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Yuri Ancarani. Atlantide 2017 – 2023 | MAMbo, Bologna

Nel 2021, nella sezione Orizzonti del Festival del Cinema di Venezia veniva presentato il lungometraggio Atlantide di Yuri Ancarani (Ravenna, 1972): un’immersione antropologica e al contempo onirica nella città lagunare, trattata come un regno rimasto sommerso sotto strati e strati...

Yuri Ancarani, still da Atlantide, 2021, 104 min | courtesy Studio Ancarani
Yuri Ancarani, still da materiali inediti Atlantide | courtesy Studio Ancarani

Nel 2021, nella sezione Orizzonti del Festival del Cinema di Venezia veniva presentato il lungometraggio Atlantide di Yuri Ancarani (Ravenna, 1972): un’immersione antropologica e al contempo onirica nella città lagunare, trattata come un regno rimasto sommerso sotto strati e strati di immaginario costruito artificiosamente dal marketing e dal cinema. Oggi il film, che si fa denuncia del decadimento dell’ambiente e delle relazioni a cui sta andando incontro l’umanità, tracima fuori dallo schermo di proiezione e inonda i volumi della Sala delle Ciminiere del MAMbo riverberandosi in una serie di materiali video aggiuntivi, messi da parte durante la produzione oppure realizzati appositamente per la mostra, che dilatano in quadri in movimento scene e atmosfere del film. La mostra Atlantide 2017 – 2023, a cura di Lorenzo Balbi, è stata resa possibile dal Trust per l’Arte Contemporanea e da una pluralità di soggetti attivi nel campo nella produzione di film d’artista (IWONDERFULL, I Wonder Pictures, Dugong Films e Rai Cinema). Inaugurata durante ART CITY, rimarrà aperta fino al 7 maggio e avrà un suo seguito ideale nella retrospettiva su vent’anni di lavoro di Ancarani che inaugurerà al PAC Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano il 28 marzo, a cura di Diego Sileo e Iolanda Ratti. In occasione della mostra bolognese viene anche pubblicata la sceneggiatura del film, accompagnata da un testo critico di Balbi e dai disegni di Alessandro Montelli.

La mostra si apre con le immagini crude e spiazzanti di un intervento odontoiatrico ripreso dal vero, proiettate in un ambiente angusto che getta la realtà addosso al visitatore. In fuga dalle immagini, questi cammina attorno allo schermo e si ritrova “inabissato” in un’oscurità avvolgente e smaterializzata. Procedendo quasi a tentoni, si rende conto di dover girare attorno ad un grande muro sospeso, che chiude il lato breve della Sala delle Ciminiere. Capisce così che il muro che ha appena costeggiato è un enorme schermo di proiezione, doppiato e specchiato in un suo gemello situato sul lato opposto. Gli schermi sono finestre su due eventi topici della storia recentissima di Venezia, accennati da spaccati di vita: da una parte il gesto ritmico di frati e commercianti che spazzano l’acqua fuori dai propri locali in occasione di una delle maree record del 2019; dall’altra, una folla di manifestanti che, al di là di un cordone di poliziotti in tenuta antisommossa, protesta pacificamente contro il transito delle grandi navi nella laguna, vale a dire contro la marea del turismo che ogni anno si espande, come l’acqua alta, nelle calli della Serenissima. Dunque, due “momenti di resistenza”, come li ha definiti lo stesso Ancarani in occasione di un talk all’Accademia di Belle Arti: tentativi, uno simbolico e uno fattivo e tangibile, di arginare rispettivamente il riscaldamento globale e le storture del capitalismo, due problemi in fondo collegati. Cala la notte; un suonatore ambulante si siede con la sua fisarmonica davanti ad un vaporetto in secca e il motivo stereotipato di Con te partirò diventa un ritratto poetico delle contraddizioni di Venezia. Proseguendo il percorso di visita nel corridoio di sinistra, altri due schermi si fronteggiano a distanza e illustrano alcune vibrazioni emotive della vita giovanile veneziana.

Yuri Ancarani, veduta della mostra al MAMbo | Foto Ornella De Carlo, courtesy Settore Musei Civici Bologna | MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna
Yuri Ancarani, veduta della mostra al MAMbo | Foto Ornella De Carlo, courtesy Settore Musei Civici Bologna | MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna
Yuri Ancarani, veduta della mostra al MAMbo | Foto Ornella De Carlo, courtesy Settore Musei Civici Bologna | MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna

