Fondazione Pastificio Cerere ha inaugurato la stagione espositiva autunnale con tre mostre che indagano altrettante zone liminali: l’invisibile come categoria espansa, contesa tra il vedere e l’impossibilità della visione; lo scarto tra la logica produttiva del tempo e l’erosione del tempo improduttivo; ciò che sopravvive come frammento o rovina, emergendo come reperto contemporaneo. Visitabili fino al 22 novembre.
Nei locali dell’antico mulino dell’ex pastificio, la collettiva Invisibilium, a cura di Giulia Tornesello, presenta il lavoro di quattro artiste nate tra il 1986 e il 2000. Ruth Beraha, Desirè D’Angelo, Chiara Russo, Giulia Apice sono state invitate dalla curatrice a dialogare con lo spazio per immaginare dei campi di significazione in grado di suggerire nuove prospettive sulle dinamiche implicite nella visione e nell’atto del vedere. Il titolo della mostra, tratto dal “De fide rerum invisibilium” di Sant’Agostino, suggerisce un atto di fede da parte del pubblico, abituato a confrontarsi con una cultura voyeuristica incentrata sulla saturazione delle immagini. Cosa accade quando lo sguardo viene rimosso o quando il visibile viene trattenuto? In un’epoca di iper-visibilità, facendo eco ad un vecchio edificio industriale dove l’architettura stessa porta tracce di disuso, transizione, riparazione e riutilizzo, queste artiste offrono un contro-gesto: non-visibilità, parzialità, fede nell’invisibile. La ricerca di Ruth Beraha si concentra su quel sentimento di estraneità su cui talvolta si sofferma la nostra esperienza del mondo. Indagando i punti di rottura e di frizione che la percezione dell’inconoscibile genera in questa sensazione di smarrimento o distorsione del reale, Beraha porta a considerare l’inconoscibile stesso come una parte costitutiva della nostra costruzione identitaria attraverso lo sguardo o, come nel caso di “Mia Cara”, attraverso la percezione uditiva. La video-performance “Autoritratto 57” di Desirè D’Angelo combina la matrice performativa con uno specifico display installativo in cui il lavoro si integra in uno spazio soltanto parzialmente accessibile: in questo caso, l’atto di fede, implicitamente richiesto attraverso l’obbligo di osservare tramite uno spioncino ricavato su una porta in legno di recupero, pone in relazione sguardo e azione, vedere ed esser visti. Le opere di Chiara Russo – una serie di quotidiani trafitti da spine e disposti a muro come fossero delle mazze chiodate – restituiscono, all’interno di uno spazio claustrofobico e di passaggio, la discrasia di una informazione sempre più disfunzionale e mai apertamente disvelata. Questa stessa imperscrutabile distanza tra pubblico e privato, tra realtà e finzione, è riportata, tramite il mezzo pittorico, da Giulia Apice, i cui grandi lenzuoli dipinti accolgono forme soltanto parzialmente accessibili allo sguardo.






“They sold us a dream then took away our sleep” è invece il titolo della collettiva a cura di Vasco Forconi e Kasia Sobczak, con gli artisti Veronica Bisesti, Danilo Correale, Jagoda Dobecka e Marta Krześlak. Il progetto, realizzato in partnership con Goyki 3 Art Incubator a Sopot (sede della prima tappa espositiva), con l’Istituto Italiano di Cultura di Varsavia (sede della seconda tappa) e con l’Istituto Polacco di Roma, mette in luce alcune questioni nevralgiche relative alla discontinuità cronica tra tempo produttivo e spazio-tempo ricreativi, interrogando, per traslato, la condizione post-fordista e la progressiva erosione del tempo improduttivo. L’impianto curatoriale della mostra – che prende il titolo dalla frase tracciata da Danilo Correale su un office divider posto all’ingresso dello spazio – si articola intorno a una domanda urgente che prova a riportare il potenziale trasformativo inscritto in alcune ricerche artistiche contemporanee: esistono ancora luoghi, rituali e tempi dedicati al riposo, al piacere e al benessere collettivo?



La terza mostra, MLNKV, è quella del collettivo artistico Mastequoia (Gabriele Silli, Giacomo Sponzilli e Carlo Gabriele Tribbioli), a cura di Giuliana Benassi, accompagnata da un testo della curatrice e dello storico dell’architettura Francesco Marullo, e con opere realizzate in collaborazione con l’artista cinese Wanmei. Come collettivo attivo dal 2004, Mastequoia lavora a partire da traiettorie individuali (tra filosofia, architettura, regia) intersecate in una pratica corale che dissolve l’autorialità per attingere a diversi media – fotografia, scultura, disegno, video, performance. In mostra, un insieme di materiali fotografici, scultorei e apparati architettonici racconta, in assenza, della figura dell’artista-architetto Konstantin Stepanovič Mel’nikov (Mosca 1890-1974), tra i protagonisti più radicali dell’architettura d’avanguardia in Unione Sovietica; la figura di Mel’nikov viene disarticolata – attraverso parti surrogate di arti, immagini, maschere fantasmatiche – per essere ricomposta in una struttura immaginaria, ambigua e non lineare, che rimescola l’idea stessa di “costruzione” come estensione della mente e dello sguardo. Lo spazio è così servito al pubblico per frammenti, e interrogato come luogo di disfacimento, residuale.
Cover: Mastequoia, dettaglio Loro e io, 2025, ferro, lattice, vetro, argilla minerale, pigmenti e oggetti vari, 200 x 120 cm ca. Installation view MLNKV, Fondazione Pastificio Cerere 2025. Courtesy Fondazione Pastificio Cerere. Credits: Carlo Romano.




