
Lo scorso 27 marzo si è svolta la sesta edizione della Giornata di Studi promossa da AMACI – Associazione dei Musei d’Arte Contemporanea Italiani, con il sostegno della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura. La Giornata si è inserita nel solco dei precedenti incontri virtuali, nella forma di importanti occasioni di confronto tra direttori e direttrici di musei italiani e internazionali, operatori del settore a vari livelli e figure accademiche (ne resta traccia video sul canale YouTube di AMACI). Già lo scorso anno avevamo dedicato un report alla quinta giornata, che si incentrava sulla duplice natura del museo come oggetto passivo di studio e come piattaforma attiva di ricerca. Quest’anno invece il tema scelto dai curatori della giornata Marcella Beccaria, Chiara Gatti e Lorenzo Respi è stato Sincronie contemporanee. Il dialogo tra passato e presente nei musei di oggi. Teniamo a riportare di seguito un report degli interventi succedutisi, cui seguirà la pubblicazione di un’intervista con i relatori. Ringraziamo intanto i curatori della giornata per averci inviato una dichiarazione congiunta.
Marcella Beccaria, Chiara Gatti e Lorenzo Respi: “La Giornata di Studi Sincronie contemporanee. Il dialogo tra passato e presente nei musei di oggi ha affrontato uno dei temi più rilevanti del dibattito museologico contemporaneo: il superamento delle cronologie rigide e dei confini disciplinari a favore di una fruizione sincronica, stratificata e relazionale delle collezioni e dei patrimoni culturali.
Negli ultimi decenni, i musei d’arte contemporanea e le istituzioni culturali hanno attraversato una profonda trasformazione che ha coinvolto la missione, le pratiche curatoriali ed espositive e il rapporto con i pubblici. In questo contesto, si è affermata con crescente forza l’apertura al dialogo tra epoche e linguaggi diversi – dall’archeologia all’arte antica, moderna e contemporanea – generando nuove modalità di interpretazione e presentazione delle opere. Queste “sincronie contemporanee” ridefiniscono i confini tradizionali tra istituzioni e discipline: artiste e artisti del presente intervengono in contesti storici, attivando riletture critiche del patrimonio, mentre le opere del passato vengono rimesse in circolazione attraverso accostamenti inediti, narrazioni tematiche e progetti site-specific. Le collezioni diventano così elementi attivi di dispositivi narrativi complessi, capaci di produrre risonanze, contrappunti e nuove chiavi di lettura. Con la Giornata di Studi si è inteso interrogare queste trasformazioni anche nelle loro implicazioni culturali e politiche, dalle prospettive postcoloniali al tema delle restituzioni, dalle questioni di identità e genere fino al ruolo del digitale come strumento di mediazione culturale, approfondimento scientifico e condivisione del sapere. Queste tematiche sono state affrontate attraverso tre sessioni. La prima è Arte contemporanea e patrimonio archeologico. Pratiche curatoriali e prospettive postcoloniali; la seconda è Dialoghi tra antico e moderno. Origini e sviluppi delle attuali tendenze museografiche; la terza è Custodire il tempo. Antropologie della memoria”.

Proviamo allora a ripercorrere quanto emerso nelle varie sessioni. Sulle possibili “sincronie” tra arte contemporanea e patrimonio archeologico, la prima a parlare è stata Elina Kountouri, direttrice di NEON (organizzazione per la cultura e lo sviluppo fondata ad Atene nel 2013 dal collezionista e filantropo Dimitris Daskalopoulos). Kountouri ha presentato il percorso della sua istituzione, nata con la convinzione che l’arte contemporanea sia una necessità civica e che lo spazio della cultura coincida con l’intera città. In oltre un decennio di attività, NEON ha realizzato 43 mostre in 33 sedi diverse, di cui 10 siti archeologici, lavorando con 274 artisti (tra questi Adrián Villar Rojas ad Atene e Anthony Gormley sull’isola di Delos). Il progetto più ambizioso è la trilogia che NEON sta sviluppando con l’artista americano Michael Rakowitz, in collaborazione con il Museo dell’Acropoli di Atene. La mostra Allspice – titolo che richiama le origini ebraico-irachene dell’artista e la memoria sensoriale delle spezie della cucina di sua madre – dialogava con reperti antichi del Medio Oriente e del Mediterraneo sudorientale e metteva al centro temi come la perdita, la restituzione e la sopravvivenza culturale. La mostra includeva il progetto The Invisible Enemy Should Not Exist, che intende evocare i 7000 manufatti saccheggiati dal Museo Nazionale dell’Iraq durante l’invasione americana del 2003 attraverso sculture realizzate con imballaggi alimentari mediorientali e carta di giornale in arabo. Per Kountouri, questa trilogia è un atto di guarigione e di resistenza, il riconoscimento di un trauma generazionale che le mura del museo dell’Acropoli, segnate dall’assenza dei marmi del Partenone, rendono fisicamente tangibile.
