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The Naked Word | Centrale Fies

La sempre ricchissima programmazione estiva di arti performative di Centrale Fies trova nel 2023 un termine di confronto dialogico nella collettiva The Naked Word (fino al 31 luglio), allestita negli spazi della Galleria Trasformatori, al piano terra dell’ex-centrale idroelettrica. Dopo...

Centrale Fies, The Naked Word, Installation view [Jota Mombaca] | photo credits Alessandro Sala

La sempre ricchissima programmazione estiva di arti performative di Centrale Fies trova nel 2023 un termine di confronto dialogico nella collettiva The Naked Word (fino al 31 luglio), allestita negli spazi della Galleria Trasformatori, al piano terra dell’ex-centrale idroelettrica. Dopo aver chiuso lo scorso anno una terna di mostre denominata “Trilogia anti-moderna” e incentrata sulla relazione tra gli oggetti e le loro attivazioni secondo una lente affine agli studi post-coloniali e di genere, i curatori Simone Frangi e Barbara Boninsegna (con curatela esecutiva di Maria Chemello) avviano un nuovo progetto triennale fondato sugli scritti della teorica femminista materialista Stacy Alaimo. La mostra che inaugura questa riflessione muove gli intenti dal saggio The naked word: The trans-corporeal ethics of the protesting body (2010), un testo che si colloca nella riflessione corrente in ambito performativo sulle modalità attraverso cui il corpo nudo si può fare strumento di protesta, venendo in aiuto alle lotte per temi sociali, ambientali e civili. È da notare che Alaimo si riferisce al “corpo” in senso lato, dato che nella sua riflessione, che ruota attorno al concetto da lei coniato di “trans-corporeità”, i corpi umani sono in stretta correlazione non solo vicendevolmente l’uno con l’altro, ma anche con gli altri corpi che abitano il mondo, oltre che con i paesaggi che lo costituiscono. La saggista, in questo senso, si riferisce a tutte quelle pratiche di protesta che vedono i manifestanti spogliarsi dei loro vestiti in contesti ambientali a rischio di distruzione o depauperamento: “con la loro carne contigua al terreno, drammatizzano una corporeità che non è contenuta da una cornice umana e che invece si estende sulla terra” (p. 7). Anche il linguaggio adottato per verbalizzare le loro battaglie si connota in questo senso, dato che nelle loro dichiarazioni pubbliche parlano della propria carne come “metonimicamente correlata a ciò che cercano di proteggere” (p. 10). Si costruisce così un’etica della vulnerabilità, secondo cui il corpo umano – esposto agli elementi – visualizza e assume su di sé ciò che il pianeta sta subendo a causa del cambiamento climatico.

Centrale Fies, The Naked Word, Installation view [Tarek Lakhrissi] | photo credits Alessandro Sala

La mostra alla Galleria Trasformatori declina queste tematiche raggruppando una serie di lavori che instaurano una condizione di trans-corporeità tra artisti, pubblico e contesto circostante, anche mediante alcune attivazioni performative, che si sono svolte nello stesso weekend in cui ha avuto luogo anche il programma di performance Live Works. L’ambiente di accesso alla galleria, molto sviluppato in altezza, è abitato da un’installazione sospesa di Tarek Lakhrissi (Francia, 1992), composta da una serie di “lance” appese a delle catene e illuminate da luci rosate (Unfinished Sentence II, 2020). Si tratta di un arsenale prodotto dall’artista pensando alle amazzoni protagoniste del romanzo femminista Les Guérillères (1969) di Monique Wittig, un testo scritto negli anni delle lotte a favore dell’emancipazione delle donne dal patriarcato. Per la forma variabile di queste armi (dritte o arcuate, appuntite o biforcute) Lakhrissi si ispira alle mitologie radicate nei suoi ricordi d’infanzia, quelle delle eroine delle serie TV Xena la Principessa Guerriera e Buffy l’Ammazzavampiri. La battaglia per la parità di genere si sostanzia in un immaginario collettivo senza tempo, in cui convivono diversi modelli eroici. In un’ambiente adiacente a quello della Galleria Trasformatori, il giorno dell’inaugurazione è stata anche proiettata l’opera video di Lakhrissi Spiraling (2021), prodotta dall’artista in collaborazione con la Shedhalle di Zurigo. La cinepresa inquadra con una lenta carrellata i movimenti di una ballerina di pole dance, interpretata dall’attivista per i diritti delle persone queer Mila Furie. I suoi movimenti, al contempo sensuali e acrobatici, forzano eversivamente la seriosità dell’ambiente in cui si svolge l’azione, una galleria della Haus der Kunst di Monaco di Baviera, ma anche la rigidità dei modelli sociali tradizionali. La voce fuori campo dell’artista racconta poeticamente l’indagine compiuta sulla propria identità, al di là di ogni schema costrittivo.

