A New American Dream (2015-2016)

COLL.EO – A New American Dream  (2015-2016)

Testo di Gemma Fantacci

Dalla produzione di immagini a bordo di satelliti e pianeti ancora irraggiungibili per l’uomo, alla trasformazione del videogioco in set fotografico, l’incontro Post-Fotografia prosegue i suoi interventi mettendo in discussione il ruolo del fotografo e quello dell’immagine. Se da una parte l’intervento del fotografo si fa sempre più marginale, l’immagine software diventa anche forma di controllo e mappatura del nostro sistema sociale.

In questo quadro si introduce l’intervento di Matteo Bittanti, artista, curatore e docente all’Università IULM, che presenta il progetto di appropriazione fotografica A NEW AMERICAN DREAM, realizzato dal collettivo COLL.EO di cui fa parte insieme all’artista americana Colleen Flaerthy. Il progetto, iniziato nel 2014 e tutt’ora in corso, nasce da una riflessione sul futuro distopico verso cui vertono gli Stati Uniti o e sfocia in una azione di pseudo sovversione del progetto A New American Picture (2012) del fotografo americano Dough Rickard. Per quattro anni, Rickard ha esplorato gli Stati Uniti attraverso Google Street View, alla ricerca di luoghi dimenticati ed economicamente devastati. Fotografando non solo lo schermo del proprio computer, ma anche le stesse immagini scattate dalla Google Car e togliendo poi ogni riferimento visivo a Street View, Rickard restituisce il ritratto di un’America in forte declino urbano e sociale. Il progetto di COLL.EO si appropria del progetto di Rickard per ritrarre invece il degradamento della città di San Francisco attraverso centinaia di fotografie prese da Google Street View. A NEW AMERICAN DREAM ritrae passanti più o meno consapevoli della presenza della Google Car ma, a differenza del progetto di Rickard, COLL.EO lascia alcuni degli elementi visivi che caratterizzano l’immagine di Street View. La carica satirica dell’azione di COLL.EO mette in evidenza la mancanza di autenticità del progetto di Rickard sottolineando la sua posizione di “fotografo bianco appartenente alla classe medio alta”, come dichiarato dal collettivo, la cui indagine non nasce da una inchiesta diretta sul campo, bensì da un viaggio virtuale attraverso l’appropriazione delle immagini del database di Google. Il gesto del collettivo si spinge però oltre, mettendo in luce l’incapacità di San Francisco di gestire contemporaneamente le necessità dei suoi cittadini e la sfrenata espansione della Silicon Valley, la cui forza innovatrice veste il doppio ruolo di causa del divario sociale che segna la città californiana e fonte di ricchezza per aziende come la stessa Google, che passivamente tiene traccia del progressivo declino di San Francisco.

COLL.EO - A New American Dream post-mortem  (2015-2016)

COLL.EO – A New American Dream (2015-2016)

COLL.EO - A New American Dream post-mortem  (2015-2016)

COLL.EO – A New American Dream (2015-2016)

La riconfigurazione dell’apparato fotografico non influenza solamente la percezione dell’ambiente e le modalità di utilizzo dei dispositivi, ma interviene anche sul nostro stesso corpo trasformandolo in un vero e proprio strumento di ripresa. Federico Selvini, filmmaker e dottore di ricerca in Visual Studies all’Università IULM, si concentra sul fenomeno delle action camera, tecnologie di ripresa indossabili che provengono dal mondo degli sport estremi e caratterizzate da una estrema leggerezza e dalle ridotte dimensioni. Una volta indossate, all’operatore si richiede solamente di premere un tasto e registrare così la propria performance. Selvini riprende le parole di Ruggero Eugeni, descrivendo le action camera come dispositivi che permettono una relazione di simbiosi e ibridazione tra un soggetto umano e una macchina da presa che non solo riscrive il rapporto tra l’uomo e la macchina, ma sovverte anche le regole alla base delle tecniche di ripresa del cinema. Il tipo di visione che queste permettono è definito first person shot, caratterizzato da un punto di vista che è sempre associato ad un corpo e all’emotività di colui che sta vivendo un particolare momento. La rapidità del take-off di un surfista a caccia dell’onda perfetta o i vertiginosi salti di uno snowboarder vengono ripresi da un apparato che celebra la mobilità e la velocità del corpo, del dispositivo e dell’ambiente in cui questi agiscono. Sebbene Selvini sottolinei come spesso si possa rischiare una standardizzazione dei contenuti, dato anche l’esonero dell’operatore da ogni interazione col dispositivo, tra corpo e macchina si instaura comunque un rapporto di equilibrio che permette all’action camera di funzionare come una protesi che amplifica le facoltà sensibili di un corpo, annullando ogni conflittualità tra naturale ed artificiale.

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I sistemi di mappatura urbana come Street View, l’utilizzo nella pratica artistica di tecnologie legate all’ambito scientifico, la modalità photo mode e le action camera mostrano la capacità della post- fotografia di imporsi come forma di controllo e forza modellante che opera oltre i limiti della visione antropocentrica, introducendo linguaggi che sovvertono il tradizionale codice di comportamento tra uomo e macchina. Lo stesso atto visivo si riconfigura come non lineare, mobile e radicato nell’ambiente circostante grazie alla capacità dell’apparato fotografico di modellare il nostro panorama visivo attraverso immagini che non hanno più una forma materiale, ma sono un insieme di pixel, codici e dati pronti per essere moltiplicati e condivisi nella rete, e da dispositivi che costringono il fotografo a mettere in discussione il proprio ruolo nei confronti di dispositivi che addirittura lo dispensano dalla produzione stessa dei contenuti visivi.

Man recording with GoPro on chest in the Color Run by Desigual. Green color powder. Barcelona Catalonia May 18th 2014. Wearable technology.

Man recording with GoPro on chest in the Color Run by Desigual. Green color powder. Barcelona Catalonia May 18th 2014. Wearable technology.