© Alessandro Sciarroni

© Alessandro Sciarroni

Un semplice numero che, per molti versi, sintetizza un’esistenza. Con 41, la Centrale Fies Art Work Space, Festival Bolzano Danza e Museion – dal 16 giugno – presentano una raccolta di progetti firmati dall’artista Alessandro Sciarroni. A cura di Barbara Boninsegna e Filippo Andreatta in dialogo con Ettore Lombardi, il progetto consiste in una selezione di scatti prodotti a partire dagli anni ’90 dall’artista italiano attivo nell’ambito della Performing Art. La raccolta di fotografie, come racconta Sciarroni nell’intervista che segue, dialogano anche con il Trentino-Alto Adige, territorio che ha lo ha ispirato per una delle sue performance più suggestive, [FOLK-S will you still love me tomorrow?].
Sempre nella giornata dell’opening, alle 20 verrà proiettato il film documentario, sul lavoro di Sciarroni, diretto dal regista Karim Zeriahen.
A Bolzano Sciarroni propone assieme al regista Karim Zeriahen una nuova versione del già noto spettacolo FOLK-S. Dalla consolidata collaborazione tra il Festival Bolzano Danza e Museion nasce così FOLK-S _ I’ll be your mirror version, concepito per Museion e la sua facciata mediale in programma a luglio (giovedì 13-20-27 Bolzano).
A Centrale Fies art work space, oltre l’exhibit 41, la performance Chroma (29 luglio Dro) e una speciale riedizione di YOUR GIRL (25 luglio Dro).

Seguono alcune domande ad Alessandro Sciarroni

ATP: Semplicemente un numero, 41. Perché hai scelto questo titolo per la raccolta di progetti presentati alla Centrale Fies?

Alessandro Sciarroni: Quest’anno compirò 41 anni. Ogni immagine ha come titolo un numero che corrisponde agli anni che avevo quando la foto è stata scattata. Fanno eccezione alcune immagini senza titolo, per le quali non è stato possibile attribuire con certezza la datazione. In questa maniera i numeri corrispondono ad un’età dello sguardo.

ATP: La natura del progetto è stata presentata come uno ‘svelamento’. La raccolta di immagini, infatti, cerca di raccontare quella che è stata la tua ricerca nell’ambito della Performing Art. Gli scatti presentati partono dagli anni ’90, fino alle ultime ricerche. Cosa pensi dell’immagine statica della fotografia in relazione al linguaggio (reale) dell’atto performativo?

AS: In realtà le immagini non raccontano la mia ricerca performativa anche se lo sguardo che le ha create è lo stesso che ha generato gli spettacoli. Quando avevo vent’anni avrei voluto fare il fotografo, ma per una serie di circostanze il lavoro in teatro è diventato un attività a tempo pieno che non mi ha permesso di dedicarmi ad altro. Ma ho continuato a scattare immagini, in maniera disordinata. Qualche anno però fa mi sono accorto che certi soggetti erano ricorrenti…
Queste immagini sono presentate assieme ad immagini più antiche, che mi vedono come soggetto, come quella dove sono un bambino vestito da principe azzurro. Mi sono appropriato di queste immagini che non ho scattato e le ho messe accanto alle mie ricerche più recenti. Quelle immagini sono una sorta di “premonizione”.
Sulla differenza tra la fotografia e l’atto performativo potremmo parlarne per giorni e giorni. Non penso che uno dei due linguaggi sia più “reale” dell’altro, in entrambi i casi si tratta di manipolare lo sguardo degli spettatori, sperando che vedano ciò che hai visto tu.
Barbara Boninsegna e Filippo Andreatta di Centrale Fies, mi hanno contattato lo scorso anno chiedendomi se avevo voglia di fare una mostra, visto che nell’art work space dove si svolgerà la 37°edizione di Drodesera, dal titolo “Supercontinent”, avrei riallestito il mio primo lavoro che quest’anno compie 10 anni (Your girl) e presentato l’ultimo (Chroma).
Credo che nessuno si sarebbe aspettato degli scatti fotografici che non hanno nulla a che fare con i miei lavori performativi. Sono molto grato a Barbara e Filippo per aver accettato la sfida.
Alcuni scatti aspettano da più di trent’anni di essere rivelati…

© Alessandro Sciarroni

© Alessandro Sciarroni

ATP: Mondo circense, pratiche sportive, arte concettuale, danza: il tuo mondo visionario spazia in ambiti molto diversi che, apparentemente, sembrano inconciliabili. Mi racconti come nascono le tue coreografie? Come intercetti o stabilisci che un’idea è fruttuosa, tanto da essere sviluppata e resa ‘opera’?

