Su invito del festival internazionale di fotografia Cortona on the move giunto alla sua sedicesima edizione (a cura di Renata Ferri, 16/7 – 1/11 2026), il duo artistico Botto&Bruno (Gianfranco Botto e Roberta Bruno) ha realizzato Songs of a Lost World (Canzoni di un mondo perduto), un’installazione wallpaper site-specific concepita per la sala ellittica di Palazzo Baldelli. L’edizione 2026 del festival – Beautiful Country – è un’indagine sull’Italia degli ultimi decenni: “un atlante visivo aperto, un ‘viaggio di viaggi’ in cui la fotografia diventa strumento di esplorazione critica e poetica”. È evidente il richiamo al progetto fotografico Viaggio in Italia ideato da Luigi Ghirri alla fine degli anni Settanta. Un progetto di “rifondazione” dell’immagine del paesaggio italiano che prende forma nel 1984 con l’omonima mostra alla Pinacoteca Provinciale di Bari e successivamente riproposta in altre città.
Beautiful Country esplora il Bel Paese che nel frattempo è cambiato. “Riusciranno le architetture del presente a persistere nella memoria o saranno soltanto facciate senza storia e senza vita?” si chiede Carola Allemandi, curatrice di Songs of a Lost World.
Utilizzando la tecnica del collage manuale Botto&Bruno hanno giustapposto circa novecento fotografie creando un paesaggio immaginario. Immagini tratte del loro materiale d’archivio: periferie urbane italiane e archeologie industriali, tra le quali il polo industriale di Marghera fotografato dagli artisti nel 1997, si giustappongono a rovine di edifici in mattoni richiamando l’architettura toscana in cui l’opera è ospitata.
Aurelio Andrighetto ha intervistato gli artisti Botto&Bruno e la curatrice Carola Allemandi.
Aurelio Andrighetto (> Botto&Bruno) – Songs of a Lost World richiama alla mente la Sala dei Giganti a Palazzo Te. Come segnala Ernst Gombrich, l’opera di Giulio Romano rappresenta una variante della “forma disturbata”, della catastrofe manierista della forma, che la vostra installazione wallpaper site-specific sembra evocare. Possiamo considerare Songs of a Lost World come una variante contemporanea della “forma disturbata” e quindi di una catastrofe della forma nella quale si rispecchia una catastrofe che incombe sul paesaggio urbano contemporaneo? Mi permetto di formulare questa domanda per l’analogia tra il vostro intervento sulle pareti della sala ellittica di Palazzo Baldelli e quello di Giulio Romano nella sala di Palazzo Te, e anche perché ogni sguardo che il presente getta sul passato inevitabilmente lo ristruttura, lo ricompone gettando un ponte verso il futuro.
Botto&Bruno – Il tuo riferimento al manierismo ci sembra puntuale. Ricordiamo che quando abbiamo visto per la prima volta la Sala dei Giganti a Palazzo Te ne siamo usciti profondamente turbati. Ci siamo sentiti completamente avvolti, quasi risucchiati, da quegli squarci di paesaggio che come delle turbine ci trascinavano all’interno. Le prospettive distorte e le nuvole tridimensionali ci venivano addosso, tutti i nostri sensi erano chiamati ad esprimersi e dialogare. Abbiamo studiato molto il manierismo, soprattutto il Pontormo, ancora adesso, molto spesso, guardiamo i suoi lavori, soprattutto i disegni… meravigliosi.
Quando parli della catastrofe del paesaggio nel nostro lavoro è senz’altro giusto, in fondo guardare il paesaggio ai confini della città ci permette di capire come sarà il futuro perché è proprio lì che avvengono prima i cambiamenti sociali ed urbanistici. Però abbiamo sempre cercato di intravedere in quei luoghi una possibilità di rinascita. Abbiamo cercato di far dialogare visionarietà e inquietudine, poesia e fragilità. Sono luoghi violati, che non ama nessuno, dove sembra non poter esserci alcuna forma di vita, ma non è così: la natura prende il sopravvento, diventa una sorta di post-natura, i cieli si incupiscono per annunciare qualche cosa, i luoghi abbandonati diventano temporaneamente autonomi, tutto è in trasformazione.