Incastonato nella sala di metà percorso, il film Atlantide, affresco atipico del volto più autentico di Venezia, è la chiave di volta della mostra, che motiva e sostanzia quanto è già stato visto e ciò che seguirà. Per sbrinare la patina del trucco scenico che imbelletta e maschera la città, è necessario spostarne il baricentro verso le isole della laguna: Sant’Erasmo, San Francesco del Deserto e Pellestrina, al di là di ogni frontiera turistica, sono il palcoscenico di un film-verità sulle mode e sulle pratiche dei ragazzi veneziani, parte per il tutto di una generazione alla deriva. Tediati da una vita stagnante e senza prospettive, si rifugiano in acqua, sui loro barchini, ascoltando musica trap e comprandosi l’evasione dalla noia con l’adrenalina da velocità. Ancarani decide di soffermarsi su Daniele, uno dei tanti, ma dallo sguardo più spento e rassegnato degli altri; la sua vita ha l’unico obiettivo, fine a se stesso, di superare i coetanei in velocità con il proprio mezzo, anche solo di un chilometro all’ora. Daniele ha una storia, sincera al di là di ogni possibile sceneggiatura, con Maila, a cui l’adolescenza non ha ancora impedito di sognare. Ma il loro è un equilibrio instabile che arriva presto alla rottura, e il nome della ragazza, applicato con un adesivo al cruscotto del barchino, viene rimosso. Se la cinepresa installata sul mezzo al momento della rimozione fa pensare ad un gesto costruito e programmato, Ancarani testimonia al di là di ogni ragionevole dubbio l’autenticità del rapporto e della conseguente rottura tra i due ragazzi: “La prima volta che sono andato da loro, lui lavorava al motore e lei lo guardava, sotto una luce zenitale bellissima. Erano due persone interessanti: lui trasmetteva una grande sofferenza interiore, data anche dall’adolescenza; lei aveva un sorriso innocente meraviglioso, la bellezza dei quindici anni. Ma sapevo che sarebbe arrivato un momento terribile che l’avrebbe trasformata. Stavo lì ad aspettare, perché prima o poi sarebbe finita tra loro, e infine è successo. Ho cercato di rappresentare la loro separazione in tutta la sua verità assoluta”.
Dopo la rottura, durante una seduta per rifarsi le unghie, la voce fuori campo di Maila esprime la perdita di ogni barlume residuo della sua speranza nel futuro. Daniele, da parte sua, corre sempre più forte in una laguna che si fa onirica e crepuscolare, mentre la musica passa dalla trap ad un’orchestra maestosa; è una briccola divelta e alla deriva, simbolo di una città che si consuma e cade a pezzi, a decretarne la morte spettacolare, apertamente fittizia ed evocata soltanto dalle immagini del barchino in fiamme. Nel finale la cinepresa vaga in autonomia a pelo d’acqua tra i canali, ormai sconnessa da ogni esigenza narrativa; ruotando di novanta gradi, riprende la realtà e il suo riflesso, passando sotto i ponti che adesso raddoppiano in portali verso altre dimensioni, sempre più in profondità. Continuando il proprio percorso negli ambienti del MAMbo, il visitatore si ritrova gettato in una di queste altre Venezie soprannaturali. Nel corridoio seguente, infatti, l’ombra è solcata da una serie di laser verdi, che si dipartono da emettitori sospesi per incorniciare, sulle pareti, altre proiezioni che ritraggono Daniele mentre solca col suo barchino i canali del centro storico di Venezia, trasfigurato, viene da pensare, in un mondo dei morti in cui le facciate degli edifici sono tinteggiate di blu, rosso e verde dalle luci dei fanali. Ancarani chiosa: “il segreto è che Venezia è un’isola a cui si è sempre arrivati via mare: è il punto di arrivo del viaggio per chi viene dalle isole”. E Daniele è finalmente giunto a destinazione. Nella stanzetta attigua finisce e inizia la storia, l’arte e la vita si intrecciano: Ancarani si riprende nel momento in cui sigla un accordo con il ragazzo, ottenendone la collaborazione per terminare le riprese in cambio dell’impegno a ricostruire a proprie spese i suoi denti consumati dall’uso di droghe. Così si comprende che l’inizio del percorso di visita coincide con la fine della narrazione. Se le unghie finte di Maila sono una maschera tragicomica del disagio esistenziale di una generazione, l’intervento autentico ai denti di Daniele inaugura una nuova vita.

Yuri Ancarani, veduta della mostra al MAMbo | Foto Ornella De Carlo, courtesy Settore Musei Civici Bologna | MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna
Yuri Ancarani, veduta della mostra al MAMbo | Foto Ornella De Carlo, courtesy Settore Musei Civici Bologna | MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna
Yuri Ancarani, veduta della mostra al MAMbo | Foto Ornella De Carlo, courtesy Settore Musei Civici Bologna | MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna
Yuri Ancarani, veduta della mostra al MAMbo | Foto Ornella De Carlo, courtesy Settore Musei Civici Bologna | MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna