L’opinione ‘a caldo’ di Antonio Grulli sulla presentazione di Artefiera a Bologna.

Ciao Elena,

sono appena tornato dalla conferenza stampa di Artefiera e sinceramente sono rimasto stupito dalle cose che ho sentito. Amo Bologna, la ritengo una città stupenda e stimolante, è il luogo in cui forse investo maggiormente le mie energie (di ogni tipo) ma alle volte mi sembra di vivere in una città in crisi profonda, e non mi riferisco a questioni economiche ma intellettuali. Talvolta si ha l’impressione di vivere in un’isola (isolotto?) che pensa di essere mondo. Proverò a elencare alcune brevi riflessioni anche basandomi su quanto detto stamani dalle personalità intervenute (Campagnoli, Di Carlo, Maraniello, Ronchi, Roversi Monaco, Spadoni e Verzotti). Il quadro che è stato dato in generale mi sembrava molto, ma molto, lontano dalla realtà dei fatti. E’ stata citata molte volte la crisi economica internazionale (che si debba iniziare a sopportarla anche come scusa onnipresente?) ma alla fine la fiera viene presentata come viva e vegeta, sana e di qualità. Addirittura sono state dette cose del tipo che la città può competere (o punta a competere) sul piano internazionale con altre grandi capitali. La realtà vera, inequivocabile e inconfutabile, che nessuno a Bologna si sogna mai di dire, è che Artefiera, dall’essere la più antica d’italia (e la seconda per fondazione al mondo) e la più importante nei nostri confini, è al tracollo da molti anni.

Se negli ultimi tre-quattro anni poteva essere vista come la seconda per importanza dopo Torino, dalle premesse che abbiamo quest’anno verrà superata anche da Miart e si ritroverà in un terzo posto ma con un distacco, anche dalla seconda, abissale e difficilmente colmabile con questi chiari di luna. Conosco il lavoro di Spadoni e Verzotti come critici e ritengo siano tra i più bravi e meno conformisti che abbiamo in Italia – però sentirmi dire da Spadoni, in questo contesto, che il Novecento a livello mondiale è stato il secolo dell’Italia, mi ha lasciato basito – ma questo non fa di loro persone in grado di dirigere una fiera di arte contemporanea. Non è possibile trovare una sola idea nuova o valida in questa edizione. Parlo solo in base alle premesse in mio possesso ora, ossia la cartella stampa che mi è stata data in mattinata, dalla quale (e credo sia un segnale chiarissimo) mancava la lista delle gallerie (la trovate sul sito) pur pesando un chilo e pur essendoci all’interno di tutto. Dubito comunque che i fatti mi daranno torto. La media qualitativa delle gallerie presenti è bassissima, nonostante siano per fortuna presenti alcune buone realtà. Dire che si è voluto puntare sulle realtà italiane, per propria scelta, è come la storia della volpe e l’uva. La serie di talk che accompagneranno la fiera è desolante per il modo in cui è stata messa insieme, nonostante alcuni nomi di livello altissimo. I vertici della fiera di bologna frequentano talvolta le principali fiere internazionali? o pensano che Artefiera sia sempre la migliore solo perché la stampa locale (pagine locali di Repubblica, Corriere e Resto del Carlino) non ha i mezzi per valutare e si limita a ripetere quello che le viene detto, e perché il resto della stampa specialistica semplicemente se ne disinteressa (anche per tirare acqua al suo mulino) di quello che succede a Bologna?

L’unica nota minimamente positiva è il tentativo del Comune di proporre, attraverso il Mambo  il programma Art City: tentativo di dare un senso agli eventi collaterali contenendo il delirio degli anni passati. Ovviamente i mezzi sono scarsissimi e si sente che si è tentato di fare le nozze coi fichi secchi. Sempre basandomi sulle premesse direi che la mostra di Bas Jan Ader sia il gioiello di quest’anno. L’altro pezzo forte della settimana fieristica rimane il Premio Furla. Anche per quest’ultimo aspetto di esprimere valutazioni perché mi sembra che il premio non stia vivendo i suoi anni migliori, forse anche per il suo formato. Se non altro rimane un appuntamento importante e che coinvolge personalità di primo piano.

Il dato di fatto rimane uno: l’unica vera grande istituzione culturale cittadina rimane il Mambo, nonostante abbia un budget pressoché ridicolo e vergognoso per una città con la tradizione di Bologna. Mi sembra di intuire che stiano venendo meno anche i supporti delle fondazioni private che invece negli ultimi anni erano stati preziosissimi. Non sarebbe stato meglio che la Fondazione Carisbo concentrasse le proprie energie sul museo d’arte moderna piuttosto che investire cifre enormi (enormi) in un museo (e la cito visto che in mattinata la conferenza era ospitata proprio negli spazi del museo della città) nel quale fatico a trovare un senso? Anche Artefiera andrebbe meglio con a fianco un Mambo più forte e i futuri direttori della fiera farebbero meno fatica a convincere gallerie importanti a partecipare.

Antonio Grulli

Bas Jan Ader, I’m too sad to tell you (1970)