

Venezia durante la Biennale Arte diventa un posto molto particolare nonostante lo sia già di per sé.
Ogni spazio muta, ogni pertugio viene occupato. Dalla Biennale si dipartono una serie di eventi “collaterali” che se da un lato invadono e moltiplicano la mostra stessa, negli spazi circostanti al di fuori delle sedi istituzionali, dall’altro generano una sequela di manifestazioni alternative non ufficialmente connesse con la prima, ma che dalla prima non possono prescindere. Insomma, due facce della stessa medaglia.
Un’altra particolarità dell’evento è poi quel fenomeno che potremmo chiamare la “compressione percettiva della Biennale”. Se infatti l’esposizione dura dai primi di maggio alla fine di novembre, tutto il mare magnum di informazioni, polemiche, critiche, il cosiddetto hype si concentra nei pochi mesi subito prima dell’inizio, per poi esplodere nei quattro giorni dedicati all’anteprima stampa (l’ultimo è quello dell’inaugurazione ufficiale).
Di fatto all’apertura della stessa, tutto è stato già detto e scritto. Cosa rimane quindi della Biennale nei mesi della sua fruizione? Silencio. Come ci ha insegnato David Lynch.
La cosa migliore per me è stata quella di girovagare per la città alla ricerca di tutti quei padiglioni di piccoli stati allestiti in spazi espositivi privati e molto spesso in chiese sconsacrate che della Biennale sono una costola, pur presentandosi come outsides.
Andare alla scoperta di quelle mostre correlate che con l’Esposizione si rapportano in maniera dialogica, cercando altre vie.
Mai come quest’anno il tema In Minor Keys è così gravido di conseguenze, speranze e consapevolezze che recuperare gli spazi di una Biennale minore, al di là delle polemiche e delle controversie, mi è sembrato quasi un dovere.
Ecco quindi un report (fuori tempo massimo?) da un’altra Biennale, da un’altra Venezia.
Il mio viaggio è partito dal Padiglione della Repubblica del Kirghizistan.
Ospitato nella chiesa sconsacrata di Santa Caterina a sestriere Castello, il Padiglione presenta il progetto di Alexey Morosov, BELEK curato da Geraldine Leardi. Morosov, artista poliedrico che si muove tra scultura e architettura, riflette sulla memoria, le radici, le tradizioni degli antichissimi popoli nomadi della steppa, in rapporto con le architetture idrologiche dell’odierno e nuovo stato del Kirghizistan. L’acqua rappresenta infatti il punto focale del progetto, una delle risorse principali del paese, un dono (un belek come si dice in kirghiso) da amministrare con accortezza e attenzione.
Le monumentali dighe con cui la si fa defluire nei paesi vicini che hanno letteralmente ridisegnato il paesaggio del Kirghizistan, riprodotte in scala, rappresentano allo stesso tempo i pericoli e le responsabilità condivise della sua gestione.
Ma il dono più grande secondo l’artista è quello costituito dalle espressioni e tradizioni della cultura più antica del suo popolo come il gioco equestre tradizionale del Kok Börü. In un video in bianco e nero i giovani cavalieri kirghisi divisi in due squadre cercano di sottrarsi a vicenda una carcassa di un caprone, come fosse una palla, simbolo del lupo una volta oggetto della caccia. In questo gioco uomini e cavalli quasi si fondono come i centauri monumentali, realizzati dall’artista con la stessa terra cruda delle abitazioni della regione. Il progetto ci trasporta nelle lande e nelle steppe del suo paese evocando quel patrimonio immateriale che tra problemi e cambiamenti ha contribuito a preservare l’identità del popolo kirghiso nei secoli.



