VALIE EXPORT, Aufprägung Körperkonfiguration, 1972 -Courtesy Museion

Apre al pubblico domani 3 Body Configurations, una mostra che  riunisce le opere di tre artiste – Claude Cahun, VALIE EXPORT e Ottonella Mocellin – espressioni di tre modi diversi di rapportare il proprio corpo con la sfera pubblica e privata.
Ospitata alla Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna (via delle Donzelle, 2 Bologna), la mostra è a cura di Fabiola Naldi e Maura Pozzati ed è visitabile dal 18 gennaio al 18 aprile 2020.

La mostra offre la possibilità di vedere per la prima volta in Italia una selezione di opere fotografiche di Claude Cahun (grazie alla collaborazione con Jersey Heritage Collection), una  significativa selezione delle opere fotografiche di VALIE EXPORT (grazie alla collaborazione con il Museion di Bolzano) e una riproposizione di un progetto fotografico della fine degli anni Novanta di Ottonella Mocellin.
Per questa occasione abbiamo intervistato le due curatrici per sondare alcuni aspetti della mostra, come la relazione che intercorre tra il linguaggio della Body Art e la fotografia; i nessi che legano le tre artiste invitate, i temi che toccano le loro ricerche e, non ultima, l’influenza che hanno avuto nelle generazioni successive.

Elena Bordignon: Avete selezionato, per la mostra 3 Body Configurations, tre artiste lontane per data anagrafica e per formazione. Le avete ‘avvicinate’ grazie al tema della mostra: la relazione tra il corpo dell’artista e lo spazio pubblico e privato. Mi raccontate come è nato il taglio concettuale della mostra in rapporto alle rispettive ricerche delle artiste?

Maura Pozzati: Se si vuole indagare il corpo e soprattutto come il corpo dell’artista si relaziona allo spazio interiore e esteriore, è naturale che bisogna fare una scelta radicale sulle artiste che davvero, grazie al corpo, hanno raccontato contenuti profondi, come la propria identità, l’occupazione dello spazio pubblico e il ruolo della donna all’interno della società. Siamo partite da Claude Cahun che è stata la prima artista a utilizzare il proprio corpo come dichiarazione di un principio identitario forte e coraggioso. Non poteva mancare Valie Export da cui proviene il titolo della mostra, con i suoi lavori legati alle body configurations e all’occupazione di uno spazio architettonico pubblico per dichiarare una nuova e possibile relazione. Probabilmente la scelta più interessante dal punto di vista concettuale e curatoriale è quella di Ottonella Mocellin a chiudere il cerchio: un’artista contemporanea italiana che utilizza anche lei il proprio corpo mettendo in scena delle relazioni con il mondo privato, con il paesaggio, con la quotidianità e con lo spazio pubblico.

Ottonella Mocellin_shop till you drop,1997 – Courtesy Lia Rumma, Milano
VALIE EXPORT – Bedrückung, (Körperkonfiguration), 1972 – Courtesy Museion, Bolzano

EB: Avete creato, grazie alle opere in mostra, un nesso tra il linguaggio performativo e la pratica fotografica. Mi potete fare degli esempi concreti, magari citandomi delle opere in mostra, per chiarire come una forma espressiva come la body art sia legata alla fotografia in modo inscindibile?

Fabiola Naldi: A partire dalle Avanguardie Storiche di inizio ‘900 la fotografia è stata anche usata come luogo d’indagine performativo. Tutta la mostra usa questo identico linguaggio: sceglie l’utilizzo del corpo come pretesto per abitare un luogo mentale che è poi restituito come immagine fotografica. Più che di Body Art, parlerei proprio di utilizzo da parte di molti artisti del corpo e della sua restituzione in immagine. 3 Body Configurations è imprescindibilmente legata alla traduzione fotografica e alla possibilità che quel corpo, fisico e concettuale, possa assumere una parvenza di continuità quasi eterna proprio attraverso il dispositivo utilizzato.

EB: Tra le tre artiste, VALIE EXPORT è quella che maggiormente ha palesi implicazioni sul piano politico. Basti pensare che ha mutuato il suo nome dalla marca di sigarette più popolare in Austria negli anni ’60, ripudiando sia quello paterno che quello del marito. Quali opere significative avete selezionato per la mostra?

F.N. Il dichiarato coinvolgimento politico di VALIE EXPORT è certamente valido per il periodo preso in esame, ma aggiungerei che nel ciclo che abbiamo deciso di esporre c’è molto altro. Discorso in parte simile vale per Claude Cahun che ha saputo unire “necessità” espressive molto personali e il ruolo di attivista di genere entro il Surrealismo nella Parigi degli anni Venti. Per quanto riguarda Ottonella Mocellin credo di potere aggiungere che nel processo relazionale, linguistico e simbolico dei ruoli “agiti” nel ciclo di opere esposte, ci sia un processo sociologico evidente quasi al limite del politic

M.P: Quando abbiamo scelto le fotografie di VALIE avevamo già in testa l’allestimento della mostra e dato che volevamo contaminare le artiste tra di loro abbiamo scelto certe fotografie invece che altre, sia come grandezza di formato che come postura del corpo: è stata quindi fatta una scelta a monte proprio pensando che le fotografie dovessero dialogare tra loro e che la mostra stessa diventasse una configurazione corporea.

