, durante il quale una o più persone mangiano cibo in diretta, mentre interagiscono con il proprio pubblico. All’interno di A General State of Loneliness alcune sequenze di questi found footage vengono accompagnate da una traccia sonora, nel tempo sempre più persistente, che rimanda alla ritualità liturgica dell’atto di mangiare, mettendo in dialogo la dimensione sociale insita in questo atto con quella religiosa. Allo stesso tempo, il riassemblaggio di questi materiali sembra rimandare a una critica verso una rintracciabile superficialità nell’utilizzo della comunicazione presente nella società mediale. Che funzione esercita il suono in queste correlazioni?

Giulia Crivellaro: In A General State of Loneliness l’atto del mangiare viene indagato da un punto di vista sociale e antropologico. In questo senso l’audio ha la funzione fondamentale di risemantizzare la superficiale ripugnanza che potrebbero suscitare i video mukbang verso una dimensione più umana e emotivamente comprensibile. Creando una connessione tra due prodotti umani apparentemente molto differenti, ovvero la ritualità religiosa e la condivisione di momenti semi privati online, la viralità quasi grottesca del mukbang viene fatta risalire all’esigenza dell’uomo di condividere un pasto, anche se in forma virtuale.
Il contenuto visivo acquisisce pertanto, mediante l’accostamento semantico e sonoro, un significato nuovo ma latente. Un fenomeno apparentemente vacuo come il filmarsi mangiando diviene dunque spunto e risultato di una più complessa riflessione sulla necessità di socializzare e sugli espedienti trovati dalla contemporaneità per sopperire alla nostra esigenza di non sentirci soli.

A GENERAL STATE OF LONELINESS, 2019

A General State of Loneliness tematizza il mangiare come atto sociale e religioso. Un cibarsi che,astratto quindi dalla biologica e stretta correlazione con la sopravvivenza, è stato introdotto dal Cristianesimo nella ritualità liturgica.La religione, come il mangiare insieme, ha per secoli aiutato l’individuo a combattere la sua tensione a soffrire la solitudine, creando momenti di aggregazione. Giustapponendo fenomeni apparentemente molto diversi, come la Pange Lingua dell’eucarestia cristiana, il fenomeno del mukbang e il sottile audio di un pranzo in solitaria, si vuole riflettere sulla necessità umana della condivisione.

Perla Sardella, Le Grand Viveur (2020), still da video

Le grand viveur ruota attorno alla vicenda di Mario Lorenzini, la cui idea di cinema potrebbe collocarsi nell’ambito documentarista, con una certa valenza etnografica. Il rapporto tra documentazione verbale e documentazione audiovisiva in antropologia è stato spesso in contrasto. In epoche diverse e secondo punti di vista differenti, queste due forme di documentazione e indagine hanno conosciuto vicinanza e complementarità, ma anche spazi autonomi di ricerca ed esclusioni reciproche. Il materiale audiovisivo di Lorenzini è stato da te riorganizzato, senza ricorrere al consueto uso del voice over che invece spesso contraddistingue tanta parte del cinema documentario. Come mai questa scelta e qual è per te il valore testamentario di quelle immagini?

Perla Sardella: È vero, spesso il voice over accompagna il cinema documentario, specialmente se utilizza immagini d’archivio. Queste spesso sono mute e, essendo anche dei documenti di un tempo e di uno spazio, hanno bisogno di un’analisi, di una guida, per essere lette. In questo caso ho preferito dare una traccia scritta che avesse la stessa funzione – e lo stile – di un sottotitolo. Questo per rendere chiaro che il testo che scorre mentre scorrono le immagini cerca di analizzarle. È un tentativo di traduzione, lo stesso dei sottotitoli di un film di cui non conosciamo la lingua. Le immagini di Lorenzini funzionano anche senza la traccia scritta, si ha quasi l’idea che, volendo, il film possa essere visto in due modi: con o senza. Tradurre l’immagine in testo equivale per me a tradurre una lingua che non parlo in una che invece parlo. È chiaro che il processo di traduzione porterà un nuovo senso e forse eliminerà o appiattirà alcuni dettagli. La traduzione d’altronde è un’altra cosa rispetto all’originale.La voce è un elemento molto caratterizzato che porta con sé sempre una storia e una personalità, addirittura un genere. Per me era importante invece che questo testo parlasse con la voce di chi lo legge, cioè quella della spettatrice e dello spettatore. Non è importante ai fini del lavoro sapere chi parla. Lo è il processo di traduzione, che quindi non può avere una voce. Il film però non è privo di audio: il sonoro, composto da i Conniventi, è affidato a un tappeto di suoni appena accennati, distanti, che a volte disturbano, altre accompagnano la visione, facendo eco a situazioni distanti.

LE GRAND VIVEUR, 2020

Mario Lorenzini era un operaio, un escursionista, un cacciatore e un membro della comunità Walser piemontese della Valsesia. Negli anni ‘70 compra una cinepresa Super8 e inizia a filmare la realtà che lo circonda. Attraverso la sua lente vediamo le stagioni passare a Priami, il suo piccolo paese al confine tra Svizzera e Italia. Mentre con la sua macchina da presa Lorenzini esplora la sua comunità, nel film emerge un secondo punto di vista che ci dà l’interpretazione del suo mondo, della sua vita e della sua idea di cinema. La sua relazione con la mascolinità e la mancata relazione con il mondo femminile è spesso sottolineata, generando un conflitto tra le aspettative della sua comunità e l’incapacità di poterle esaudire. 

Perla Sardella, Le Grand Viveur (2020), still da video

A to Z 
opening: 17 settembre 2021, ore 18.00
18 – 19 settembre 2021: ore 16.00 – 20.00
Concordia II, corso Concordia 11, Milano