
Con questo celeberrimo aforisma (in Diario Notturno, 1956) Ennio Flaiano intendeva dare un giudizio di valore sul’incapacità della politica italiana di affrontare i problemi, anche i più gravi, in maniera coerente e puntuale. In realtà con quel suo inconfondibile stile sferzante e ironico, Flaiano non voleva soltanto criticare la classe politica di allora, ma tracciare una sorta di attitudine tutta italiana: non sapere affrontare situazioni problematiche senza inevitabilmente cadere nel ridicolo o nel grottesco.
Del resto da Pasolini allo sceneggiatore Mattia Torre, uno dei creatori della storica serie televisiva Boris, quell’incapacità di affrontare i problemi, preferendo piuttosto l’evitamento o un ironico e spesso amaro “sdrammatizzare” sembra proprio essere alla base della nostra società.
L’Italia è un paese di musichette, mentre fuori c’è la morte.
Nel 1996 Giorgio Agamben nel suo saggio Commedia (all’interno della raccolta Categorie Italiane) individua nel comico e nell’antitragico una delle strutture categoriali della cultura italiana. Il filosofo fa risalire questa sensibilità a Dante e alla sua volontà di chiamare il suo capolavoro Commedia:
«Che il poema dantesco sia una commedia e non una tragedia, che l’inizio sia “aspro” e “orribile” e la fine “prospera, desiderabile e grata […] è tanto poco una questione interna alla critica dantesca, che si può dire che in essa figura per la prima volta uno dei tratti che più tenacemente caratterizzano la cultura italiana: la sua essenziale pertinenza alla sfera comica e il suo conseguente rifiuto della tragedia».
È da queste premesse che Andrea Bellini e Francesco Stocchi sono partiti per curare Tragicomica, prospettive sull’arte italiana dal secondo Novecento ad oggi.
La mostra è stata realizzata in collaborazione con Centre d’Art Contemporain Genève, per i sedici anni del Maxxi, Museo nazionale delle arti del XXI secolo, e sarà visitabile fino al 20 settembre 2026.
Attraverso una monumentale rassegna di oltre 300 opere e di 130 artisti, i due curatori hanno voluto scrivere un «racconto alternativo dell’arte italiana, che scompiglia il canone, ampliandolo e restituendo una lettura stratificata e alternativa della storia dell’arte nazionale».


L’esposizione però non offre sempre una narrazione univoca, se da un lato intende soffermarsi su quegli artisti che hanno fatto della «tensione tra tragico e comico il centro della propria poetica» dall’altro utilizza il “tragicomico” come un punto di vista non esclusivo ma al contrario capace di far dialogare opere iconiche con «autori e opere meno frequentate».
Ne viene fuori un’esposizione enorme, spesso anche eccessiva che non sempre riesce nel suo duplice e ambizioso intento: approfondire tutti gli aspetti dell’ironia come categoria critica (cosa che riesce invece molto bene al ricchissimo catalogo) e costruire un dialogo realmente efficace tra i giganti dell’arte contemporanea italiana, Cattelan, De Dominicis, Manzoni, Paola Pivi… e figure anche molto interessanti ma meno note come Nori De Nobili o Clemen Parrocchetti.
Al contrario uno degli indubbi meriti, oltre a quello di recuperare artisti “dimenticati”, è quello di riunire alcune delle opere più celebri dell’arte nazionale, soddisfacendo così la curiosità di molti visitatori che le avevano viste solo sui libri di storia dell’arte. In definitiva l’unica cosa da fare è cercare, vagabondando tra l’infinita varietà delle opere che popolano le Gallerie 2 e 3 del museo, di ragionare su cosa sia per noi “il tragicomico”.
La prima cosa che mi viene in mente parlando di ironia è il concetto di provocazione, tema centrale nelle opere di Cattelan a cominciare dalla Nona Ora, esposta nella prima terrazza della Galleria 3.
Papa Giovanni Paolo II giace su un tappeto rosso sotto il peso di un meteorite, aggrappato al pastorale, proprio nel momento in cui Gesù Cristo invoca Dio Padre reo di averlo abbandonato al suo destino sulla croce. L’opera è una dissacrante e paradossale riflessione sulla caducità del potere, il rapporto tra caso e destino e sulla resilienza di fronte alle difficoltà.
