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Villa Romana. A House for Mending, Troubling, Repairing

Da pochi mesi Villa Romana ha una nuova direzione: Elena Agudio, storica dell’arte che dal 2012 e per un decennio è stata co-direttrice artistica con Bonaventure Ndikung dello spazio indipendente SAVVY Contemporary a Berlino. La nuova direttrice sta lavorando – anche in continuazione con l’operato della direttrice che l’ha preceduta, Angelika Stepken – per trasformare Villa […]

Villa Romana, Firenze

Da pochi mesi Villa Romana ha una nuova direzione: Elena Agudio, storica dell’arte che dal 2012 e per un decennio è stata co-direttrice artistica con Bonaventure Ndikung dello spazio indipendente SAVVY Contemporary a Berlino. La nuova direttrice sta lavorando – anche in continuazione con l’operato della direttrice che l’ha preceduta, Angelika Stepken – per trasformare Villa Romana in una casa prima che in una istituzione: una residenza fondata da artisti per artisti, uno spazio dove esercitare una convivialità radicale e riflettere sulle responsabilità politiche dell’arte, un luogo dove forgiare strumenti e pratiche di riparazione e restituzione. 
Per questo, con il suo programma di trasformare Villa Romana in “A House for Mending, Troubling, Repairing”(una casa per rammendare, disturbare, e riparare), Elena Agudio ha sviluppato riflessioni curatoriali che si sviluppano lungo tre assi principali, intersezionalmente: (1) la domesticità e la convivialità, (2) il disturbare (troubling) di matrice femminsta e i processi di rovina e di riparazione, e (3) l’appartenenza  diasporica.

La domus fiorentina attraverso cui immaginare nuove solidarietà domestiche non-normative vede il giardino della villa e la cucina come luoghi emblematici del fare, del prendersi cura. Il giardino della Villa è immaginato come laboratorio per sperimentare le possibilità più radicali della sostenibilità ecologica e sociale, e per dare luogo a collaborazioni organiche tra natura e esseri viventi di varie specie. Nel gruppo composito di caretakers del giardino, oltre ai membri di Villa Romana, il mese di aprile ha visto la presenza della curatrice Marleen Boschen, dell’agronoma Isabella Devetta dell’associazione Seed Vicious, dell’artista Leone Contini, della professoressa Anna Lambertini del Dipartimento di Architettura dell’Università di Firenze e dell’artista peruviana quechuan Daniela Zambrano Almidón, arrivata a Villa Romana con dei doni preziosissimi provenienti dal suolo delle Ande, quali semi di peperoncini andini, mais e pomodori. 
Mentre nel salone principale della Villa vengono raccolti semi rari da diversi angoli del mondo, inviati da una grande comunità di agropoeti e artisti, nella nuova visione di Villa Romana la cucina rientra nella tradizione dei Kitchen Table Talks (serie per la radio curata da Agudio per il Goethe-festival radiofonico Latitude On Air), e guarda alle pratiche femministe radicali di solidarietà che sfidano le norme razziste, omofobe e patriarcali. 

Nel mese di aprile nella Villa è stato riattivato il Secondo Congresso degli Scrittori e Artisti Neri del 1959 a Roma. Chris Cyrille-Isaac, curatore in residenza, ha convocato un’assemblea di artisti e operatori culturali intorno alla domanda di Aimé Césaire: “Quale tipo di mondo ci state preparando?”. Tra gli ospiti dell’evento, oltre agli attuali borsisti, sono stati presenti Janine Gäelle e Justin R. Thompson di The Recovery Plan, Johanne Affricot di Spazio Griot, Bocar NiangFrida Korang e di Kirykou e Mistura Allison, la quale è entrata a far parte del team di Villa Romana in qualità di curatrice e coordinatrice del progetto A House for Mending, Troubling, Repairing.