Sicuramente aver lavorato molti anni nel restauro su affreschi e dipinti ci ha dato la possibilità di comprendere a fondo la materia pittorica. Noi lavoriamo con la fotografia ma utilizziamo il cutter come un pennello, i nostri collage diventano quasi come dei bassorilievi, ci interessa mantenere un collegamento con la storia antica utilizzando ovviamente un’iconografia contemporanea. A Palazzo Baldelli abbiamo cercato di ricreare per gli spettatori quella sensazione che spesso proviamo di fronte agli affreschi, quel senso di vertigine, quel sentirsi avvolti in un abbraccio, desideriamo che abbandonino tutti i condizionamenti, i timori, le inquietudini e si lascino trascinare all’interno del racconto per diventarne parte anch’essi.

Aurelio Andrighetto (> Carola Allemandi) – Non è trascurabile il fatto che l’installazione site-specific abbia in comune con l’estetica di Giulio Romano anche la teatralità e le architetture effimere, le quinte mobili al posto delle case praticabili, sovrapposizioni come il paesaggio industriale di Marghera a quello dell’architettura toscana in rovina, teatralità che nell’opera di Giulio Romano ha un rapporto stretto con l’immaginazione e l’invenzione. Nel tuo testo di presentazione fai riferimento alle pozzanghere disseminate nel paesaggio come segni “di un presente irrisolto”, che però trova nei loro riflessi la possibilità di intravedere altri mondi: “la possibilità di una rinascita grazie alle porte dell’immaginazione”. Questa immaginazione (tra parentesi vi è in Songs of a Lost World un aspetto vagamente psichedelico che rimanda ai Doors e a libro di Aldous Huxley ai quali si sono ispirati per la scelta del loro nome d’arte) può essere riconducibile a una versione contemporanea delle architetture effimere, che il duo declina anche in progetti di arredo scenico?
Carola Allemandi – Hai colto un aspetto a mio avviso molto importante presente all’interno di Songs of a Lost World, e che da subito mi ha portata alle “porte della percezione” di cui scrive, prima ancora di Huxley, William Blake. Le possibilità dello spazio, nell’opera di Botto&Bruno, mai considerabili finite, sono la principale via d’accesso verso altrettante nuove possibilità visive. L’immaginazione non porta a una vera e propria fuga dallo stato presente, ma a un ampliamento percettivo.
Il riferimento a Giulio Romano è pertinente anche per il concetto di architettura effimera: ciò che guida il discorso di Botto&Bruno pare essere proprio la tensione tra i frammenti che prendono corpo nel collage e la nuova unità coerente, abitabile e percorribile, costituita proprio da quei primi elementi divisi. In questo senso il tema del crollo, centrale nella Sala dei Giganti, informa anche il lavoro di Botto&Bruno proprio all’interno di questa tensione, che fa dell’architettura e dell’immagine terreni costruiti sul taglio, sulla frattura, ma pronti allo stesso tempo a organizzarsi in un universo in cui l’osservatore può – ed è invitato a – restare.
Allo stesso tempo, ricordando la continuità architettonica della Sala dei Giganti con l’immagine dipinta – il pavimento originario era costituito da ciottoli, che completavano visivamente e acusticamente il crollo dei massi raffigurato sulle pareti – è interessante notare come la fragilità delle architetture di Songs of a Lost World sia in qualche modo concepita all’interno del contesto presente circostante, ovvero la città che la ospita, intravista attraverso i muri in mattoni delle case di fronte, visibili da dentro la sala di Palazzo Baldelli: dentro un mondo che sta in piedi – la città all’esterno – ne esiste uno, fatto della stessa materia, che tenta di resistere al proprio disfacimento. Così il discorso delle quinte mobili, del dialogo tra scenografia e presenza umana, può trovare un rimando anche ai progetti dedicati al teatro che Botto&Bruno hanno realizzato nel loro percorso.