Poco distante le monumentali torte nuziali di Roberto Cuoghi, esposte per la prima volta in Italia, ci suggeriscono un’articolata “presa in giro” del potere. Le torte rappresentano l’esatta riproduzione di quelle create per l’insediamento di alcuni presidenti degli Stati Uniti come Obama o Trump, e per i matrimoni di altri presidenti come Bush o Kennedy. Una provocazione che ci lascia però anche con un senso di straniamento quasi fiabesco come avviene nei lavori di Manzoni e De Dominicis.
Scultura Vivente di Piero Manzoni dialoga proprio con i dolci di Cuoghi trasformando lo spettatore da soggetto osservatore a oggetto osservato, invitandolo a diventare lui stesso un’opera d’arte. Un podio in legno con l’impronta di due piedi diventa così un dispositivo di straniamento, ironica meta-riflessione sul concetto stesso di arte.



Le pareti di una lunga rampa che attraversa la galleria 3 sono invase da una serie di fogli con i meme più famosi sul Covid 19, si tratta di 25.000 Covid Jokes (it’s not a joke) di Paola Pivi.
Qui il concetto di straniamento assume una forma paradigmatica della società contemporanea (non solo italiana). Coniato da Richard Dawkins nel 1976, il meme indica un’informazione replicabile. Nel significato attuale però ciò che più colpisce è l’abbinamento di immagini e parole provenienti da contesti diversi, sulla base del paradosso, della satira e spesso dello humor nero.
Il viaggio lungo le categorie dell’ironico e del tragico continua nella Galleria 2 dove lo spazio si rarefà in un susseguirsi di “piazze” e “stanze”. Qui il concetto di tragicomico si declina spesso in maniera più critica e politica. L’ironia come critica sociale è ben incarnata dal movimento femminista degli anni settanta che non solo lottava per l’autonomia femminile ma rompeva le rigide convenzioni dell’epoca scandalizzando ed evidenziando le incongruenze di un patriarcato già allora in crisi.
Mirella Bentivoglio con Diva/no utilizza il linguaggio come atto politico in cui la parola e le immagini diventano gli strumenti di un linguaggio visivo in grado di leggere criticamente anche il presente così come avviene anche in ’Alfabeto officinale A-Z di Tomaso Binga dove è il corpo stesso dell’artista a farsi linguaggio visivo piegandosi e contorcendosi per incarnare tutte le lettere dell’alfabeto.
La costruzione di un linguaggio critico e dinamico è uno dei temi ricorrenti della mostra che parte proprio con Ruinate di Elena Bellantoni. Le sculture, un esercito di guerriere in terracotta e resina armate solo delle parole incise sui loro mantelli, ci raccontano di donne ribelli che hanno lottato contro un sistema di potere che le voleva mute, in rovina, come suggerisce il titolo dell’opera. Coniugandolo come fosse un imperativo di una forma verbale, l’artista sprona le protagoniste a “rovinare”invece di andare in rovina. Una crepa nel sistema che allude ad una futura rinascita.
In una delle piazze della Galleria 2 staziona ancora Cattelan con Novecento, il celeberrimo cavallo imbalsamato appeso al soffitto. Nel titolo si rievoca il capolavoro di Bertolucci, nel soggetto un classico della storia dell’arte, nella posa una riflessione ironica sul secolo che sta per finire come il povero quadrupede stremato dalla forza di gravità. Più in basso, con il rischio di passare quasi inosservata, Comedian, la famosa banana appesa al muro, manifesto della mostra. Una provocazione sarcastica sul mercato e il sistema dell’arte e su cosa arte (non) è.
Continuando a percorrere la galleria ci si imbatte in artisti che ragionano sul rapporto tra uomo e natura, come Francesco Gennari che inscena un ecosistema artificiale dove la vita delle lumache e dei vermi è costretta in una scatola con un solo foro di uscita, unica speranza di fuga prima della fine dell’ossigeno all’interno. La mostra arriva alla sua conclusione lasciando spazio ad alcune riflessioni sullo spirituale.
In Piccolo nécessaire per l’oltretomba, Baruchello accatasta oggetti di uso comune, smaltati, all’interno di una valigia, creando un’atmosfera sospesa e surreale, forse la stessa atmosfera che accompagna lo spettatore all’uscita.
Cover: Gino De Dominicis Statua (figura distesa), 1979 cappello in paglia intrecciata, pantofole in tessuto e paglia intrecciata, base in legno, cm 40 x 222,6 x 90 Foto Patrizia Tocci Collezione MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo by SIAE 2026