Mistura Allison, storica dell’arte, lavora insieme ad Elena Agudio per ripensare Villa Romana come una casa per riparazioni strutturali e relazionali, un luogo di ricerca sperimentale e con un focus pratico sull’evoluzione processuale nel tempo. Con questo approccio, mentre la pratica curatoriale si approssima a quella di traduzione, si intuisce una vicinanza con l’idea di comune, ed un fare etico e critico per un cambiamento fondamentale nell’approccio all’opera e agli artisti, che ha come fondamento un metodo collaborativo, capace di smantellare il modo in cui le persone imparano.

La Villa è casa e residenza della direttrice e degli artisti vincitori del Premio Villa Romana 2023: Diana Ejaita, Jessica Ekomane, Samuel Kortey Baah e Pinar Öğrenci. Questa convivenza è la chiave per comprendere il modello curatoriale di questo luogo fiorentino, che fa del vivere insieme il centro di un modello di condivisione, di narrazione e di creazione di comunità quotidiane di solidarietà che rispetta la concezione femminista di famiglia in senso allargato.

Samuel Kortey Baah, dopo gli esordi come pittore realista, in progetti come The Crisis Series (2013-15), inizia a lavorare con mezzi, come l’installazione, che gli consentono di esprimere in maniera più diretta i messaggi della sua ricerca. L’opera sperimentale di Samuel Kortey Baah, intrisa di tensioni repulsive, guarda al cuore dell’impedimento creato dalla cultura umanista, giustificato in nome di una difesa eroica, di un credo tuttora rinvigorito da spinte vitaliste, inesprimibile con una verbalità a sua volta compromessa e veicolo della trasmissione di valori imposti. La transizione dalla pittura all’installazione nel suo lavoro avviene nel 2016, quando inizia ad introdurre l’uso del sangue nella sua opera scultorea e in dipinti, che riprendono vetrate gotiche e motivi religiosi, riletti alla luce dell’occupazione coloniale e delle sue conseguenze sul territorio. L’architettura inglese in Ghana, la prima chiesa anglicana qui costruita, le vetrate gotiche in un contesto coloniale, le stampe del ritratto della Regina Elisabetta su un tessuto wax (disegnato in Ghana e prodotto in Olanda) e poster di celebrazione di messe e funerali sono solo alcuni elementi visivi della complessità storica e barocca di un post-coloniale in cui Samuel ripone il proprio interesse. L’imposizione della lingua inglese in Ghana è stata il veicolo per l’obbedienza a valori cristiani, e per la prevaricazione di un’iconografia la cui messa in crisi avviene in un rispecchiamento tra un senso di romanticismo e l’uso del sangue. Samuel Kortey Baah attualmente sta seguendo il suo MFA presso il Dipartimento di Pittura e Scultura KNUST (Kumasi, Ghana) ed è uno studente in scambio presso la Städelschule di Francoforte. L’artista è membro di tre collettivi, blaxTARLINES, Commune6x3, e cofondatore dell’Asafo Black Collective.

Jessica Ekomane è una musicista elettronica e sound artist, che lavora con performance, quali momenti effimeri di condivisione, e installazioni dal vivo. Il suono, che tende a riprodurre ad alto volume, agisce come elemento di trasformazione dello spazio e del pubblico. Per lei la musica è una questione di comunità. Le sue performance quadrifoniche, caratterizzate da un effetto fisico, cercano un effetto catartico attraverso il gioco della psicoacustica (Maryanne Amacher), la percezione delle strutture ritmiche algoritmiche e l’interscambio di rumore e melodia. I suoi paesaggi sonori si fondano su questioni come il rapporto tra percezione individuale e dinamiche collettive o l’indagine sulle aspettative di ascolto e le loro radici sociali. Durante lo studio visit con lei la conversazione è spaziata da intra-azione e algoritmi a Pierre Schaeffer e Halim El-Dabh, dalla sostenibilità musicale alla percezione sonora su livelli scientifici e sociali. La sua residenza a Villa Romana rientra nella logica del suo approccio lavorativo per cui la musica è una questione, un ponte, per creare comunità e connessioni, collaborazioni e per condividere risorse. Sarà anche un momento per lei per poter continuare ad indagare quelle separazioni old fashion che continuano a determinare i modi in cui campi differenti sono separati.