In un’altra chiesa sconsacrata, quella di Santa Maria del Pianto sempre a Castello, ho trovato il Padiglione della Repubblica del Kosovo. All’interno un enorme dipinto di 17 metri è disposto a semicerchio quasi ad avvolgere lo spettatore. L’opera realizzata dal pittore Brilant Milazimi rappresenta la parte centrale del progetto espositivo Hard Teethcurato da José Esparza Chong Cuy.
Una fila di figure tra le montagne rievoca l’iconografia delle processioni tradizionali in un Kosovo rurale. Ad uno sguardo ravvicinato, però, i corpi logorati in esili anatomie ci comunicano grazie anche alla scala monumentale dell’opera, quella sofferenza e quella condizione di indeterminatezza che hanno caratterizzato la geopolitica del Kosovo in tempi recenti. La lunga coda rimanda a quell’attesa indefinita tra tensioni e sovranità non riconosciute. Nel gesto logorante dell’attendere che si fa carne però c’è anche l’ostinata resistenza (uno dei temi più ricorrenti di questa Biennale) e l’aspettativa di una risoluzione seppur sospesa.
Le stanze di Spazio Berlendis a Cannaregio invece ospitano i Padiglioni della piccola isola di Grenada e del Guatemala. “Le tonalità minori sono anche le isole minori, mondi in mezzo agli oceani, con ecosistemi distinti e infinitamente ricchi, vite sociali articolate – nel bene e nel male – all’interno di strutture politiche ben più vaste”.
Il progetto espositivo di Grenada, la Poetica della Corrispondenza curato da Daniele Radini Tedeschi, invita lo spettatore a considerare l’ecosistema caraibico non soltanto dal punto di vista occidentale come un paradiso tropicale, ma come una fitta rete di relazioni, tradizioni e culture multietniche in un dialogo con baie, isole e arcipelaghi che ha plasmato l’identità dei mari caraibici. “La vita sociale è una lunga corrispondenza”, afferma l’antropologo inglese Tim Ingold, laddove “corrispondere” significa interagire in un lungo e incompiuto processo di formazione reciproca. L’arte quindi si fa relazione e cura attraverso un “respiro condiviso”.
Diverso ma simile il concetto di partenza del Padiglione del Guatemala con la sua esposizione collettiva Las invisibles, curata da Stefania Pieralice e Elsie Wunderlich.
Il progetto espositivo che parte dalle pratiche millenarie della cultura Maya intende rimettere al centro del percorso identitario il ruolo della donna, depositaria dei valori fondanti dell’identità culturale del paese e responsabile perciò della sua sopravvivenza in un contesto coloniale. La responsabilità di una memoria collettiva si fonda sulla comunità e non sul singolo, su l’inclusione e non sull’esclusione (non solo sociale ma anche razziale) come perpetrata da secoli di colonizzazione spagnola.
Chi sono a questo punto “le invisibili”? Sono le donne Maya che lavorano il mais per la produzione di uno dei prodotti di maggiore esportazione le tortillas. Le donne che con le mani umide per evitare che il mais si attacchi, sfidano il fuoco su cui cuoce, bruciandosi spesso i polpastrelli e cancellando così le proprie impronte digitali. Questi atti di eroismo silenzioso e umile, ribaltano quella prospettiva di sfruttamento coloniale con la consapevolezza del proprio ruolo all’interno della comunità e di quei gesti che si caricano così di un significato nuovo di consolazione e speranza.



Venezia può rivelarsi anche uno spazio di condivisione inaspettato, come nel caso del Padiglione dell’Indonesia realizzato in collaborazione con La Scuola Internazionale di Grafica e ospitato proprio all’interno dei loro spazi.
Printing the Unprinted curato da Aminuddin TH Siregar, lavora come molti altri progetti espositivi sul concetto di memoria ma attraverso la stampa artistica che diviene strumento di scambio culturale e produzione di conoscenza.
Sette artisti indonesiani si sono confrontati con la grande tradizione grafica della città, facendo un vero e proprio periodo di residenza nella Scuola dove a contatto con stampatori veneziani hanno lavorato insieme sulla creazione di una narrazione condivisa.
Il centro concettuale del progetto è Mentjap jang Tiada Bertjap: Plajeran Agoeng (“Printing the Unprinted: The Great Voyage”), un manoscritto immaginario del XV secolo che racconta proprio di un viaggio fantastico dal Lago Toba, centro dell’Indonesia a Venezia. Narrato da un personaggio di fantasia, un archivista del regno, il testo si sviluppa attraverso 21 incisioni in cui ognuno dei sette artisti partecipanti interpreta a suo modo una parte del racconto. Uno straordinario esempio di narrazione collettiva dell’incontro tra Oriente e Occidente, non una sintesi ma una frammentazione di stili e tecniche differenti. Questo mio personalissimo viaggio nei limes della Biennale, in spazi minori, tra culture e tradizioni di paesi ai confini del mondo e mostre indipendenti personali e collettive, non poteva che concludersi tentando di rispondere ad uno degli eterni quesiti che puntualmente ritorna: esiste una scena contemporanea a Venezia al di là della Biennale e cosa rimane alla fine della Manifestazione?
A rispondere a questa domanda quest’anno ci ha pensato la curatrice Caroline Corbetta con la collettiva Kunsthaus Paradiso a Palazzo Molin Querini (terminata il 31 maggio).
Concepito come “una casa nella casa” questo intervento espositivo ha raccolto più di 80 opere di cinquanta giovani artisti già operanti a Venezia, tra gli altri Thomas Braida, Giorgio Andreotta Calò, il fotografo Lorenzo Vitturi, Paola Cenati, il collettivo Scafandra, l’artista cinese Qi Zhang, nel tentativo di mostrare una realtà già in atto ma troppo spesso sommersa.
L’esposizione con le sue opere e la sua curatrice, che ha soggiornato negli spazi della mostra durante il periodo di apertura, ha abitato Palazzo Molin Querini creando un ambiente domestico per riflettere su un tema centrale: quello dell’abitare.
La mostra inoltre, ha voluto favorire la creazione di nuove connessioni tra gli artisti e soprattutto testimoniare la presenza costante di una comunità sempre attiva (non solo durante l’Esposizione) requisito fondamentale per mantenere Venezia una città viva, una realtà agente non soltanto agita.