Aurelio Andrighetto (> Botto&Bruno) – Mi piace pensare che Songs of a Lost World sia un capriccio, connesso ad una visionarietà rafforzata dall’uso del chiaroscuro nella fascia superiore della vostra installazione site-specific (interessante la distinzione tra fascia superiore in B/N e quella inferiore a colori, distinzione che corrisponde a un codice visivo non prospettico utilizzato nell’arte tardo-antica per indicare la profondità). Secondo Henri Focillon, autore del saggio Esthétique des visionnaires, la luce violentemente contrastata dall’ombra, il chiaro e lo scuro che dilaga nelle morsure dell’acido nelle acqueforti di Piranesi e nelle opere grafiche di Rembrandt è uno strumento di risonanza psichica usato per evocare visioni. In Songs of a Lost World il chiaroscuro non ha la stessa intensità, ma svolge (mi sembra) una funzione analoga: è uno strumento di risonanza psichica usato per evocare visioni. Questo aspetto visionario ha certamente un rapporto con lo spleen letterario e le melodie gotiche dei The Cure, in particolare con il loro album Songs of a Lost World e – chiedo – anche con l’Urban Fantasy?
Botto&Bruno – È certamente vero quando dici che le immagini in bianco e nero sono “uno strumento di risonanza psichica usato per evocare visioni”.
Le architetture sullo sfondo fanno parte di un reportage fotografico realizzato nel 1997, nel polo industriale di Marghera, che è stato subito dopo completamente distrutto. Siamo andati a recuperare le immagini di quei luoghi metafisici ormai privati della loro funzione. Immense cattedrali industriali, potenti ed evocative. Tutta la parte in bianco e nero è ricca di particolari, quasi come degli orafi siamo andati a estrapolare piccolissime porzioni di paesaggio, di pozzanghere ,di natura e di architetture in modo che, nonostante la lontananza, la ricchezza di particolari fosse maggiore che nel primo piano. Il chiaro e scuro del bianco e nero si sfuma dolcemente con il colore. Crediamo che il nostro utilizzo della fotografia sia molto pittorico, non solo nel cromatismo ma anche nella composizione delle forme. L’importante è appunto ‘evocare visioni’, offrire allo spettatore delle aperture di lettura ma anche di partecipazione al lavoro attraverso percorsi poetici e immaginifici.
Per quanto riguarda l’urban fantasy se con quel termine si intende la ricostruzione totale di un paesaggio affinché diventi un luogo mentale costruito però da parti reali, con una realtà che prende forma da un sogno o da un incubo allora diremmo di sì, ma diciamo che forse ci hanno influenzato maggiormente le opere di Ballard o Carpenter che racchiudono in sé una sorta di fantascienza realizzata a partire dalla visione del quotidiano oppure i fumetti del grande Ōtomo Katsuhiro.

Aurelio Andrighetto (> Carola Allemandi) – L’ibridarsi della fotografia con altri linguaggi è un terreno vastissimo di studio su cui abbiamo avuto diverse occasioni di confronto. L’opera di Botto&Bruno porta l’attenzione su una manipolazione del materiale fotografico che, a mio avviso, richiama non solo le giustapposizioni tipiche del collage, ma anche i tagli e le varie operazioni grafiche che Medardo Rosso esegue sulle stampe. La loro tecnica porta a una radice dello scambio tra arte e fotografia che forse non risale alla “trionfante convergenza tra arte e fotografia a partire dagli anni sessanta”, e a un loro primo avvicinamento nella pratica sovietica del fotomontaggio e nell’uso dadaista e poi surrealista della fotografia, come sostiene Rosalind Krauss. Sulla base degli studi di Paola Mola sono giunto alla convinzione che questo avvicinamento può essere retrodatato al 1883/‘84 con le prime sperimentazioni in camera oscura di Rosso, che poi taglia, graffia, disegna, macchia e colora le stampe. L’ingresso della fotografia nella pratica artistica e la sua ibridazione è quindi da datare ben prima del periodo indicato da Krauss, e la perdita di specificità del medium si profila già nelle pre-avanguardie. È un’ipotesi troppo spinta quella d’intravedere in Songs of a Lost World una conseguenza di questa manipolazione dell’immagine fotografica?