Il secondo intervento è stato tenuto da Andrea Viliani, storico dell’arte e curatore, da poco nominato coordinatore della Digital Heritage Gateway Platform del Ministero della Cultura. Viliani ha portato al centro della riflessione il progetto Pompei Commitment, avviato nel 2020 con Massimo Osanna, allora direttore del Parco Archeologico. Il progetto nasce da un’intuizione: quella “materia archeologica” – resti ceramici e lapidei troppo frammentari per essere restaurati, ma che le leggi dello Stato non consentono di scartare – che giace nei depositi di Pompei rappresenta un terreno comune tra l’archeologo e l’artista contemporaneo. Entrambi, ha spiegato Viliani, lavorano sull’incertezza: l’uno ricostruisce un’unità perduta attraverso l’intuizione, l’altro parte da dati grezzi per reinventarli. Da questa premessa metodologica è nata una collezione di oltre cinquanta contributi artistici digitali firmati da artisti come Giulio Paolini, Adrián Villar Rojas, Sissel Tolaas (che ha elaborato un protocollo per “scavare gli odori” di duemila anni fa) e Aríel Bustamante (che ha ricostruito un’ipotesi di composizione musicale pompeiana). Viliani ha poi illustrato il progetto Museo delle Opacità, sviluppato al Museo delle Civiltà di Roma, in cui artisti contemporanei vengono invitati a reinterpretare le collezioni coloniali con sguardi plurali e situati, a partire dal concetto di “opacità” elaborato dal poeta Édouard Glissant: il diritto di non essere trasparenti, di essere più di una cosa sola.


La seconda sessione ha ripercorso le origini storiche del dialogo tra diverse epoche e contesti nei musei, anche in prospettiva postcoloniale. Christine Macel, conservatrice generale del patrimonio presso il Ministero della Cultura francese ed ex direttrice della 57ª Biennale di Venezia Viva Arte Viva, ha offerto una ricostruzione del cambiamento che ha investito i musei occidentali a seguito del progressivo riconoscimento delle modernità non occidentali. Il momento di rottura, ha spiegato, è il 1989: la caduta del Muro di Berlino porta alla luce intere generazioni di artisti rimasti nell’ombra, mentre la scena artistica cinese irrompe sulla scena internazionale. In quello stesso anno si inaugurano le mostre Magiciens de la Terre (al Centre Pompidou e alla Grande Halle de la Villette) e The Other Story (alla Hayward Gallery di Londra); la prima rappresentò una prima occasione di confronto sistematico tra artisti occidentali ed extra-occidentali, la seconda fu dedicata agli artisti afroasiatici nella Gran Bretagna del dopoguerra. Macel ha poi tracciato un percorso attraverso le rassegne internazionali che hanno segnato questa trasformazione: dalla Documenta di Catherine David nel 1997, la prima a ripoliticizzare l’evento e ad aprire la porta alle prospettive postcoloniali, alla Biennale di Johannesburg dello stesso anno e a Documenta 11, entrambe curate da Okwui Enwezor.
La terza sessione ha spostato la riflessione sul patrimonio archivistico e sulle sue trasformazioni nell’era digitale, con due interventi che hanno offerto utili coordinate metodologiche. Matteo Al Kalak, professore ordinario di storia moderna all’Università di Modena e Reggio Emilia e Direttore del Centro interdipartimentale di ricerca sulle Digital Humanities (DHMoRe), ha proposto una riflessione su quali sono le molteplici nature degli archivi di oggi – fisici, digitalizzati, digitali nativi – e su come queste interagiscano con l’esperienza museale. Partendo dalla definizione tradizionale di archivio come insieme coerente di documenti che sedimenta e trasmette la memoria di un ente, Al Kalak ha mostrato come la transizione digitale stia mettendo progressivamente sotto scacco questo concetto. Per chi lavora nella valorizzazione del patrimonio, ha concluso, la digitalizzazione non è automaticamente sinonimo di valorizzazione, e l’accessibilità di un documento non garantisce la sua corretta comprensione.
Infine Matteo Meschiari, professore associato di Antropologia culturale e Antropologia del paesaggio all’Università degli Studi di Palermo, ha proposto un rovesciamento di prospettiva: per ripensare gli allestimenti museali, ha suggerito, occorre prima comprendere come è mutata la nostra idea di tempo. Il modello lineare passato-presente-futuro è entrato in crisi nel momento in cui il futuro è diventato invisibile, eroso dalla sensazione di collasso sistemico e dalla cronofagia dell’informazione digitale. Meschiari ha esplorato tre modelli alternativi. Il primo è quello dell’anello: il tempo circolare delle culture native e del pensiero mitico, in cui passato e futuro si toccano e il presente viene decolonizzato. Il secondo è quello della banchisa: un tempo frantumato ma organico, fatto di “zattere temporali” che si scontrano e sovrappongono, una logica di sciame che nasconde un ordine nel caos, e con esso una quota di speranza rispetto alle visioni distopiche dell’Antropocene. Il terzo, infine, è quello del layer cake, la torta a strati: superfici temporali diverse che si impilano ma si citano reciprocamente, tenute insieme da un principio verticale che, antropologicamente, coincide con l’hardware neurocognitivo condiviso dall’intera specie umana. In termini di allestimento museale, ha concluso, questo significa cercare non le semplici assonanze morfologiche tra oggetti di epoche diverse, ma gli archetipi soggiacenti, le strutture profonde che connettono culture lontane al di là delle somiglianze di superficie.
Cover: Antony Gormley, Sight, Archaeological site of Delos, 2019. Oak Taylor Smith | Courtesy NEON; Ephorate of Antiquities of Cyclades & the artist