Ottonella Mocellin_Falling, 1998 – courtesy Lia Rumma, Milano
Claude Cahun – Mi sto allenando non baciarmi, 1927 – Jersey Heritage Collection

EB: È più rivolta verso una dimensione intima e famigliare la ricerca di Ottonella Mocellin. Sin dai suoi primi lavori l’artista ha indagato le ambigue relazioni che vigono tra le persone, in particolare nei rapporti famigliari e nelle dinamiche domestiche. L’artista presenta in mostra un progetto fotografico della fine degli anni Novanta. Di cosa si tratta?

F.N.: È vero che Ottonella Mocellin, soprattutto nella collaborazione con Nicola Pellegrini, indaga un preciso agire relazionale che ondeggia fra privato e pubblico. Nella veste di artista singola però, Ottonella Mocellin ha operato spesso con la fotografia e la performance a cavallo tra anni ’90 e primi anni del 2000, utilizzando il proprio corpo per “esistere” in quanto presenza femminile ed estetica all’ interno di un mondo molto più complesso, che non è solo quello famigliare, come si vede dal progetto Corpi orizzontali nel paesaggio.

M.P: Di Ottonella in mostra sono esposte tutte le fotografie di questa serie proprio perché si instaura tra di loro un vero e proprio racconto, che si dipana all’interno della serie stessa ma anche con le fotografie di Claude Cahun e di Valie Export: un lungo racconto che parla di chi siamo in quanto donne, di come viviamo, di quello che vogliamo dire e di cosa raccontiamo di noi stesse. C’è dunque una componente narrativa nella mostra che emerge fortemente nel bel catalogo edito da Corraini, che ospita anche un testo scritto apposta da Francesca Rigotti.

EB: Claude Cahun è stata la precorritrice di molte ricerche sviluppate negli anni ’80 e ’90. Penso a grandi artiste come Cindy Sherman, avvicinata alla Cahun per la stessa ossessione provata davanti alla macchina fotografica per immortalare un’identità instabile e mutevole, o a Nan Goldin, per l’affinità che le lega nell’affrontare temi intimi e autobiografici. Che lettura avete dato al suo lavoro in mostra, alla luce dell’odierno dibattito in merito al concetto di ‘genere’ e identità sessuali?

M.P. Credo che Claude Cahun sia un unicum nella storia dell’arte, della fotografia e anche della letteratura, perché lei è anche scrittrice. Per i suoi celebri scatti ha certamente dato da mangiare alle artiste che hanno lavorato sull’identità, sulla trasformazione, sulla maschera, sul travestimento, ma la vedo davvero un caso esemplare di simbiosi tra arte e vita, di come le vicende personali entrino nel lavoro dell’artista e viceversa, in un modo radicale e assoluto. Questo coraggio artistico non lo ritrovo nelle artiste contemporanee. Certo sono cambiati i tempi, Claude Cahun vive nel contesto culturale della Parigi degli anni ‘20 dove si confronta in continuazione con gli amici surrealisti, con il mondo del teatro, della letteratura impegnata, in un momento di grande spessore culturale ed artistico.

F.N. Aggiungo che anche Cindy Sherman è un unicum. Sebbene io le abbia entrambe analizzate nei primi anni del 2000 in un libro dal titolo I’ll Be Your Mirror. Travestimenti fotografici del ‘900, la prima cosa che allora scrivevo di Claude Cahun era la necessità di “fissarsi” attraverso la fotografia con un approccio originale e inedito. Questo vale anche per Cindy Sherman, che resta a mio parere una delle artiste più importanti del Ventesimo secolo, e che applica alla fotografia un’indagine identitaria sul ruolo della donna, ma non solo. Nan Goldin invece non credo che operi nello stesso modo, pur indagando l’ambiguità dei ruoli sociali attraverso la fotografia.
In 3 Body Configurations ci sono certamente le tre artiste, ma in questa occasione c’è un progetto critico e curatoriale preciso teso ad indagare urgenze espressive che non sono necessariamente solo politiche, identitarie, femminili, ma che si possono riflettere in queste tre categorie.

Claude Cahun, Claude Cahun nei panni di Elle in Barbe Bleu, 1929 – Jersey Heritage Collection
Claude Cahun, Autoritratto (testa rasata, materiale drappeggiato sul corpo), 1920, Jersey Heritage Collection