Carola Allemandi – Non mi pare un’ipotesi infondata: la fotografia è stata pronta a mettere in discussione i propri confini molto presto nel corso della sua storia, come tu ricordi, provando anche un certo piacere nel contraddirsi, nel portarsi fuori dalla sua stessa pratica – penso ad esempio alle sperimentazioni “off camera” del primo Novecento. L’approccio all’immagine fotografica di Botto&Bruno ha però in principio un legame molto saldo con la storia della pittura: come spesso ricordano, l’uso del cutter e la composizione formale dell’immagine – dall’armonia dei volumi a quella cromatica – deriva dal mondo pittorico, a cui il duo ha aggiunto un immaginario derivato dall’uso del collage che riprendono dall’opera di grandi autori come John Heartfield, per esempio. L’uso del collage, poi, ha visto tendersi nei decenni prevalentemente in due direzioni: politica, come nel caso di Heartfield o Karel Teige, e onirica, come nel caso di Grete Stern o Zofia Rydet, entrambe presenti e preponderanti nell’opera di Botto&Bruno. La conseguenza della manipolazione dell’immagine fotografica, quindi, non è ravvisabile soltanto sul piano della pratica, ma anche sul piano comunicativo dell’immagine.
Aurelio Andrighetto (> Botto&Bruno) – La forma ellittica ed eccentrica della sala mette tutto in movimento privando l’occhio di una stazione fissa. Ciò contribuisce all’effetto di spaesamento. L’opera disorienta anche per altre ragioni. Lo straniamento provocato dall’installazione può essere messo in relazione anche con quello surrealista, che trova un riscontro negli accostamenti pubblicati in “Documents”, uno spaesamento che è nel DNA del collage, una tecnica da voi utilizzata per riflettere sulle fragilità del paesaggio urbano contemporaneo. È un’impressione infondata?
Botto&Bruno – La forma ellittica della stanza ci ha innescato una serie di sensazioni che ci hanno permesso poi di sviluppare il progetto. I due emicicli ci sembravano quasi come delle semi-absidi ed è vero che nel lavoro non si ha una visione frontale e l’occhio tende a non fermarsi. Questa sensazione di spaesamento è data anche dal collage che ricostruisce un luogo possibile dove però all’interno sono visibili prospettive sfalsate, proporzioni leggermente distorte proprio per iniettare dei dubbi sulla visione.
Il dadaismo ed il surrealismo sono stati fondamentali durante la nostra formazione, se pensiamo ai collage di Hannah Hoch, John Heartfield, Rodchenko, Grosz, Max Ernst, Tanguy ecc.