Centrale Fies, The Naked Word, Installation view [Tarek Lakhrissi] | photo credits Alessandro Sala

All’interno della galleria, bagnata dalla luce bluastra che proviene dai lucernari soprastanti, si trova una distesa di sabbia, costellata da una serie di sculture in metallo piatte e arcuate, piantate verticalmente come lapidi. Si tratta dell’installazione sinking could be di Jota Mombaça (Brasile, 1991), concepita durante la residenza svolta dall’artista presso De Appel Amsterdam nel 2022. Il lavoro si inserisce in una riflessione già avviata sul tema delle grandi masse d’acqua che contraddistinguono alcune specifiche località, come la laguna veneziana, i canali di Amsterdam, il Mar Baltico. La sabbia presente in sinking could be vuole evocare il Lago Sloterplas, da cui furono estratti i sedimenti per costruire i quartieri occidentali di Amsterdam, concepiti secondo il modello della città-giardino; la sabbia si dimostra pertanto una metonimia per l’acqua del lago in cui era immersa e di cui forse cela un ricordo. Anche le sculture portano su di sé le tracce di un rapporto prolungato e sofferto con l’acqua, dato che sono state immerse in un canale adiacente alla Rijksakademie di Amsterdam per due settimane. Il lavoro è stato attivato dall’artista il giorno dell’inaugurazione con una performance: dopo aver liberato il proprio corpo dalla sabbia che lo ricopriva, Mombaça ha messo in scena un accurato rituale di disseppellimento delle sculture, alternato alla recita di “cinque poesie da leggere sott’acqua”, in cui si moltiplicavano i riferimenti alle profondità abissali, all’annegamento e ai naufragi, ai migranti morti in mare e alle catastrofi climatiche. L’immagine potente di corpi esanimi che affondano nell’abbraccio dell’oceano risuona come un’asserzione politica alla luce delle riflessioni del saggio di Stacy Alaimo.

Centrale Fies, The Naked Word, Installation view [Jota Mombaca] | photo credits Alessandro Sala

Vicino alla distesa di sabbia di sinking could be, una serie di fogli appesi alle pareti e sparsi a terra riporta alcune riflessioni di Florin Flueras (Romania, 1978) in merito alla pratica del Collapse Yoga (2016), da lui sviluppata per portare alla luce e neutralizzare gli stati negativi che assillano la propria interiorità. Durante la giornata inaugurale, Flueras ha coinvolto il pubblico in una dimostrazione di questa tecnica, che richiede di focalizzarsi sui propri malesseri più intimi e di mettere in condizione il corpo di esprimere tali stati interiori. Il primo passo è quello di comprendere quanto si tenda inconsciamente a regolare la propria postura mediante bilanciamenti e contrappunti; il Collapse Yoga inizia quando i muscoli si rilassano svestendo questi accorgimenti impliciti, fino al punto da disallinearsi e collassare lentamente, in balia della gravità, del libero gioco delle articolazioni, ma anche degli stati negativi più profondi, che in tal modo vengono alla luce e sono lentamente esorcizzati. Lo scopo è arrivare ad un “asana”, una posizione stabile, da cui affacciarsi al di fuori del proprio corpo per percepire una nuova sintonia con l’ambiente in cui ci si trova e con gli altri individui che si stanno adoperando nell’esplorazione di se stessi. Flueras mette in atto questa pratica anche in contesti pubblici connotati da rigidità culturali o politiche negative, come i palazzi del potere, nella convinzione di poter coinvolgere nel processo catartico anche la società circostante.

Centrale Fies, The Naked Word, Installation view [Florin Flueras] | photo credits Alessandro Sala

Quasi invisibili nella luce crepuscolare che filtra dai lucernari, due fiori sono appesi alla parete di fondo della galleria. Da queste sculture, facenti parte della serie In Our Midst (2021) di Marco Giordano (Torino, 1988), si spande suadente una traccia sonora, composta da Luke Fowler a partire dalle registrazioni dei flussi interni delle piante. Si può fantasticare che i fiori siano scaturiti da semi portati dal vento e radicatisi in qualche anfratto del muro. In quanto dispositivi che coinvolgono più sfere sensoriali, sono in effetti “corpi” con cui il visitatore è chiamato a misurarsi. Chiude e suggella una mostra tutta incentrata sulle dinamiche e sulle topografie dei corpi umani e non umani una serie di disegni tracciati dall’artista e performer Alina Popa (Romania, 1982-2019) nelle ultime settimane della sua vita, ad occhi chiusi, con il block notes appoggiato sul proprio petto, al ritmo franto del respiro (Untitled (drawings), 2018-2019). Il tratto della penna ha registrato i sussulti sottopelle del dolore e degli stati emotivi; ogni disegno è un microcosmo di grafemi scardinati e rarefatti, accompagnato da un titolo-dichiarazione che cristallizza in poche parole la concentrazione sofferta su azioni e sensazioni (Calming the breath, Bandaging the pain), i sogni sublimi di libertà (Flying through the amazonian forest), la profondità dello scavo interiore (Self-experience as pure form). I disegni, tutti allineati sulla lunga parete opposta all’installazione di Mombaça, sono irrorati di luce: libratisi dalla topografia del corpo emaciato e sofferente dell’artista, adesso si fanno doni esperienziali per chi è disposto a specchiarsi in essi.

Centrale Fies, The Naked Word, Installation view [Marco Giordano] | photo credits Alessandro Sala
Centrale Fies, The Naked Word, Installation view [Alina Popa] | photo credits Alessandro Sala