AS: Parto sempre da un’intuizione che il più delle volte è inaspettata. Anni fa ho visto un’immagine di Sam Taylor-Wood sulla quarta di copertina di un cd di Rufus Wainwright. Il cantante indossava l’abito tirolese in quel ritratto. Quell’immagine ha generato il desiderio di investigare quella tradizione, ed è nato lo spettacolo Folk-s. Si tratta di processi inaspettati ed inconsci, imprevedibili. Quelli che vengono tradotti in performance sono pensieri come questi, che ti rimangono in testa finché non li realizzi.

ATP: Il gesto iterato, ossessivo, al limite dello sfinimento fisico, è quello che è emerso in molte tue performance. Trapela dunque l’utilizzo del corpo come uno strumento in continua competizione con se stesso e i suoi limiti. Cosa ti interessa dell’atto ripetitivo, dell’azione replicata?

AS: M’interessa la generosità del performer e la sua capacità di ricercare piacere in questi percorsi. La sfida è solo quella, non è mai uno sforzo doloroso, in questo senso mi commuove: è un atto radicale, volontario ed aristocratico.

ATP: Ho avuto la possibilità di assistere a [FOLK-S will you still love me tomorrow?], la performance ‘senza via di fuga’ che, prima di mettere alla prova i performer, ci sfidava apertamente in un atto di ‘resistenza’. Unica nel suo impianto concettuale, ho giudicato questa performance come una lunga e temeraria riflessione certamente sul tempo, ma anche sulla tenacia e caducità del concetto stesso di bellezza. Mi racconti quando hai capito, nella sua semplicità, che questa performance era ‘perfetta’?

AS: Per me Folk-s è il lavoro più strano che abbia mai fatto, e in questo senso il più “imperfetto”. Doveva essere uno spettacolo di 50 minuti ed ora è una performance dalla durata imprevedibile composta in tempo reale ogni volta. Il lavoro si chiede: quando e come finirà la tradizione? L’unica risposta che abbiamo trovato è: quando non ci sarà più nessuno a guardare quella tradizione, oppure nessuno a prendersene cura. Per questo lo spettacolo dura fino a quando c’è uno spettatore in sala, oppure fino a quando c’è un danzatore in scena. Ma attenzione, sarebbe stato troppo semplice farne un’installazione a fruizione libera. Se lo spettatore esce non gli è permesso di rientrare, così come ai danzatori.
Lo spettacolo è ancora in repertorio e verrà presentato in luglio a Bolzano negli spazi del Museion nella cornice di Bolzano Danza (assieme all’installazione video per la facciata del museo di Karim Zeriahen): finalmente avremo l’occasione di presentare il lavoro nella regione che l’ha generato.

ATP: Il 29 luglio presenti alla Centrale di Fies Chroma. Mi racconti il nesso tra la pratica che consente al corpo di girare per un tempo indeterminato senza perdere l’equilibrio e il bellissimo (e ‘terminale’) libro di Derek Jarman “Chroma”? Dal libro del regista hai mutuato il titolo per la tua performance, perché questa scelta?

AS: Chroma, il libro, avrei potuto metterlo in mostra con le mie fotografie. È un testo che ha segnato molto il mio sguardo, e mi piace “rubare” i titoli di altri lavori, spesso di libri, album o canzoni. Ispirandosi al libro Rocco Giansate ha disegnato la luce dello spettacolo considerando il corpo come un prisma che produce ombre colorate quando è attraversato dalla luce…

ATP: Mi sveli dove stai indirizzando le tue future ricerche per una futura prova di resistenza?

AS: Ora ho tre idee nuove per tre nuovi progetti, ma sono molto ambiziosi e ho bisogno di tempo per capire bene cosa fare. Rispetto alla resistenza non so se si tratterà di quello. Sento che intorno a me si sono create delle aspettative rispetto a questo, e quando questo accade, l’ultima cosa che mi va di fare è assecondarle.

Coming soon… SUPERCONTINENT – XXXVII edizione Drodesera / 21.07 – 29.07.2017 / Centrale Fies, Dro, TN

© Alessandro Sciarroni

© Alessandro Sciarroni