Aurelio Andrighetto (> Botto&Bruno) – La suddivisione a fasce introduce un codice visivo di profondità non prospettico, così come la messa a fuoco di tutte le immagini vicine e lontane e l’incernierarsi lungo gli spigoli di prospettive diverse a fisarmonica, come nella pittura del Duecento (penso anche al grande Duccio di Buoninsegna che utilizzando il codice losanga fa vedere simultaneamente davanti e dietro, sopra e sotto, dentro e fuori). Ciò entra in conflitto con le immagini fotografiche d’archivio, utilizzate per comporre l’installazione wallpaper, che rispondono invece a una logica visiva di tipo prospettico. Mi viene in mente Donatello che utilizza la prospettiva lineare ma la tradisce. Nel Miracolo del cuore dell’avaro il secondo pilastro è portato avanti dalla mano del personaggio che vi si appoggia e nella Madonna con Bambino (Madonna Pazzi) la prospettiva si rovescia portando fuori dalla stanza le figure che poco prima si trovavano dentro. Nell’opera di Donatello la prospettiva rinascimentale convive con altre rappresentazioni dello spazio, prospettiva rovesciata o inversa compresa, allo scopo di rendere conto di una complessità. È in questo senso che potrebbe essere inteso il vostro uso integrato di sistemi diversi di rappresentazione dello spazio?
Botto&Bruno – Sì, nel senso che diventa un lavoro quasi cubista… è come se cercassimo di rappresentare simultaneamente diverse angolazioni nello stesso momento. Avevamo bisogno di una sorta di orizzonte doppio e quindi questa necessità annullava automaticamente la prospettiva intesa tradizionalmente. Ci sono prospettive diverse che si intersecano, ci vengono in mente le prospettive sfalsate del manierismo. È proprio questa instabilità a creare vertigine, ed è questo che ci interessa sviluppare soprattutto nelle installazioni perché saranno poi i visitatori a percepire tutto questo.
Aurelio Andrighetto (> Carola Allemandi) – L’inserimento nei paesaggi urbani di figure isolate (in opere precedenti) richiama inevitabilmente il mito romantico dell’artista, secondo alcuni studi, affermazione del proprio individuale sentire e vedere che trova il suo compimento con l’esistenza dell’artista a sostanza stessa dell’arte (Marcel Duchamp naturalmente). Certamente per Botto&Bruno la figura isolata rappresenta un aspetto dello spaesamento nel contesto di una catastrofe che è anche antropologica, ma la stessa figura isolata dell’artista rimanda a una storia dell’arte e della cultura visuale che non si può ignorare. In breve, possiamo intravedere nella loro opera un tratto del sentire romantico che in Songs of a Lost World viene scavalcato con l’eliminazione di ogni presenza umana?
Carola Allemandi – In effetti il parallelismo mi pare reggere: alcuni temi dell’immaginario romantico come il viandante, o le rovine di architetture antiche, spesso sacre, hanno un correlativo evidente nelle figure solitarie che talvolta compaiono nelle opere del duo, così come le archeologie industriali sono spesso associate a maestose cattedrali ormai demolite. La Storia recente e l’evoluzione sociale che ruotano attorno al paesaggio urbano e industriale sembrano poggiare per certi aspetti, nella visione di Botto&Bruno, sul sentire romantico di cui parli. L’eliminazione della figura umana possiamo intendela come sintomatica di una concezione del paesaggio come entità in grado di auto-organizzarsi anche al di là dell’intervento dell’uomo, di cui non rimangono che tracce e segni disarticolati nell’architettura e in alcuni elementi antropici inseriti nel paesaggio, come le pile di pneumatici. Botto&Bruno vengono attraversati dal paesaggio, ne sono colpiti, e il nuovo paesaggio che costruiscono risente di una sensibilità risvegliata dalla vista degli scenari che hanno visitato e fotografato nel tempo. Più ci penso, più il rimando al romanticismo mi pare prendere possibili strade interpretative: un’altra, infatti, è relativa al ruolo della natura, che nel romanticismo assume uno stato di organismo vivo e attivo nel paesaggio, con una potenza propria, e che in Botto&Bruno prorompe all’interno dei loro panorami urbani e post-urbani. La presenza umana è quindi vista con sguardo critico dal duo: ciò che vediamo è opera sua, e anche in assenza viene percepita. L’osservatore contribuisce in definitiva a vivificare un paesaggio altrimenti disabitato, prendendo parte – come trovandosi in una scenografia teatrale – a una storia che parla anche di sé.