Diana Ejaita, illustratrice e designer, utilizza il tessuto per ricollegarsi alla sua eredità culturale nigeriana. Durante il periodo di studio a Braunschweig, in Germania, inizia a lavorare con lo Nsibidi, un sistema di ideogrammi nigeriani tradizionalmente usati da sciamani e vietati alle donne. È lavorando con pattern e tessuti che Diana racconta la sua esperienza come figlia della diaspora cresciuta in un paese bianco incapace di accettarla e riconoscerla. Diana ha ideato un poster straordinario per l’evento di Villa Romana dedicato alla riattivazione del Secondo Congresso degli Scrittori e Artisti Neri (1959), ispirato a quello disegnato a suo tempo da Gerard Sekoto e alle conversazioni con Cyrille-Isaac.

Le installazioni e i video di Pinar Öğrenci accumulano tracce di “cultura materiale” legate allo sfollamento forzato attraverso le geografie. Le sue letture decoloniali e femministe riguardano la cultura mediterranea e i suoi viaggi forzati verso l’Europa ed intrecciano ricerca sociale, politica ed antropologica, pratiche quotidiane e storie umane che seguono gli agenti della migrazione come la guerra, la violenza di Stato, i movimenti collettivi e i progetti di sviluppo industriale e urbano. Il lettore ricorderà il film Aşit che Pinar Öğrenci ha presentato a documenta (Kassel) nel 2022. In esso Pinar, alla luce della sua storia personale legata al trasferimento da Istanbul a Berlino a causa della posizione dell’attuale regime contro la pace curda, torna a Müküs, città natale del padre ai confini con l’Iran, ed ex capitale della civiltà urartiana e della dinastia armena Vaspuragan. Con questo suo lavoro Pinar Öğrenci ha portato l’attenzione sull’Anatolia orientale, una geografia opprimente per i popoli non musulmani e non turchi; un luogo di radici taciute e lotta armata, in cui abita un senso di costante inquietudine e lutto normalizzato.

Durante il breve soggiorno a Villa Romana ho anche avuto modo di incontrare uno dei membri di Black History Month Florence, Jermay Michael Gabriel Cappellin, artista multidisciplinare di origine etiope. La sua identità afro-italiana è l’origine spirituale del suo lavoro, in cui si confronta a viso aperto con l’archivio coloniale italiano, sovvertendolo in nome di una resistenza, che si manifesta attraverso azioni di rottura o di distruzione di immagini, in cui è offuscato il confine tra documentazione e costruzione storica. La relazione tra Eritrea ed Etiopia e l’analisi della prima colonia d’Italia durante il regime fascista sono alcune delle narrazioni storiche e di oblio permanente la cui sovversione fa parte della ricerca di Germay. 

Le ricerche di Diana Ejaita, Jessica Ekomane, Samuel Kortey Baah, Pinar Öğrenci, Jermay Michael Gabriel Cappellin e Mistura Allison abitano il programma di Villa Romana, una domus ubicata a Firenze, nella culla del Rinascimento e dell’Umanesimo, ma il cui studio sfida e ripensa i paradigmi epistemologici europei, moderni e bianchi a partire dal problema della canonizzazione in Occidente, della fascinazione dell’antichità europea e della violenza epistemica della storia occidentale. 

Le rovine classiche d’Italia e le sue rovine capitalistiche sono gli epicentri di nuove rivendicazioni di vita collettiva, di diritti e di progetti politici, in cui ogni rigidità normativa può essere sfidata e la decadenza occidentale decostruita.

Villa Romana. A HOUSE FOR MENDING, TROUBLING, AND REPAIRING